Non ricordo più nulla, non ricordo più quelle graffanti urla, tutti sono scomparsi, scomparsi nel vuoto, e io urlo nel ricordo di una scomparsa. Risplenderà il fiore inverso nella brina e nel gelo? Risplenderà il mio talento di un fermo voler nelle imprecazioni, nel grido e nel lamento di chi mi ignora?
Giornate trascorse a fissare il vuoto, a guardare una strada oscura senza fondo. Non ricordo chi ha raddoppiato le tenebre, le tenebre in quanto assenza di radiazioni dello spettro elettromagnetico. L’inverso voler nel vuoto desiderio delle tenebre: il nero è un colore o l’insieme di ognuno di essi? Forse è assenza dello stesso, perché tutto è niente, niente è tutto. C’è, c’è solo l’invisibilità di una perla iridescente, opaca e grossolana, ma pronta ad essere raffinata, tagliuzzata, sminuzzata fino a farla evaporare. Sono su questo divano a imprecare da solo perché non ho più imprecazioni da dividere con altri. Un amore finito? Un amore vivo che soffre della lontananza? Un amore da spezzare e tagliare, da seviziare e oltraggiare. Non so come amor m’ha preso e ora mi cuoce, stringe e taglia per cui imploro, piango e fischio. Fischio intermittente nell’ombra caotica e cianotica di un pianto fischiato nello stridere di laceranti implorazioni rivelate nel caos. Il caos? Sono tornato nella rovina della mia prigione: il pallido livore della luna rovina e nell’assaporare il tuo tepore immagino te che accarezzi le immagini di un giardino sempreverde. Virideggianti immagini nella rovina di una pallida prigionia che la luna assapora nelle carezze del tuo tepore. Una ferma immagine di te che non sei più nella tua bara, io baro perché illudo la tua tiepida immagine accarezzata tra cianotiche rovine. Caro papà, ti parlo ma non trovo il senso, il senso del mio aspro parlare m’è duro. Nella opaca luce di questa stanza ti interrogo e rimugino, ma il mio rimuginio è vano come è vana la mia ombra che si spegne nella tua penombra. Posso solamente interrogare la tua immagine sopita nel mio rimuginio, posso solamente colpire e infierire schiaffi intermittenti sul mio capo fino ad abbattermi. Una teoria o un modello che possa farmi ritornare a ritrovare me stesso? Perché dovrei ritrovare me stesso? E’ il ritrovamento di questa sana insania che mi fa fremere le vene e i polsi nell’erotismo della mia roca dodecafonia, la dodecafonia della mia solitudine. Ecco una teoria occlusa in una metodica scienza da carpire nella critica di immagini carezzate nel tepore di condizioni condensate in variazioni infinitesime nell’avvinghiarsi di una indolente prassi asistemica. Cianotici modelli matematici di sistemi che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali. Iniziale condizione nell’esporre una spenta prassi in bagliori intermittenti nel caos della mia disinformazione. Amore mi ha cotto, stretto e tagliato per cui ho implorato, ho pianto e ho fischiato.
“Togli questo disco, questa musica metallica mi fa schiattare int’ a panza”
“No, è bello, papà, ascolta qui”
E’ forse il nostro un sistema governato da leggi deterministiche? Empirica casualità nell’evoluzione di variabili dinamiche. Il mio caos è tornato dalla prigionia, il pallido livore della luna rovina nella prigionia di un eterno sapore: assaporo te e rivedo il tuo tepore, immagino te nella carezza di un giardino sempreverde, immagino una scienza da carpire con metodo teorico tra carezzate sensibilità di infinitesime condizioni variate in un vario vagare. Uscire dal sistema, sistema in via d’uscita? Accarezzo la gaia scienza della mia prigionia nel tepore di immagini in leggi di una empirica casualità. E’ la gaia casualità di una tiepida prigionia nel tepore di sapide leggi immaginate nell’empirica di inversioni sintattiche. La gaia prigionia della scienza nelle leggi della rovina delle immagini nell’empirica del caso. E’ la prigionia casuale che la scienza delle leggi rovina con immagini empiriche: la scienza che il caso esperisce nello sterminio delle mie idee. E’ rovina l’apparizione che la scienza della gaia empirica casualmente rivela in una esperienza. Un’esperienza sterminata e svuotata.
“L’arte e la scienza sono promesse di felicità? Che bella felicità la mia”
“Basta, io preferisco un figlio scemo ma felice. Non voglio un figlio scienziato e infelice”
Ecco la promessa della vera felicità: ora ti ho rivisto, ti ho rivisto, papà. Lui mi abbraccia e io assporo il suo abbraccio: riapro finalmente il mio mondo a quello dell’altro, anche se sono ancora offuscato dalle tenebre dell’oscura vanità del tutto, poiché ho bestemmiato la virtù divina del male. Forse oggi riscopro nell’altro l’essenza che forse mi illudo di vedere in me. L’essere e l’altro, qual è l’essere dell’altro, qual è l’altro nell’essere? E’ vero che in un sistema chiuso e autoreferenziale aumenta l’entropia? Ero offuscato, sospeso, mi illudevo di vedere me nell’altro e mi illudevo di scoprire e rivelare nell’altro l’oscura tenebra di me stesso. Ho rivestito la notte di un velluto madreperlaceo che ha soffocato la mia voce nell’espressività della sua stridula modulazione, ho modulato nella stridula espressività la mia voce soffocata nella notte madreperlacea con un velluto di tenebra. E mi illudevo di scoprire e rivelare nell’altro l’oscura tenebra di me stesso.
“Come ti sei ridotto. Sei ingrassato, fumi due pacchetti di sigarette al giorno, ingrassi la tua bile in cianotici riflessi di annientamento. I tuoi giorni esperiti nel sopore di una notte che è letargo più che l’oblio di venticinque secoli.”
“Papà, la mia vita si posa ora su rocce sedimentate tra gridi appiattiti e ripiegati nel fioco lume di un vecchio cero”.
“Tu ripiegato nella tua vuota magia. Tardo pede in magiam versum. Tu ripiegato nel vuoto delle tue immagini, immagini con tardo piede di annichilire Dio. Tu ripiegato nel vuoto della tua vanità perché non conosci altruismo”. Altruismo? Parola oscura di una lingua viva nel proprio dichiarato assopimento, assopita nella vivacità della propria oscurità. Altruismo: dimenticare, obliare se stessi e lasciarsi cadere per la dolcezza che va al cuore nel tentativo di tornare a rivedere le stelle. Altruismo: visionaria follia volta all’immedesimazione nell’alterità, mistico avviluppamento in una pulsione panica e onnicomprensiva tra i risvolti dell’era post-darwiniana.
“Che cosa stai scrivendo?”
“Papà, sto scrivendo brandelli di visioni nella mia visionaria follia”.
“Ma che vai ricenn’? Scrivi sul’ strunzat’, ‘sta frase fa schifo, ‘sta parola non c’ha senso, guagliò, ci devi lavorare su, devi conoscere, parlare, uscire, vedere gente, sennò non scriverai più niente, non diventerai nessuno… umiltà, ricordati questa parola, umiltà.”
No, non voglio essere umile, io sono quello che sono, io sono colui che sono, io sono qualcuno che nega questa parola, la parola nega il volere essere umile nell’essenza del suo enunciato, enuncio parole volute e negate nell’umiltà altezzosa, altera e alterata dei miei sedici anni. Ascoltavo ancora l’album ‘Parachutes’ dei Coldplay e lacrimavo triste e commosso, il cuore trafitto da fitte nel sogno di una vita puramente mentale, le mie lacrime nel lago del cuore che poco acquieta il ragionamento di una mente avviluppata da un sogno obliato. Le canzoni di Parachutes, malinconia nelle molteplici immagini obliate, prati candidi in cui non vedevo rilucere più il sole, sentieri sterrati in periferia, il profumo della mia prima ragazza, amori tanto lievi quanto svaniti, campi di fragole pronti a sbocciare dove non riluce il sole e dove la chiarezza d’amore si irradia per affinarmi tra i risvolti variopinti di un tanto sognato nulla. Le parole, di chi sono le parole? Le vedo in fondo a un fiume che risale e mesce chiarori nell’ombra di un infinito nulla involto in un opaco bagliore di evanescenti labbra, simboli perduti in uno spaziotempo che mesce numeri di due insiemi diversi. Il tempo cos’è? Il mio tempo cos’è? Il tempo è breve sogno percepito da una funzione che mette in corrispondenza biunivoca vani segni di un evanescente bagliore tra le labbra di un involto opaco. Il tempo è l’infinito nulla rivelato dall’eterno fluire di acqua mescolata nell’arpeggio di una lacrima. Il mio ossessivo immaginare rivede i miei pensieri in una camera inversa, la camera inversa dei miei pensieri, i ricordi residui di una vita ancestrale, passata, attesa nel vuoto della sua vanità. E ora, papà, svanisci! Rivedo lei in quella camera, immensa nella tua nudità. Mi domando confuso perché la mia donna non si è più illuminata per me, incupito e aspro mi domando perché quella mia donna non è più mia. L’oscura donna confusa mi domanda luce offuscata e inviluppata in una camera dalle pareti cianotiche. Improvviso bagliore si spegne nel viluppo delle mie domande.
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