Solo tu avresti potuto comporre un senso. Non ti vedo. Parlami, ho bisogno di te, io esaltavo amandoti. Rivedo tutto: le tue guance lievemente afflosciate per l’età, il tuo mento pronunciato, le tue labbra sottili, i tuoi occhiali rettangolari. La tua pelle ha alcuni nei, i pori da cui fuoriesce una barba a fil di pelle. Ti abbraccio e ti bacio, non riesco a stare lontano da te, ti amo. Forse ti amo più di me stesso, ma non amo me stesso. Papà, ti faccio una domanda, ma tu ti vuoi bene? Mah, e che ti posso dire, nun o saccio proprio. Immagini fluiscono in un silenzio che affastella pinture di un vecchio album già visto, ma non mi annoio di rivederlo. Non so se rimane il silenzio, milioni di parole indistinte, continuità di un segnale che non può essere decodificato. Te ne sei andato quasi senza emettere un grido. O forse il tuo grido non era di questa terra, non aveva suoni da percepire. Tutto è meschino e vano, inutile e gretto, le mie stesse parole sono aliene davanti all’immensità che schiude il segreto del tuo essere. Ma non c’è immensità in questa vicenda, non capisco, rivedo in me la tua essenza, te vincente contaminato dalla mia sconfitta. Mi specchio e vedo te, ti vedo concreto e presente. Non mi specchierei più, non voglio vederti vivo in me, tu sei etereo, sei nel mondo delle idee, la mia immagine non è degna della tua grandezza. Ma io sono contrario a ogni idealismo e nella prassi delle mie idee mi perdo. Tu mi dicevi sempre che esageravo. Non è così, dai, ma che stai dicendo. Eppure non ho mai visto una persona più onesta. Il mito di un genitore i figli lo perdono subito: io forse lo accrescerò nella mia inettitudine. Eppure non riuscirò mai, non entrerò nel mistero che hai svelato e rivelato in un sussulto improvviso, segnale improvviso di evanescente bellezza che vago ragiona nella mente. Io ho bisogno di te, ti invoco. Questa casa è diventata una tomba, e ti chiedo di salvarmi. Mi dimeno, mi percuoto, mi arrovello, ma il mio grido continuo non presenta discrezione, ma solo nullità, non ha nulla di comunicare. Niente, non c’è niente in questo mondo, né in un altro. Vedo il tuo fantasma ovunque. Mi siedo, e solo al buio osservo il tuo studio, che ora è diventato mio. I tuoi libri sono ancora qui, non li tocco, devono rimanere al loro posto. Non ho il coraggio di cambiare i tuoi libri di matematica con i miei. Ricordi quando stavi ore ed ore nel salone, seduto sulla tua poltrona, a scartabellare? Scrivevi, rivedo i tuoi esercizi di fisica e matematica svolti nei tuoi quaderni, il più delle volte erano per amici e colleghi. Quella pazienza di artigiano, troppo lavoro e pazienza, vita vissuta nell’ineludibile consapevolezza del dolore. L’armonia del mondo è diventata in me un sistema autoreferenziale chiuso in cui domina entropia. Odio la matematica, odio la perfetta simmetria che regge tutte le cose, voglio distruggere forme. Io ero sbadato, sbagliavo i calcoli, ero svogliato: la matematica non ha mai fatto per me, la ripudiavo per ripudiare te. Mondo inesplorato, fantastico, etereo, perfetto, un mondo troppo perfetto per essere mio. Io suprema creatura dell’imperfezione mi godo qualche sillaba storta e secca, le mie elucubrazioni mentali sono inutili. Inutile esprimere rabbia, la rabbia è mancanza di serotonina, contorsione spastica dei neuroni del sistema centrale, disfuzione del sistema dopaminergico. Il foglio dei calcoli davanti a me, lo bucherei. Mille brandelli di parole inchiostrate pronte a confondersi ed ad annullarsi. Parole in fila, insensate. Nessuno le capirà, neanche quando avrò trovato loro un ordine ideale. Quell’ordine sarà solo mio, e caos gli altri, e tutti rideranno di me. Le parole confuse entreranno in lotta tra di loro, con spade e usberghi, e si bucherelleranno a vicenda. Una melma di inchiostro sul foglio, e un foglio tutto riempito di segni, forme sinuose e prive di grazie, tutto insieme, indistintamente. Un altro foglio, scrivo, di nuovo le parole si accalcano, si mescolano, faccio cancellature, riscrivo, cancello, l’inchiostro si confonde e invade, riempie il foglio di nulla. E eternamente continuerei così. Papà ricordi di quando riempivo i fogli di calcoli sbagliati, poi cancellavo fino a rendere i fogli irriconoscibili? Mettevo sempre tutto in disordine, carte, libri, matite e penne fino a confondere tutto. I miei scaffali erano sempre pieni, ma erano come vuoti: non trovavo nulla che fosse utile. Mannaggia ‘a capa toia, ma che fai? Niente, cioè cercavo il quaderno degli esercizi, lì avevo annotato quelli da fare. Era un trauma studiare la matematica. Non avrei voluto che venisse mai il giorno di fare gli esercizi. Sbagliavo qualche passaggio, io vedevo mio padre con la bocca socchiusa, inarcata con decisione verso il suo mento spigoloso. No, ho sbagliato di nuovo, non ci capisco un cazzo, sono limitato in quei limiti. ‘Ma che maronn’, tu m ric’ che non ti sto a sentire mentre spieghi’. Okay, forse c’hai ragione. Quando mio padre mi spiegava le funzioni, mi piegavo sul tavolo, lunghi sbadigli sulla soglia del mio mondo mentale e ideale. Vedo te di nuovo davanti a me. Che stai facendo? A che pensi? Hai capito? Hai capito cosa? Che cazzo. Io lo guardavo, gli toccavo le guance con delicatezza. Non andiamo bene. Una lunga notte insonne, fendenti radizioni sparute nella sfavillante aurora allusiva di sordi allofoni spasticamente polifonici, niente, contorsione nel contenimento tra crepacci e cordigliere, riavvolgimento tra rivoli rigogliosamente rimarginati rifratti nella rivoluzione di un margine sfogliato in un rigoglioso avviluppamento. Hey That’s no way to say goodbye, o mio dolce fabbro del parlare materno eccoti, so che ti ho perso per sempre. Ti ho amato e ora è arrivato il tempo di dirci addio, tu mi sorridi e io sorrido a te, la distanza garantisce un più duraturo amore. Ho fatto una bella ‘pintura’ di te e quando sei distante la guardo e in essa ripongo la mia dedizione. I tuoi occhi nei quali vedo il tuo addio, quando ho pianto e ho riso, ti ho amato dal mattino, bacio la pintura, e dormo con te, molti amori prima di noi, non so ma non saremo più la stessa cosa, so che non ti rivedrò mai più. Eccomi di nuovo. Impreco, tossisco, serro i pugni, soffoco. Ahimè questa vita a me? E sono davvero qui? E perché non una spensierata memoria di una privata privazione del mio inconscio? Nell’oceano ringonfio il fiato e nell’avvilupparsi delle braccia, ti ritrovo tra acqua che avviluppa i miei polmoni nell’arsura di fiamme ardenti che avvampano nei bronchi tra sproloqui di sputi e di ruggiti. Non ho più me, non ho più niente, niente più a me non ho, ho non a me più niente. Annaspo ancora tra rigurgiti spezzati, spezzata speranza contorta e riarsa, riarsi schiamazzi scaricati in raffiche opprimenti di spari incatenati. Incatenato tra trambusti ricorrenti, suoni di tenebre dissonanti, rimbombanti, in picchiata nella polverizzazione dell’io che genera arti in moti compulsivi. Guarda. Che cos’è? Moti paranoici e ipnotici in una morte apparente, guardate! Perdita di coscienza, abolizione di riflessi, gambe cianotiche, il ciano delle onde, in crescendo un’iride, largo e ora pian piano, ecco si restringe, poi si riprende ed ancora si restringe sempre più.
Iridescente spaccatura nel modo sempiterno di una luce sul fondale, ti ho atteso, ho visto la tua voce in leggiadre armonie vivaci nel dolce ritorno dei tuoi detti rinnovati a nuova vita. Ho detto vivacità, vitalità, è morto il re, viva il re nel tutto fluire lento nella leggiadria di una invisibile e percettibile carezza, ed ecco, leggermente, lentamente, io vedo te attorniato da tutti gli elementi. Sono nella favilla più lucente nel tendere verso di te la mano, il tuo sorriso brilla di luce propria: io ora mi accosto e insieme ci guardiamo ed esistiamo così, non c’è oscurità, e godibilmente veniamo ad abbracciarci. Tu e io, la mia è rotazione sincrona, immagine di perfezione. Perfezione che tu mi hai negato. Ma il mio volto nascosto, quello è sempre lì, e fagociterà la mia immagine, riflessa in te, nella contrapposizione di specchi ustori. Materia oscura nella mia volontà cosciente? Coscientemente oscuro la mia volontà nella tua materia mentre osservo te, e tu osservi te stesso e risplendi in te negandomi la luce. Il mio volto è nascosto, più accidentato, più aspro, meno mari, è meno protetto, è sotto attacco. La tua luce mi è estranea, ardente, riarde e brucia: la voglio, anche se so che appassirò. Mi contorci, mi spezzi in un delirio di immagini spastiche di sprezzanti rigurgiti, un baratro nel fondo di un abisso coperto e ora riscoperto in un’accelerazione ossessiva alla superficie, forza gravitazionale in crescendo. In crescendo sputo acqua, rigurgito in superficie, riemergo e poi sono immerso di nuovo nella mia nudità. Sto annegando tra assenze di arpeggi nel vuoto privo di immagini: una rivoluzione nella coazione dell’estremo vano desiderio. Assenza vibra in un’eterna immagine scomposta attraverso un continuum di allucinazioni cromatiche. Vedo arpeggi deframmentati da dissonanze in un assonanzato glissando di una tossica esalazione che mi sospinge a fondo. La vana memoria di te mi lascia di nuovo solo, spenta pulsione elettrica che parte dal nodo senoatriale poi passa al nodo atrioventricolare: asimmetria di un cuore scisso in due parti difformi e incomunicanti nonostante esse lo sembrino. Io penso quelle parti siano solo talvolta perfettamente funzionanti, dal momento che esse tentano di spezzare il frenetico stridio di una pellicola che si avviluppa schizofrenicamente in moto uniformemente accelerato. Ora la coercizione si ripete in coazione, si rinnova nell’ossessiva danza che procrastina una pellicola spezzata, nonostante io abbia cercato di cristallizzarla in tutti i modi in un perfetto attimo di eterna vanità. Elevazione che non ha alcun continuum di gradazioni nello spettro elettromagnetico, forse una luce a intermittenza nel dissonante fluire orgasmico all’interno di una pulsione che tende verso un obbligato masochismo di uno stringente algoritmo chiuso in una primitiva spelonca tra ancestrali emozioni. L’acqua di un ruscello mi immerge nella culla di un eterno sopore. Ho la mascella spalancata sul disiato vuoto che bacia me come amante: sono compresso da archi in un vibrato silenzio singhiozzato sulla martellante levità di onde vituperate nella loro lugubre nenia. Lugubri singulti stemperati in raffiche di silenziose implorazioni sospese nel vuoto di una torre difforme pronta a crollare nella sua imponente maestà. Questa immensa cattedrale augura lunga e prosperosa vita tra le acclamazioni deformi di una folla condannata a vivere durante un’eterna discesa nel maelstrom. Nell’incessante fluire della cascata a picco sul mio corpo rimango avvinghiato all’eterno fluire di particelle instabili, poi mi ritrovo nell’utero di una campana di vetro pressurizzata tra aspri stridii di note riarse nel fluido vuoto di un lamento. Mia bellissima musa, chiusa in una grotta in cui filtra luce, salvami. Ma c’è, vedo un pianto di imploranti immagini censurate, compresse nel loro eterno presente. Che mi dici? Parlami con la tua antica saggezza. La bellezza si perde nell’immagine muta dei tuoi occhi spenti mentre la neve soffoca un cielo soleggiato che si riempie di porpora. A me non resta che ammirare il silenzio dei tuoi battiti nei celesti raggi. Come posso risponderti? Intravedo la mia indolenza nel sole diurno tra dolenti fremiti nello stridio di un lamento al cielo, celeste o cianotico, non ricordo nulla se non un cianotico lamento intravisto tra dolenti fremiti nel sole stridente di una mattina indolente. Increspature dei ricordi? Gioco con immagini indefinite di un eterno presente, immagine presente nell’eterna increspatura di un gioco indefinito e annichilito nella mia inettitudine.
– Marco Di Caprio
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