La Metamorfosi di Kafka è un racconto che colpisce come pochi le corde dell’animo. E’ incredibile vedere come anche i genitori rinneghino il loro scarafaggio, chiuso nel suo stato di incomunicabilità e di apatia assoluta. Il racconto è un elogio e una condanna alla sofferenza e al dolore di chi non ha voce, un urlo disperato di chi, purtroppo respinto dagli altri, brancola nel buio di una distopia che da reale diviene evanescente ed eterea.
Gregor perde progressivamente la coscienza di se stesso, e diviene prigioniero dello sguardo degli altri, dell’occhio degli altri. Da uomo compianto diventa progressivamente corpo estraneo, da espellere tra i rifiuti del cimitero urbano e post-industriale, “cloaca del sangue e de la puzza”. Ma la sua virtù resta l’autenticità, la sua volontà di non nascondersi nella funerea processione di maschere posticce che è spesso la società umana.
E in quest’inferno spesso colui il quale schiaccia lo scarafaggio che esce allo scoperto ignora il suo viso deforme, e non osa guardarsi allo specchio. “Suus cuique attributus est error; sed non videmus manticae quod in tergo est.” (Catullo, Carme 22). Ciascuno è in errore, ma delle due bisacce noi non vediamo quella che abbiamo sulle spalle.
– Riflessione dopo la rilettura della Metamorfosi di Kafka.
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