Viva l’Italia

 

Mi sto spegnendo nel borgo natio selvaggio, io anonimo volto in una coalizione di clan selvaggi tra ombre e volti innominati. Viva l’Italia perché qui, proprio qui vedo dee e muse che celano rare sorgenti di celestiali carmi tra le loro increspature. Qui dee e muse da venerare perché, Madonna, dir vo voglio che la vostra celestiale altezza e la vostra luce mi ricorda che te admirare non sum dignus. Qui dee e muse venerate dai padri e incitate dalle madri, trofei o gioiello da contemplare per il loro servetto di turno, sempre pronte al servigio d’Amore come Griselda o come Ruby, se rubi e ti presenti firmato Armani e con una Porsche. Qui dee e muse svaniscono quando non più giovani, bensì vecchie e laide, ormai sono da lasciare altrui.  

Viva l’Italia, paese di santi, poeti, navigatori e inventori! Se contorci e confondi dieci o undici lingue sei esibizionista; se sai di non sapere, sei ignorante, sai troppo e sei saputello; non lavori e sei schiavo della noia, lavori e sei schiavo del dolore. Hai venticinque anni e sei troppo giovane, ne hai trenta e sei vecchio. Ahi serva Italia, che sei tu se non bordello di macerie, sei sepolta nella tua stessa tomba, mausoleo ermeticamente chiuso nelle tue rovine, vecchio organismo che operi e richiudi, bende su bende, metastasi sanata sul grembo e metastasi riapparsa nella mente, depressione su impressioni impressionanti in espressionisti esperimenti esperiti nella perizia che perì nella speranza che una spavalda spada operasse contro di te anche se oppressa nel suo appressarsi. E tu, che di Silvio sei il parente, anzi il figlio, ridi pagliaccio, tra sparute e sterili emozioni; ridi pagliaccio, ché la tua risata ti faccia eco dalle Alpi alle Ande, da Twitter a Facebook. Ridi pagliaccio: della corruttela generale sei oggi il mentore. E chissà chi sarà il tuo prossimo.

Viva l’Italia e qui tutto cambi, perché nulla deve cambiare. Tu, pagliaccio, nel carnevale di sparute maschere funebri bacia con la tua mente perfetta il corpo del padre che fingi di denigrare. Il padre veglia su di te e sempre veglierà su di te all’ombra di un Nazareno che invidia la misericordia di Sodoma e Gomorra. Tu, tra finissimi sistri, ridi pagliaccio, figlio oggi di quella élite che saccheggia e brucia l’italica terra per le degeneri generazioni, poi spedisce i figli tra i sentieri più impervi e vecchi. Vecchie e vecchi ritardati ascoltano la Traviata traviati da pietoso esibizionismo intessendo con avidità le loro cinquanta sfumature di grigio sotto il cuscino con concubine, amanti o con l’eterno tirocinante che sotto la poltrona del padre padrone attende invano.

Viva l’Italia, perché persino i cimiteri di cui ti adorni e di cui tanto fai sfoggio sono più vivi di te. A me sfinito, concedimi riposato albergo o l’opportunità di vivere lontano da te, matrigna che le viscere della terra insozzi della tua superbia senza averne il fio, o avendo il fio di chi da morto non ha più rimpianti verso una vita vissuta e spenta nelle segrete memorie di geroglifici sepolti semanticamente nell’intenzione di un autore che non aveva nulla da dire, e per questo non si fece capire. Un autore che non aveva nulla da dire, e infatti e non lo fece. E tu, padre mio, figlio e vittima della corruttela italica, tu che alzasti il viso contro di essa, perché accettasti come ultimo atto di libertà, da me accompagnato, il viaggio verso gli inferi? Nunc querimur vitam.

Leave a comment