Down Colorful Hill (Prayers for success)

I

Parlami, dimmi qualcosa mia musa dagli occhi bluastri, dammi certezze e appigli, salvami da me stesso. Non c’è nessuna verità assoluta, ricordatelo, mi dici. Tu sei troppo sicuro dei tuoi dogmi, apri gli occhi. Me ne infischio del tuo guru, tu divinizzi, mitizzi la gente. Tu puoi bastare a te stesso, non devi per forza cercare conferme negli altri. Taci, silenzio, non parlare, avrei voluto dirle, e invece niente. Cupo rimango a fissarla perso nei miei pensieri: ero da qualche parte ma non lì. Ma che cosa credi? Credi che tu sia l’unico a soffrire? Adesso basta, ora hai raggiunto il limite! Il fondo, il fondo l’hai già toccato, stai raspando, vuoi raspare ancora? Mia musa dagli occhi bluastri, dagli occhi verdi che io definisco bluastri, dagli occhi verdi che tu odi io definisca bluastri, da vecchi e bluastri odi che io definisco e delineo nei tuoi occhi. Voglio raspare, voglio scavare, chissà cosa uscirà: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio.

II

La luce del sole mi spezza il cuore: il cuore è il posto più devastato, il cuore non è ossigenato, le arterie sono ostruite, ostruita l’illusione della volontà che nella mente mi ragiona. Erano giorni difficili, ma avevo trovato un motivo di vita, una sospensione dalla vita, un sogno che si prolunga all’interno della vita, il sogno di uno spazio mentale da custodire. Eppure mi mancava qualcosa. Forse stavo ritrovando te, te che sei il miglior fabbro del parlare materno, te che sei madre e padre insieme, te che sei per me la mia donna e il mio signore in un’estasi panica che tutto comprende, perché te solamente mi hai amato. Io guardo negli altri indifferenza, tutti scomparsi, le figure nella mia vita appaiono e scompaiono. Ma non importa: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio.

III

Misantropo e meschino non voglio nulla se non una giornata di pioggia, stare seduto in un caffè sperduto, una vetrata accanto a me, un pacchetto di Marlboro Light, un cielo ricoperto, e non vedo più rilucere il sole tanto si sono oscurati i raggi, e la chiarezza d’amore non risplende nel mio cuore, un cuore malato che fatica a pulsare e a pompare sangue. La mia musa in una pompa idraulica egualmente mossa: mi lascio cullare da questa immagine, sangue che affluisce all’inguine, ipotalamo che induce l’ipofisi alla secrezione di testosterone. Solo sesso, solo ossessivamente sesso, solo sesso come un ossesso, ma al di fuori dell’ossesso il vuoto. Quante giornate passate nell’esplorare fantasie perverse tra cavalcate ai limiti dello scibile in un gioco surreale, duro, concreto, muscolare. Sei svanita poi nelle fantasie delle mie idee nel realismo di giochi perversi tra indolenti giornate meditate sull’altare di una mente prosperosa tra analessi analogiche nel vuoto della loro vanità. Siamo davvero passati dalla potenza all’atto, o mia musa dagli occhi bluastri? Non credo. Ma non importa: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio.

IV

Basta, svegliati, non sei l’unica persona che soffre, nessuno potrà vivere la tua vita al posto tuo, ora capisco perché ti hanno abbandonato tutti, gli amici, la tua famiglia. Ti ascolto, sono tutto orecchi. Ci sarà un motivo se sono tutt’orecchi, ci saranno orecchi se a tutto c’è un motivo. C’è forse qualcun altro che vuole soffrire la mia vita al posto mio? Mi hanno abbandonato tutti proprio perché c’è una sfasatura tra software e hardware, c’è una sfasatura tra opposti transistor, sfasatura tra input e output, choose the item to put in, enter the database, synthax error, error in the output, colorless green ideas sleep furiously, furiously sleep ideas green colorless, what’s goin’ on, what’s going on inside my head? Sono fermo all’input ma il mio è un sistema autoreferenziale chiuso, non vedo, non sento, sfasatura del sistema monoaminico. Ascolto, mente annebbiata, neuromodulatori sfasati a livello biochimico. Che cos’è questa vita a me? Che cos’è la mente, cosa produco? Spargimento di speciali sparute spedizioni spasticamente tracimanti di tracotante e traballante tramestio di trespoli di Trebisonda. Ma non importa: laggiù c’è una collina verde che intreccerà le nostre voci come una lingua è intrecciata in un bacio.

V

Ora mi sento felice, ora potete vivere la mia vita al posto mio! Sveglia, che cosa credi, ti sto dicendo svegliati, svegliati ti sto dicendo, la tua è la fine di un idiota che ha errato invano per vaghi monti e sentieri, troppo impuro per ascoltare la voce di Dio! Ho vagato e ho girovagato per ascoltare la tua parola da lontano, perché temevo di renderti impura con il mio vano vociare. Ora dimmi, qual è il tuo piccolo testamento? Eri lì seduta sulla tua sedia davanti ai tuoi libri, tu musa dagli occhi bluastri, unico spiraglio tra sparuti sentieri di perdute angosce straziate dalla mia impotenza, inadempiente senso del vuoto, mille anni e mille vite annunciate sul baratro di un barbaglio soffocato e spento, tutto ciò in barba alla babelica barriera linguistica e metapoetica che batte sulle mie baluginanti emozioni. Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una collina verde che ci attende.

VI

O sfinge composita nella tua materna bellezza, io ero lì, sdraiato sul tuo letto, di fronte a te ma la mia mente, anche se non so se avessi una mente. Parla, mi diceva, esprimiti, mi dici sempre le stesse cose, mi chiedi sempre le stesse cose, non te ne frega niente di me, proprio niente. Ho buttato tutto, ho buttato il romanzo della mia vita, la mia vita in un romanzo, nessun romanzo di vita, nessuna vita da romanzo, scindere arte dalla vita, nascita, crescita e morte, nessuna variazione su un tema destinato all’estinzione, una ruota che si riavvolge su stessa, un destino iscritto in una maledizione, vita nova è vita vecchia. Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una collina verde che ci attende.

VII

Che cosa credi, credi che tu sia il solo a soffrire? Credi di essere un’artista, di recuperare nell’arte ciò che perdi nella vita? Sveglia, devi svegliarti. E’ una sveglia, suona, la pospongo, suona, la pospongo, non suona più, non suonerà più e il vuoto accompagnerà i miei attimi. Parla, ribellati, dimmi qualcosa, che cosa senti? Non solo non avevo una risposta, ma non avevo più una mente, non c’era più, la vita non mi era più, ecco, nichilismo, chiusura in un sistema autoreferenziale. Parla, di’ qualcosa. Che cosa posso dire? Non ho niente da dire. Che hai in mente? Che cosa provi? Niente, non provo niente. Solo i morti non provano niente, tu mi dici, e forse neppure loro. Mi lasci il tuo testamento, mi lasci con queste parole, con parole che in un sogno, parole che in un sogno segnano segni e suoni sconnessi dalla loro semantica, foni indistintamente sfasati in un errore di sintassi. Le tue parole sono forse solamente eredità della mia memoria. La mia memoria? Che cos’è la memoria? La nostra storia è durata nella cenere, persistenza è stata estinzione. Il tuo testamento, eccolo, il tuo testamento, mi stavi lasciando e non lo sapevo, mi lasciavi e non volevo capirlo, no, l’avevo capito e lo negavo a me stesso, eri lì, eri lì pronta per me, ma lo negavo a me stesso, sapevo che ti avrei fatto del male e l’ho fatto. Il mio era un meccanismo perverso nella permanenza di immagini costruite su sfasature di toni e colori contrapposti, uno split screen di immagini freneticamente avviluppate in un meccanismo straziato, rovesciato e roso dall’irragionevolezza della mia arrendevole inettitudine di fronte al caos della mia vita. Ti ho ferito e non ho realizzato, ti ho ferito e non ho provato pentimento, ti ho ferito, ti ho sventrato: eri dilaniata, squarciata, lacerata, mi hai chiesto aiuto, hai voluto me al mio fianco, ma io non ho voluto te, se non un altro me, una malsana e sporca immagine della mia eterna disfida tra me e me. Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una collina verde che ci attende.

VIII

Ritrovo un foglietto sbiadito nella penombra sul tavolino accanto al divano. La mia nullità nei sospiri della nostra memoria ritrova vigore. Nella bianca luce della parete di fronte a me ora vedo, ora vedo un rantolo agonizzante che sopì il mio fermo volere in una spenta foresta di percezioni roteanti su se stesse. Nella parete bianca della luce agonizzò un rantolo avvolto in uno spento volere che ritrovo in un messaggio di una penombra sbiadita. Finito tutto: il mio cuore, atrii e ventricoli, le valvole non impediscono più il reflusso, cuore che non sfrutta più l’ossidazione di sostanze energetiche, sfasatura tra sistema nervoso centrale e nodi del miocardio specifico, del tuocardio, tachi-bradi-cardia, καρδία, cor, coeur, herz, heart failure. Non avevi ancora inizio, nell’inizio non sei, sempre sei l’annuncio dell’inizio, l’inizio dell’annuncio sei, sei intatta e virideggiante pietra. Corpi e occhi in scrigni e culle, corpi candidi, cellule di attinte nevi, mobile tenerezza nel corpo della tua mano, sfocate fosforescenze in terrore e tormenti. Io ti chiamo, me non sono più un io, forse non sono mai stato me: mi illudo nella disillusione dell’io, disilludersi nell’illusione dell’io. Io sono e non sono un’alterità perduta, io non sono e sono un terrore nei tormenti o forse un tormento nel terrore. Iridate e sapide psichi, anime insipide e monocrome, poi multicolori, illusione dell’esistenza del colore, rivelazione delle onde elettromagnetiche, spettrale rivelazione nel magnetismo tra onde di inesistenti e pulsanti pallori, tutto consunto in macerie inesplose, materia che alimenta entropia, laddove il sol tace e non vedo amore.Ma sono felice, credetemi, sono felice, perché laggiù c’è una collina verde che ci attende.

IX

Ora volge via il cerchio dell’ombra, assopito eternamente da mille sogni che potrebbero sveglieranno. Non mi basta avere il tuo vestito, la tua carne, voglio di più, ti voglio vedere succube, io sono tuo, io sono il tuo succube. Annaspando tra le tue curve, asperità del mio sistema nervoso sul candore della tua pelle, sono tornato bambino, succhio i tuoi seni e il vuoto di un sopore ancestrale, il sapore del tuo ventre, asperità di aspro lucore, candidi umori delle tue labbra, un universo di mille colori rivelati nella libertà di un sogno che dischiude un volo di tenui melodie, specchio che riflette, rifrange e modifica immagini inverse, il fiore della tua pulsante energia potenziale. Un’immagine sale e mesce chiarori, baci, contorsione e torsione del nostro linguaggio. Tanto gentile e tanto onesta la tua gentile onestà nel tempo primaverile, la tua sinuosità e la tua leggiadria deturpate da colpi, fremiti, battiti, pulsazioni frenetica, leggiadra e amorfa frenesia. Ma ora che tot mos bos sabers desvai, non so chi sono e dove sono, turgido e marmoreo il rifrangersi di inversi chiarori, io sopra e te sotto? Te sopra e io sotto? Non mi piace un ventre chiuso come non mi piace un canto ingabbiato dalla retorica, retorica di un ventre chiuso in un canto ingabbiato, intonare un canto su un ventre chiuso nella retorica di una voce soffocata. La mia donna risplende in tutte le parti, l’ho eleogiata e apprezzata affinché abbia maggiore pregio in uno spasimante e sparuto fugace attimo di un aspro sussurro che non avrà mai fine. Sono felice, credetemi, sarò sempre felice, perché laggiù c’è una collina verde che ci attende.

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