«Ed io sentii con una punta d’amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino. La seguii dunque come un sogno che si ama vano: così eravamo divenuti a un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito della festa, davanti al panorama scheletrico del mondo»
(D. Campana, La notte, Canti orfici)»
Il nulla, paura del vuoto, horror vacui, orrore e orripilante orogenesi nichilistica del senso di essere qui. Non saprei, ma la nebbia che mi offuscava le tempie continuava a picchiare insistentemente in un ritmo di 4/4, ossessivamente ossequioso a convulsi ossessi in consessi sconclusionati. Lì, in una quella camera mi sembrava tutto così confuso. Vorrei confondere la mia vana sensazione eppure vuoto nell’orrore che saprei continuare a picchiare in sconclusionate contorsioni di vane sensazioni. Liquori, ron de Caldas, alcolici sopori nel tentative di assopire una gioventù che sogna di volare in una bottiglia di medicina che picchia a ritmo incessante come la colonna Sonora di un incubo che non ha mai fine. E tu, Luna, immensa nella tua nudità, ancora miro il crepaccio che increspa le tue possenti curvature, il mare della tua tranquillità e del tuo impeto che assalgono e abbagliano il mio fermo e pulsante desiderio di abbracciarti e rimanere sopito su di te come in una bara. E tu, Luna, dimmi, che fai, o Luna, così silenziosa in cielo?
“Vieni qui, ti insegno a ballare”. Mi reggevi e mi tenevi fermo, un, dos, tres y vuelta! Un, dos, tres y Vuelta”. Speravo che fosse un supplizio destinato a una fine, eppure no, no non voglio morire ancora, non mi tormentare. O luna, ebbra della mia frenesia, frenesia nel portarmi in un nuovo e inesplorato territorio dove mi sento estraneo, estraneo al pulsare della tua imagine che mi conduce verso tremiti e fremiti che squassano nella notte; eppure c’è, c’è nel mio estraneo annaspare un vuoto, un vuoto che mi è familiare.
Mi prendi per mano e ci appartiamo; tu ti avvinghi a me, io mi avvinghio a te. A te avvinghio la tua mano nella mia mano, mia mano sul tuo corpo vellutato che sto per suggere nel suggellare la mia bocca nella tua: no, non posso spegnere le nostre mille seti che strimpellano mai sopite ardenti arsure di una ossessiva sinfonia che come ossessi ci travolge tra sparute speculazioni sulla bella e dolente vacuità del nostro essere. I tuoi occhi che brillano levigati allo specchio della luna
«Eschucha, ¿vamos en hotel? M. tienes el dinero, guapo?» mi dici
«¿Vamos en hotel?» ripeto.
Un taxi, dov’è un taxi? Ma, cazzo, perché non arriva? Il mio corpo incorpora sentimento di petrosa ironia, che ossessivamente travolge la levità dei miei frenetici pensieri. Ipotalamo che induce ipofisi in un campo di ippocampi che in gioco d’azzardo confondono e mescono chiarori della mia frenesia. Chiarori e abbaglianti abbagli che abbaiano tra lacrime che rigano il mio volto e la mia mente: tutte queste lacrime stanno traboccando così tanto che potrebbero svegliarmi dal sogno della mia eterna felicità.
Scendiamo, mano nella mano, la mano scende e scivola sul tuo seno e sulle tue curve, le tue curve scivolano sul mio tocco delicato e pregnante, pregno dei tuoi umori. Il taxi ci aspetta in una strada polverosa e buia. Il buio della notte illuminato da lei, dalla Luna. Dimmi, o Luna, che fai silenziosa in ciel? Qual è il senso che tu sola intendi e nell’intenderlo intendi te stessa e il tutto? E’ possibile che sorgi, brilli e indi ti riposi indarno, ignara delle sciagure che mi perseguitano? Luna, dove sei? Mano nella mano
«Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi dicevi
E’ possibile che sorgi, brilli e indi ti riposi indarno, ignara delle sciagure che mi perseguitano? Luna, dove sei? Mano nella mano siamo quasi una sola carne.
«¿Sabes que soy una hija de puta, M.?» mi ripetevi
«No es un problema, niña, yo soy tambièn»
«¿Sabes que odio la gente? In general, yo soy antisocial»
«¡Que bueno! Es mejor que ser asociales»Asociale o antisociale? Antagonista del sociale, no, ma antecedente del sociale, primitiva come il ritmo che martella in 4/4, incessante, nel cuore che spezza atri e ventricoli al ritmo di nicotina e catrame. O mia Luna, la tua limpiezza, la tua trasparenza che traspare nella velata tranquillità, tu che in mari e in mille increspature multicolori che suggo nel soave licore del tuo sguardo cinerino. In quel calle polveroso e nebbioso, nebbia che divide e intreccia i nostri sguardi in un gioco psichedelico, pericoloso per me e per te. Ecco, ecco, il taxi è già acà. Abbarbicati e avvinghiati sul sedile posteriore, quale albergo, pregunto, quale albergo? L’Imperiale, una suite con vasca idromassaggio? Idrofilo nell’idropisia che mi arde dentro, la mia bocca e la mia lingua intrecciate in un bacio che spento e spianato soffoca nel mio tardo e fioco parlare. Non ricordo dove eravamo e la mia immaginazione sbiadisce e recide il suo volto. Una casa coloniale di cultura cafetera, un porticato nel selciato di un posto straniero, selvaggio e primitivo, selvaggio e straniero il tuo occhio semichiuso ed ebbro di baccanali mai sopiti che da menade conducevi nella camera dei miei pensieri. Te, o Luna, che lustravi il sentiero con fermo piede, te sola che invochi Ecate triforme. Ecate che nel suo lunare splendore si contorce e ansima in un ansiogeno torpore che gravita per lo stupro della bandiera americana ancora giacente nel suo bel seno. Porgimi il tergo, o Menade, e dammi il desio di esprimermi perché io voglio dire ed elogiare la spenta speranza che spreme il nostro ardito ardore di eterna ribellione. «Sì, ¡estamos aqui! Perfecto, podemos hacer fiesta».Una inserviente ci attende nel patio, accanto a una porta semichiusa, intagliata di legno color ebano: finalmente, porte della percezione e del mio fine sentir. La cambra, quella cambra del desiderio in cui tutti vogliono entrare, quella cambra in cui, Madonna, dir vo voglio che il nostro lontano amore sarà fin troppo vicino, tanto vicino da farmi tremare le vene e i polsi. Solamente vicino è il degno amante che rispetti la cortesia della sua gentile amata, perché druz ni druda no es per cuda. Viva l’amore cortese perché più cortese del mio non esiste. Ora, proprio ora, l’amato rituale cortese attende la dama e il suo cavaliere, tra bottiglie di tequila e di whisky che franano e planano in un urlo pronto ad avvilupparci in una lieta e sincopata polifonia notturna. Suvvia, entriamo nella camera della mia psiche; che la musica suoni! E la musica suona! Che la cetra vibri le sue dolci melodie! E la cetra vibra. La mia psiche per niente colpita dall’orchestra invisibile che ottunde e pulsa il suo licore nell’illusione della mia volontà cosciente. O mia dolce psiche, psichedelici spasmi elettrochimici che le sinapsi indirizzano verso la corteccia prefrontale, la corteccia che sto per spezzare in rivoli riarsi di sinuosi spasmi che cercano, chiamano e invocano il vuoto. O amidgala, tu sola tra stagnanti e fracassi fremi di liberare l’istinto che trapassa e spegne la gaia scienza. O sapienza degli spiriti magni, che vago errare! Che vaghe speranze! Non più Freud o Lacan ma miserabili maniscalchi che fracassano le mie tempie della mia prassi nella speranza di trovare il fantasma che abita il castello, il fantasma che frene, per cui fischia, canta, grida e balla nel burlarsi di voi tutti. Via, via il vestimento che leggero ricopre il selciato della tua limpidezza. Tu, nella tua immensa nudità, tu petrosa nel pietrificare il mio sguardo, tu getti via tutto, tutto via! E, oh! Finalmente ti scopro e tu ti riveli nella tua immensa nudità, ma non ti sveli, e rendi me fine amante della dottrina sotto il tuo velame. Tu, che in sinuose curve nascondi il fremito del tuo respiro, il respiro che avvinghia, cuoce e stringe la mia persona. Sì, e ora ti vedo meglio, ti vedo ballare nel tuo bellissimo vestito, ti vedo sotto il tuo vestito, ma devo dire che sei la miglior vestita. Io nudo mi avvinghio su di te, la tua bocca in cui riassaporo saliva amarulenta, salvia e menta, ron e whisky. Dove sono? Dove sono le tue belle membra? Il tuo ventre depilato con cura, atrio e patio di innumerevoli sogni che cullano l’alta immaginazione ma qui falta, l’alta immaginazione che qui mancò possa. Non posso favellare, non posso cantare, o forse sì, sì perché il mio lamento non ha mai fine. Finalmente intrecciati, incespicando l’uno sull’altro, premo la mia bocca sui tuoi seni, poi le mie mani delicatamente tastano la levigatezza della tua pelle, e poi ancora più giù, sul tuo bel ventre, su quella lieve e sottile spaccatura che spacca il pulsare del mio inguine, che freme di una nuova gioia, nuova gioia da suggere nell’impeto dei miei spasmi e delle mie contorsioni. La felicità della pistola bollente che spasticamente sparute spiragli di speranza che è sul punto di effluviare della più sentita e dolce speme. La felicità della pistola bollente, sì, sì: ora che ti tengo tra le mie braccia, e le mie dita sul tuo grilletto come un grillo che mandrillo manduca l’ultima frenetica mansione che avvolge la mia speme di possederti, di penetrare il tuo ego, di penetrare il desiderio e la volontà di essere in te, di essere te, di essere con te, di essere per te e per tre, uno e trino, nelle sinfonie stridenti e acute che avvolgono la nostra sete in un vortice multicolore. No, alza le gambe, e tu tutta ansimante dei tuoi umori mi attendi. Io non tardo, non torno indietro, via, inserisco piano, poi più a fondo, e poi velocemente, su e giù, tracotanti e tracimanti trivellazioni e carotaggi che tritano e trovano triangoli di trapassanti vortici che prima lievi, poi a impulsi, poi si spengono e si accendono, poi in un vortice che non ha fine, che fa tremare, pregare, cantare, fischiare e festinare la festa che in umidi e soavi spasmi fa traballare e ballare il mio fiato. Fuori! Sì, sì, sono ancora attivo, attivo ancora, ti bacio e affondo la lingua nella tua, parole intrecciate in un vortice che vacuo vanifica le mie parole; il mio fiato pulsa, intermittente, intermezzo di mezzani che mietono il mesto e magnifico furore della mia volontà cosciente. Sì, ti giri, e con foga e impeto, oh sì, ¿que pasa, bella? Da dietro, da dietro è tutto ancora più meraviglioso, e ora sì, dentro, entro in antri che inesplorate caverne di miti mai sopiti, tra foreste che rivelano un lago di ampia e cristallina confluenza, una cascata e un guado. Io immerso tutto nell’annaspare, e nuoto, mi dimeno, mi dimeno ancora di più, un flusso che fluisce ininterrotto e mi sommerge nella dopamina, nei tuoi umori che più caldi e sfavillanti effluvii non ho mai visto. Noi, bagnati fradici, tu bagnata dei tuoi umori mi chiedi di spingere, di sospingerti a fondo, io ti sospingo, poi navigo, e risalgo, correnti che corrono e correggono il mio avvolto sentimento di assopimento e di asservimento al tuo piacere. La luna, la luna piena sopra di noi, e la nostra camera riluce e rispende di un altro sole, anzi di due o tre lune, tu che con soavi voci mi richiami, tu che ti libri in sinfonie che da ben temperate e melodiche si inaspriscono, si avvizziscono, sì, continua, continua a cantare e a urlare, io urlo e canto e mi contorco in una visione che ci travolge e ci trascende in ululati urgenti e quanto mai sopiti. Eh sì, ora la caverna rivela un crepaccio fendente, più stretto, che chiede nuovi e riarsi rivelamenti nel sussultare della nostra frenesia. Sì, prendimi, te gusta la mi chocha? Tu mi dicevi follame, io pensavo follame, e tra fogliami e fulgenti folgori io arresto il mio nuotare e annaspare, suggo la mela che matura offri dischiusa dal tuo ventre; me la offri come un trofeo, un trofeo che suggo e lecco per assaporare i tuoi umori, sempre più, sempre più insistenti. Una mela? O forse era papaya? E ora, due meloni, due meloni rivelano l’ingresso dell’altro antro che nel suo antroporfismo in seni, insenatura e golfi, in un vortice vano e vacuo vacillo nel trapanare. Laddove nessuno entra, laddove si inunghia il mio desiderio e non si svelle, laddove non si divelte e si ora un platano maturo, tutto da cogliere e da suggere, lì nell’affondare e nell’annaspare come un peso che cade come corpo morto cade, cado e riemergo, e poi ancora in un moto che annaspa e coglie i battiti delle tue ali che mi trasportano a vedere quel raggio di luna, quel raggio di luna che traspare nei più bui fondali e fondamenti del mio essere. Tu che dici? Ti piace il mio culo? Sì il culo che arde e riarde come un totem che mi impietrisce e mi introisce nel tuo profondo desio che tutto avolge, dolore e piacere, alto e basso, chiaro e scuro, tutto in una mescla multicolore che mi ottunde e mi spezza il fiato. E ora io nel tentativo di riemergere, gonfio, gonfio nei polmoni e nell’inguine, sprazzi di speme che ottunde la mia vacillante fede, sparuti e spastici fendenti che come rugiada avvizzisce sulle foglie che bruciano d’inverno su alberi raggrizziti. Sì, eccomi, riemergo, io sotto, tu ti volti, e sì ancora, ancora mi chiedi di darti amore, vuoi, vuoi tanto amore, Whole lotta love, una via dentro, ancora, vuoi amore, amore che muove il sole e l’altre stelle, amore e il sesso gentile sono una cosa. Alla tua sensualità rempaira sempre amore, amore che condusse noi a solleticare le corde di una sottili e vibranti impulsi elettromagnetici che si librano sottili nella mia sprezzante malinconia. E ancora, ancora sprazzi, ancora sparuti schiamazzi, sì, ancora fischi, canti, grida e cinguetti, sì, e ancora fendenti feromoni che feriscono teste e testicoli, testimoni e testure che intessono intrecciati e avviluppanti controcanti in un contrappunto che cresce, si increspa. Epididimo che libera la speme e la corsa verso una nuova vita, una vita tutta da suggere, una vita che unisce il cuore e il corpo, corpo e cuore che non vanno scissi, scissione si inerpica e inebetisce in spasmi, alti, contralti e soprani che intessono la polifonia del nostro desiderio, eh sì, sesquipedale, ossessivamente ossequioso, tracotante, tracimante, tremebondo bubbolio, asperrima aspide ah, abbacinanti abbeccedari, abbindolati e abbarbicati e rivolti su se stessi, eh sensuali sensi che senza sentore sentono il senso della sensualità, sensualità del senso, sesso, ossesso, senso del senso, sensucht, ah! E libro: fuori il libro dei miei umori, tutto, tutto suggi e suggelli con la bocca che trabocca della speme delle mie parole, una pioggia di parole che ci avvolgono e ci avvinghiano nella speranza di un istante che possa durare in eterno, un istante così duraturo e così frenetico, che pulsa a intermittenza, che pulsa sempre di più, un istante che sale e mesce i chiariori della nostra natura. Un istante così eterno tale da poterci svegliare in ogni momento da questo sogno eterno. E fu così che liberai in mille sprazzi e in mille rivoli tutta la speme, tutta la nebbia che ottemprava le mie tempie ardenti in un tempio che parla parole nuove, simboli nuovi che non riesco ancora a decifrare. Mille sprazzi che il desiderio di te non riesce ancora a sopire. Ah, insieme abbracciati in una culla che tra cascate e gentili efflui di whisky e ron, in una culla così gentile in cui sono assopito, una culla in cui cerco i tuoi seni per non staccarmi mai più, una culla in cui una lieve e sibilante sibilio mi avvolge nella profonda quiescenza di uno stato di pace, la pace, e io mi stendo su du te per suggere una vita migliore, proprio come dentro una bara. Pochi attimi nell’illusione cosciente di essere eterni. Eterni attimi nella camera di un’illusione, come favole e leggende antiche così lontane, che si mischiano e si mescolano come neve che si dissigilla al sole: ora di lei non rimane che un solo lontano ricordo. Sì, un fu un giorno infelice, il più felice della mia vita.
II
Abbarbicati e avvinghiati nell’alcol e nel sudiciume di quella stanza d’albergo, sono nel letto con te che mi tieni la mano, come una fidanzata o piuttosto una mentore. I tuoi occhi socchiusi e il tuo odore cristallino annunciano che la luna è già tramontata. Faccio per alzarmi, ma un peso mi sospinge e mi fa affondare ancora nel letto.
«Luna, ¿estas despierta?»
I tuoi ronzii tramortiscono la mia mente, che nel mentire e nel trasmestio di una nenia sommessa per un po’ acquieta il lago del cuore ancora avvolto nell’alcol e nei liquami della sera precedente. Mi levo per mirare meglio il tuo viso e faccio per accarezzarti, ma stamattina mi sembri diversa; uno strano animale che si contorce per cercare l’ultimo raggio di luna dell’aurora. Il tuo viso avvolto nel pallore, dai bei capelli neri e lunghi, i tuoi occhi scuri semichiusi ma ancora sonnecchianti. Le tue labbra che in una stretta mordono il piercing sulla tua lingua, un monito che mi dice di allontanarmi. Ti osservo, e osservo le ultime forze che ho prosciugato con te. Il tuo corpo levigato e le tue gambe ricoperte da un tatuaggio strano che non ricordavo. Una foglia lunga che ricopre con i tuoi capelli nell’antro della foresta che come primitiva ti vede danzare all’ombra di un ruscello, rigoglioso e ridente di fantasie e dei baccanali che con il rullio del nostro desiderio abbiamo invocato nella vita della nostra breve notte. E ora, più, giù sfioro il tuo ventre con la mano, la tua fica che a lungo desiderata mi accoglie come cuscino e dà riposo al guerriero sfiancato dalla lunga battaglia. Uno scudo, vorrei effigiare il mio scudo della tua immagine, io che ti porto in battaglia così come tu mi porti a letto.
«Te gusta la mi vagina?» con un mormorio quasi sommesso.
«Estas despierta, niña?»
«Mas o menos».
E ora fai per accarezzarmi i capelli languidamente, mentre io osservo i tuoi occhi ancora gonfi dal sonno. La tivù, un grosso quadro piatto attaccato sul muro davanti al nostro letto, era accesa e mandava immagini di un film porno. Un enorme e palestrato nero che accoglie sul suo inguine una giovanissima e sinuosa una bionda.
«¿Te gustan los pornos?» mi chiedi, mentre sbadigli come una tigre che è intenta a trovare il suo angolino per ronfare.
«Mas o menos»
«Me gusta mirarlos, especialmente por la masturbaciòn» mi dici.
«Listo»
«M., soy un poquito ebra. ¿Quieres fumar? Tengo yerba ne la bolsa»
Ti levi di scatto, mi sfiori la punta del naso e fai per alzarti, ma la tua borsa è a terra, ai piedi del letto.
«No te préocupes, yo la cojo»
Una borsa con pochi effetti personali: un quaderno, qualche spicciolo e un cofanetto. Stavo cercando il tuo cellulare, ma non lo trovavo.
«No tranquilo, no tengo el movìl. No me gusta. Yo soy un poquito anticuàta».
Mi strappi dalle mani il cofanetto e lo apri: la marìa era in abbondante quantità, e forse la stavi ancora per tritare poco prima che mi agguantasti alla festa.
«¿Que drogas te gustan?» mi dici, intenta a tritare, sminuzzare e rarefare il tuo desiderio, fisso e intento nella voglia di gustare il tuo paradiso, la bellezza di una promessa di felicità
«No, me gusta solo el Tabaco. La nicotina es la mì novia.»
«Sai, M., è stato bello ieri sera, ma ero un po’ ubriaca e non sapevo che facevo»
«L’alcol è la conseguenza, non la causa di ciò che abbiamo fatto.»
«Seriamente, non lo so, se è malinconia o qualcos’altro, ma non so. A volte guardo la natura in fiore e mi viene indivia, invidia della gioia di quelle piante, della libertà che quasi il cuore mi si fonde.»
«A me non piace la natura, o meglio alla natura non piaccio: ancora devo capire che cos’è la natura.»
«Eres muy loco. Listo: yo elegì el hombre mejor por esta noche»
«Somos todos locos, y que no sabemos de ser. Quieres que te conduzco a casa? Puede ser que algun està esperandote.»
«In verità no, proprio nessuno. Vivo sola da quando ho 14 anni; prima in una casa famiglia, poi dai 18 vivo sola. E tu, tu hai qualcuno che ti aspetta a casa?»
«No, non lo so, non penso che qualcuno mi aspetti.»
Mi chiedi di passarti la borsa, e nella borsa che aspetto di trovare un qualche maggiore indizio, un indizio che mi passi e mi sveli la tua natura che in una rivelazione passeggera e vana mi accresce l’arsura di sapere, sperando che qualcosa da sapere ci sia.
«Posso farti una domanda. Che cosa provi ora?»
«Uuh, ti piace fare domande, domande, sempre domande. No, non provo niente. Sono una hija de puta, te dijò. Sai perché siamo finiti a letto insieme? Sai, è perché ti ho conosciuto stasera»
«E’ l’unico motivo questo?»
«Sì. Io odio la gente. Davvero, la gente non mi piace, non mi piace la gente perché, perché sappiamo distruggere tutto ciò che dovremmo amare. Amare la gente è come amare la carestia o la pestilenza.»
«Anche quella è natura. La natura dei miei sensi mi dice che in tutti i sensi non ho più certezze.»
«Tu che sei così perspicace, nella perspicacia delle tue belle parole sapresti trovare un nome per quello che provo? »
«No, però ti dico che le tue parole mi sono familiari, così familiari che mi sembra di parlare a uno specchio che molto mi piace.»
Intanto ti passo la borsa e tu prendi alcune cartine per arrotolare l’erba, e io ti fisso, ma mi sembra di fissare un ombra che in sonore e ossessive pulsazioni metalliche compone una nenia che potrebbe non finire mai.
Ma dimmi, dunque dimmi se il paesaggio lunare che ci ha avvolti in un lastricato, in un selciato di silicio che non ha mai fine… non so, ma forse c’è, c’è una forza di gravità misteriosa che attrae il nostro vaniloquio, che fa attrito e attutisce colpi tra basalti e selciati di un sentiero perduto nella camera del mio desiderio. Non lo so, person nel nostro vaniloquio mi sembra, ma non so, di parlare con me stesso invano, cantando e squarciando le mie urla contro un vetro che riflette solamente un lontano ricordo di quello che in passato ero, un altro uomo in parte da quello che sono ora. Un uomo che sognava mondi fantastici e inesplorati, e ora chiuso in un mutismo senza fine non ha più sogni, non ha più speranze, ma solamente la speranza di continuare a cantare e a squarciare in mille frantumi lo specchio, per scavare, per raspare, per essere sommerso dall’indifferenza di chi non si cura, ma guarda e passa.
Ora, luna, parlami e dimmi se per qualcuno la tua voce ha ancora una qualche importanza? Ora, luna, che con i tuoi mari e i tuoi monti, tu che accogli omuncoli nel tuo seno che pretendono di capire la tua vera natura, tu, tu sola intendi te stessa e nel tuo stesso intendere e da te stessa intesa e intendendoti ami e sorridi contorcendoti e avvilluppando te stessa in gioia, pianto, dolore e ironica. Tutto insieme: arcobaleni da arcobaleni che si levano, si confondono e si contorcono nella contorsione dei nostri bei pensieri su una vita tutta da suggere e da adorare fino alla fine dei nostri giorni. Suvvia, luna, parlami di nuovo.
«M., non fraintendere, non fraintendo quello che mi dici, ma tu non puoi rimanere nel fraintendimento delle mie parole».
«Ti ascolto».
Tu intanto rolli minuziosamente la tua canna, e attenta come un alligatore nel canneto, intento a scrutare e a mirare, lavori incessamente e mai trovi riposo.
«Insomma, M., la sensazione che ti dicevo, è proprio questa che mi ha spinto verso di te. E’ come quando cammini senza meta, una nebbia che ti attempa la mente, e non sai dove andare perché non hai una meta. E’ come quando tutti i giorni sono uguali, ma stai aspettando incessante che tutto cambi, che tutto possa farti di nuovo sorridere. Sì, M., io sto aspettando che il caos continui a generare entropia, perché solo entropia conosco e solo caos. Un nuovo viaggio, un nuovo viaggio attendo, e attendo, ma il vagare non mi porta a nulla, solamente a farmi capire che sono arrivata da qualche parte, ma non qui, non qui dove calpesto la terra. Persone come noi, M. – sono sicura che tu sei così – persone come noi sono destinate a non avere una meta, a non avere una verità e certezze, e sono destinate a una lunga notte insonne che sembra non avere mai fine»
«A non avere mai fine» ripeto.
«Per questo, M., inutile rattristarci, che cosa ci importa alla fine? Non importa quanto la notte sia insonne, quanto l’entropia e il caos attempino la nostra mente nel nostro vagare. Non importa se ci sarà qualcuno ad aspettarci a casa, perché alla fine siamo sistemi chiusi, autoreferenziali, in cui si reifica la nostra incomunicabilità. Il nostro fine sentire e il nostro fine soffrire è alieno a tutti gli altri, e gli altri non potranno mai farci sentire diversamente. Non importa se nessuno ci capirà, se nessuno rimarrà a guardarci mentre raspiamo il fondo e ancora, sempre più, sospinti a fondo da questo male oscuro che non ha nome».
«Non riesco ad accettare che nessuno possa guardarci, aiutarci e tenderci una mano. Quando viaggio senza meta, il mio sogno è di trovare una casa, una camera, uno spazio dove qualcuno mi sta amando. Quando viaggio, mi piace pensare che qualcuno mi stia aspettando, che qualcuno stia vivendo i miei pensieri e le mie emozioni, qualcuno che mi veda affondare e voglia accogliermi tra le sue braccia, per non lasciarmi mai più»
«Quel qualcuno non esiste, esiste solamente nella camera dei tuoi pensieri. Accetta, accetta la sofferenza e accetta di continuare a vagare senza meta, fin quando il viaggio sarà troppo doloroso e ti sfiancherà tanto da stremarti definitivamente. Io non mi aspetto nulla dalla gente, e dalla gente mi rifugio e mi alieno, perché la mia alienazione è il mio solo rifugio dal male del mondo. E lascia perdere se nessuno vorrà ascoltarti: ascolta te stesso e continua per la tua strada, perché ben presto sento che non ne avremo altre da percorrere».
Le tue parole spezzate da una tosse, prima lieve, poi intermittente, mentre nell’intermittenza della tua perdizione nel vano parlare e nel fioco sguardo che dalla perfereria mi rivolgi, tu sei lì intenta a cercare un accendino nella borsa, poi finalmente accendi la canna, arsura dei tuoi polmoni e conforto del tuo annebbiamento, tra sinapsi che muovono la tua corteccia percossa e inaridita, pronta a liberare amigdala nel magma delle tue fluenti, spezzate e singhiozzanti elucubrazioni. Finalmente fumi, e nel fumare liberi la repressione della tua figura, percossa e immersa nella palude che ci divide da un canneto irsuto e riarso, dal quale flebili parole parlano un nuovo lamento che si rinnova nel nostro desiderio del vuoto.
«Sai, M., quando ero piccola sognavo un mondo più bello, più limpido e più pulito, un mondo circondato da amici, un mondo in cui avere più amici fosse più facile. Ma poi mi rendo conto che tutto era un’illusione. Quando ero piccola sognavo di scappare di casa, librarmi oltre le cancellate del carcere per essere libera, libera di volare con le mie ali, che, seppure spezzate, erano tanto ansiose di cercare e di guardare verso l’alto. Ma ora, ora ho capito che quella libertà non esiste, ho capito che oltre quelle cancelle c’è il nulla, il cupo vuoto, ma non importa. Sono ancora qui, e rido, rido a crepapelle, perché non me ne importa nulla più del mio male oscuro. Ormai credo di averlo somatizzato tanto che è parte di me.»
«Non avevi una famiglia? Insomma, non sei scappata di casa senza rimpianti?»
«No, non so chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo e non me ne fotte. Mia madre beveva e mi picchiava, e forse chissà in quale cimitero è sepolta, chiusa e ricoperta dai fuochi fatui della sua tequila, che forse ancora la ardono e le ravvivano lo spirito. No, non ho rimpianti. Chissà, forse se avessi avuto una famiglia normale, sarei normale anch’io, ma non mi interessa la normalità. La normalità mi rattrista e mi spegne. O forse non sarei stata lo stesso normale, perché la mia mente vaga e girovaga, mescolando immagini, colori e profumi in una nebbia che sale e corrompe tutto ciò che incontra. No, non mi interessa la normalità»
«Neanche a me interessa, però ti dico, sono davvero colpito dalle tue parole tanto che mi piace ascoltarti. Penso che rimarrei una vita intera ad ascoltarti, nella vana speranza che tu mi faccia sazio della tua esperienza. Sì, una esperienza che ammiro. Io miro nel tuo dolore la speranza nel rinnovamento di una nuova vita».
«L’illusione, forse solamente l’illusione ci rimane per temperare la nostra vita dalla morte di chi ascoltiamo. Ma, M., non credo che ci rivedremo più dopo questa notte di increspate follie, di furori e di vortici che ci immergono nella confusione della frenesia della loro immagine. M., è stato tutto un sogno, e voglio che come un sogno tu lo ricordi. Non credo che ci rivedremo più».
«Perché dici questo? Non siamo mica morti? Possiamo ancora vederci, e possiamo uscire domani. Ti invito per un caffè».
«No, M., non voglio che tu fraintenda. Sei molto carino, ma persone come te possono essere pericolose, pericolose perché tu, tu solo potresti dare voce a rocce di gridi che sono avvolte nella mia gola. Ma, caro M., non posso».
«Invece puoi, io credo che parlare ti farebbe bene e farebbe bene a me ascoltare».
Io faccio per abbracciarla, ma lei si divincola nettamente, come una Menade che scoperta nel segreto delle magie che procrastinano le sua notte lancia un monito a chi non è degno del suo segreto.
«No, M., io sono in cerca di uomini che non mi facciano pensare, di uomini che siano solo strumento per un piacere voluttuoso e passeggero, che dura l’istante di un fulmine su un mare impetuoso e mai sopito. M., io sono per gli uomini che mi definiscono una poco di buono, per lenoni in cerca di brevi avventure senza domande, per grossolani che mi conoscono per il nome di puttana. No, non posso parlare con te perché non amo rivelare il mio segreto, non amo chi può rivelare il dolore e trasformarlo in una tempesta di rose che coprono il mio abisso. Caro M., non credo che ci rivedremo mai più, ma ricorda la mia parola e fanne tesoro».
III
Perché mi sento più solo? Perché sto seduto al tavolo di questo bar nella notte a fumare una sigaretta dopo l’altra? Stanotte il fumo del mio tabacco mi attempa le tempie più di altre volte, la mia mente senza vasopressina, senza dopamina, senza inibitori della ricaptazione della serotonina. Senza di te, serotonina, che vita è a me? Sto guardando la luna da questo portico, ma la luna è coperta da un grattacielo che con i suoi sudici vetri copre la visione di un’amica, un’amica che mi pare familiare, che mi pare intendere e nel suo intendimento mi parla con parole sommesse, geroglifici che ancora che non so decifrare. Molto tempo fa, molto tempo fa, non so, ma qualcuno mi parlò toccando il suo corpo perfetto con la mia mente; la Luna mi invitava a viaggiare con lei, a viaggiare cieco, e so che posso fidarmi di te, mi acara, perché tocchi il tuo corpo perfetto con la mia mente. Un giornale, un foglio sbiadito sotto il mio bicchiere, una foto, una giovane dai lunghi capelli neri, con il viso assorto verso il mare, il mare che la invitata a vivere per sempre, a viaggiare con lei ciecamente perché sai che toccherà il suo corpo perfetto con la sua mente. O Luna, tu che mi prendi per mano e mi porti al tuo ruscello, al tuo posto, dove possiamo sentire l’acqua scorrere e fluire incessamentemente nella sua vitalità che rinnova immagini e suoni di un altro mondo, di un altro pianeta, di altri noi, purificati e leggeri in una natura che avvolge i nostri corpi perfetti con la sua mente perfetta. Sì, trascorro ancora una volta la notte con te, la notte con te a mirarti e a guardarti per l’ultima volta, per dirti che non ho amore da darti. Posso solo ascoltare il ruscello che ti parla, che ti parla, che ti accarezza per avvolgere l’ultima volta i nostri corpi perfetti con la sua mente.
«Sì, ha visto che bella ragazza?» Mi fa il barista, mentre mi porta il whisky
«Ma che è successo?»
«Si è gettata dal quarantesimo piano del grattacielo più alto, in piena notte. Che spreco, che bella chica, che orrore».
Che insania, che orrore, un’insania che mi è quasi familiar, direi. Ma non provavo nulla, nulla, perché sapevo che eri morta con me quella notte, eravamo morti nel mirare la vita che non si curava di noi, ma guardava e passava.
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