Epitaph

‘Dove sta andando l’umanità? Boh!”

Mao Tse-Tung in un’intervista del 1966

Una neurolettica analessi frange la mia amena amigdala in un progresso interiore che forgia e dichiara a lettere di fuoco l’illusione della mia volontà cosciente in una vivida visione di varianti adiafore delle manifiche sorti e progressiva della condizione umana. Seduto sulla sua poltrona, nel buio del suo salotto, avrei volentieri ascoltato e ostacolato ostracismi e ossidate ossidiane, avrei franto ossidi ossuti e nitrici tra nitriti, sebbene non avessi intenzione di irretire e iridificare irrisorie ironie poiché ero istintivamente svilito. Un altro sorso di whisky e vodka. Cos’era? Non rimembro nient’altro che parole di ruggine sepolte nella neve che si dissigilla proprio ora che i prati tornano a rinverdire e gli uccelli cantano, cinguettano e gridano gorgheggi e volteggi nel volgere in fino amore il mio volenteroso cuore scisso da una prassi apparita e reificata nel vacuo della sua vanità. Teoria e metodo, metafisica e fisica, dialettica di narcolettica dialefi che sintetizzano anestetiche sinestesie. Sì insisto, Deus aiuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti. Aiuta la mia autocoscienza che atomizza e automatizza la replica di una autocommiserevole compiacenza. Solo e solitario, singolarmente assiso nell’assediare il consesso di sinistri sistri che seminano il vacuo della mia vanità. Papà, perché te ne sei andato? Perché mi hai abbandonato, nel tuo cuore abbandonato, nei tuoi occhi abbandonato? a te affido il mio spirito che esperisce esperimenti di esplicativa espressione nell’espiazione della mia frenetica frenesia. Papà, io ancora ti vedo seduto sul tuo divano, come una statua e un totem, il tabù della mia colpa di figlio, la venerazione di una vacua e vana metafisica irretisce e svilisce il mio canto, canto e grido nello squarciare e squadernare il mio abisso. Abissale aborto di aberranti abazie che rivelano risvolti reificati di un pensiero che la psiche analizza nell’annullamento della propria volontà cosciente. Ora coscienziosamente reifico la coscienza che annulla la propria volontà nel pensiero che rimuove l’ultima parvenza della mia psiche. Papà, il totem del tuo volto risplende nel salone dove guardavi la tivù. il totem che risplende nell’oscurarsi del mio sguardo, il totem che recide il mio sguardo nell’oscurarsi del salone della mia psiche. Tu riflettevi sui tuoi occhiali le immagini di quella tivù e mi guardavi ancora.

“Bubbù che è?”

“Bubbù!”

Correvo ad abbracciarti e avvinghiarti con la mia sete di te che assetava il mio volto di pizzicarti le guance nell’illusione che tu fossi sempre con me. E tu mi guardavi ancora, avvinghiando la mia sete nell’illusione di eternare il tuo amore. Ma nel correre verso il tuo abbraccio, io abbraccio il vuoto delle mie promesse e della mia solitudine, la sconfitta che eterna un’illusione nell’idealismo di una prassi spenta e rinsecchita. Papà, dove sei, ti abbraccio, ma non ci sei più, dove sei? Mai più ti vedrò. Mai più vedrò il tuo volto nel volgere dei miei passi. Mai più vedrò l’ombra della mia libertà nel librarsi del mio volo verso la bellezza che nel baratro purifica nelle belle lettere l’eterna illusione di una vita nova. Mai più vedrò chi nel pianto e nel sorriso vegliava sui miei passi e sulle mie orme per abbracciare il mio volo nella bellezza di un’eterna libertà. Mai più vedrò, mai più vedrò la tua parola che nella luce illumina la libertà di un eterno abbraccio che mi salvi da me stesso. Me stesso nella melma, nel baratro che mi divide dall’illusione del tuo sorriso, me stesso nel baratro che eternamente sprofonda nel mio cieco parlar coperto.

Amore nel desiderio che ispira la volontà di parlar coperto tra spirali di spiranti immagini che ragionano nel baratro della mia mente. Il tuo amore che il desiderio forgia in immagini avviluppate nel mio cuore volenteroso di parlarti. Ahimè tutto ho perduto, ogni mercé è perduta e mai più sarà resa. Dal momento che né preghiere, né diritto, né pietà possono ricondurti a me, papà, io sono morto e come morto ti rispondo e mi nascondo dalla gioia e dall’amore. Ay Deus aiuda, in nomine patris et filii et spiritus sancti.

Lievemente andiamo insieme dove l’ingegno e fantasia sognano nuovi lidi e nuove verità. Non temere, la natura ci farà navigare tra sogni di eterea bellezza. Come in una vacanza al sole. Un sole inframmezzato da franti fracassi di onde elettromagnetiche propagate nel vuoto di una vacua vanità tra assoli di soli e sopiti sospiri che singolarmente salutano la salvezza. Una pulsione eterna di sinaptiche psichedelie somatizzate in trascrizioni di segni specularmente rimarcati sullo specchio della mia inettitudine. Trascrizioni di tracotanti frammenti tradotti in un segnale incompleto e interrotto, mancata trasmissione di linguaggi nella replica della maschera che rimarca la mia eterna pulsione di vita. La vita eterna? Ah, dimenticavo che Dio è morto. Ma come fa a essere morto Dio se io sono ancora vivo? No, Dio è morto, devo fingere di non essere dio anche se so che il mondo finirà con me.    

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