IN UNA STORIA IDIOTA DI VAMPIRI

I

1- Dove l’obiettivo velato della garza

e le e le imagini vane dell’Ade

(musichette lucignoli zuccherini e ami

in cattività a fare da richiami)

e il dente che brilla

come astro o ghiaccio o scelto avorio 

nell’alone di garza

(fradicie musiche e foglie e sedile di marmo). 

Garza, scarso emostatico, obiettivo

velato, occhio di talpa

ahi nostro, sudario…

2 – Come dente di scelto avorio nell’arteria del collo confitto

seducendo e inducendo dal suo ostensorio brilla il profitto

3 – Come dente di pietra sacrificale affondato nel crudo nel minio

del sangue in atto, dogma dominio

4 – Parla assennato ha sguardi e intenti

è Berenice è il suadente è il padroncino azzimato.

E’ il momento basso dell’arteria,

è questo fiato sul collo che fa

nel giugno la frigida bolla, lo svenimento

che maisempre rapisce in una giostra

del lunapark nubiloso, in una beffa sul marmoreo sedile.

5 – Ma musichette lucignoli e zuccheri

escono di cattività

e con dicerie spemi tinniti il tutto orchestrina si fa:

“Cadi belletto balsamo,

 cedete cuspidi dentarie, ventose, labbra polpose.

Psicanalessi: e si diragna la garza,

cessa il bollore del sangue nel barattolo

e il medico traditore

affonda nell’informe farina, nella polvere di garza”.

E io e io chiamo qui tutti i buoni che vidi al cinema,

e la sbarra con essi 

in quel cuore fresco d’altrui sangue affondo,

la sbarra nel gonfiore fondo della bara;

per genti molte e terre e pianeti a lui vengo

e gli offro, inferia, il mio contributo di punte e di sputi. 

(“Ma forse questo rito non è il gesto più grande

della sua grande forza, del ritmo che ha lasciato al nostro sangue?”

7 – Sempre meglio s’ingoia e tin tin l’orchestrina:

“Venite a me emorroisse e frodati dai vostri grammi e

oggettini e immagini e calori.

Ecco in verità (farine?) (avis?)

(modà parnì larò tofrà) 

leve poliscintillanti di fulcri e bracci, potestà

prevalenti per mille valenze. Programmi

analettici, contro tutte le deficienze”.

8 – Sì: vedo il mondo caldo come un uovo,

tuorlo soave d’aromi e di sicurezza.

Possibile concedere togliere ragioni tutto in giro.

Possibili forse violenze ad hoc.

Stagna la porta, stagnami. Poi verrò.

Emostatico miro.

 

II

Infra e sovra strutture e strutture,

a perdita di vista di tocco di allure,

e noi si volta in là e cancella,

è un sorriso

che seppi un mattino da giovane

non importa se fosse maggio o neve.

Depauperata emoglobina, garza

e siero, non parlate: ricordo

tutto ricordo: è qualche cosa che un giorno ho saputo

in modo così teso così definitivo

che nel suo solo riverbero

posso, noi, prendermi beffa di ogni altra definizione.

Spasmi e fantasmi il credere il non credere;

dèi, mondi e anime: bersagli mancati. Ma fu

quel nudo totale mattino e ne grondo

di plasma ambrosiaco, e ne continuo. 

 

– Andrea Zanzotto, La beltà

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