Missa est

 

O veglio onesto, che con vigore lo spirito del mondo consacri nella negazione dialettica della tua fragilità e innocenza, io canto piangente nell’attesa di un’inattesa redenzione, oppresso nell’ascolto della tua lontananza. Io canto lo spegnimento di ogni sparuta speranza, io canto la contemplazione delle mute mie ore soffocate dalla tua perdita. Perdo la mia muta voce. Sofficemente sul tuo volto si abbandonano le mie dita, che pizzicano la toccante melodia del tuo volto, incastonata tra le tue guance. I tuoi sonori baci soffiati con l’impeto e il vigore di un direttore d’orchestra risuonano nella mia voce opaca di dolci detti.

O veglio onesto, l’atonia della mia voce evoca il tuo sonoro volto nella replica della tua vita. La sordida massa disperde con il suo ego il mio delicato afflato sospingendomi al fondo di riavvolte increspature che tra ondulate modulazioni ritorcono le mie ossessive contorsioni nella tua ricerca del tuo volto.

O veglio onesto, sono ossessivamente riarso nel rigurgito di opache contorsioni che spazzano ogni pulsione in pungenti fremiti di annichilimento. Sento proteine di un retrovirus che spegne i miei fremiti nella coazione a ripetere dei miei incubi. Incubi che copulano con confusi e sconclusionati deliri. Alienato tra aliene nenie barcollo tra irridenti risate che replicano la mia atona voce fino al suo soffocamento. Dio è morto e ha lasciato il più sensibile dei suoi figli in preda a una demenza precoce imposta da un latrante Cerbero che crebbe tra crepitii di increspati sinaptici crepacci.

O veglio onesto, tu commosso ammiravi quel signore che in paese accompagnava al cinema il figlio morente. La cinematica del fetido fato mi accompagna orfano tra vaghe immagini di simulacri sconsacrati del tuo volto ricoperto di pianto. Dimmi, papà, che cos’è il fato? Il fetore di un vecchio facinoroso avvolto in un fascio che ossessivamente rinnova alla vecchia vita l’oppressore. Che cos’è il fato? Il fetore della cloaca che serialmente replica la repressione di voci deliranti nello specchio della sua psiche. I’ll be your mirror to reflect what you are, the beauty you are.

Vedo solamente padri padroni, capi dei clan impigriti da imperizia che replica totemismi totalitari. Vostra è la replica dello stupro di gruppo, del fango e dello sterco che mi immergono in stonati stornelli. Vostri i vessilli che vessano i derelitti, opprimendoli con dipendenza di oppio e di ferormoni che sospingono l’amigdala in lisergiche pulsioni di morte. Odio i professori di matematica, diceva il burocrate che ti ha ucciso. O veglio onesto, perdonalo perché assaporava il sudato salario, conio falsato, che come alacre corvo lo relega tra rottami riarsi comprati a caro prezzo e pronti a ostruire arti e arterie in un fango di sterco e sperma. Davvero meritano il tuo perdono e la tua misericordia? Tu solo nutrivi la tua speranza nel nostro esserci, mentre io ancora nutro la speranza nel nostro non esserci.

O veglio onesto, denuncio e sovverto finché non potrò più sovvertire il flusso della mia frenesia che fruisce del fremente e franto fracasso che arde tra le rovine dei falsi miti e di un’innocente infanzia perduta. Hanno sepolto la nostra specie sotto il peso di rottami e liquami in un’ossessiva produzione e riproduzione che prolifera nella coazione dell’esalazione di un ultimo respiro impregnato del nostro soffocamento. Rottami e liquami soffocano le mie risate che irredente irridono la mia compulsiva e falsa favella nella speranza della nascita di una buona novella che appicca ripetute fiaccole nelle fauci del mio vano e ultimo sproloquio.

O veglio onesto, ricorda che la vita è bella.

Missa est, et pax vobiscum.

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