Are you Experienced? (Take One)

«We’ll hold hands / an’ then we’ll watch/ the sun rise from the bottom of the sea / But first are you experienced? / Have you ever been experienced?/ Well, I have»

(Jimi Hendrix, Are you experienced, 1967)

Preludio

O Magico Lipton che sei numero uno, la tua potenza è nulla senza controllo perché un diamante è per sempre, soprattutto quando Dove – laddove si indova un dovizioso dovere – nella vera bellezza offre un sapore vero da dieci e lode nella Milano da bere. Che mondo sarebbe senza Nutella soprattutto spezzando un kitkat accompagnato dall’analcolico biondo che fa impazzire il mondo. Caro Dante, comunque bella ‘sta commedia, divina, ma non sarà troppo lunga? Ma non ti preoccupare, cara Beatrice, che per scriverla basta un rotolo di carta igienica.

M.

Fantasia stammi molto vicino,

Donna bella e oscura con me rimani

E di clara landa io canti fino

Amore che in avulsi diafani

risuona nell’ebbrezza d’un vino

nero che sgorga in chiari spiani.

Nell’ebbrezza non so se devo essere

O devo supporre di non essere.

Ben non intendo ancor perché accanto

A me c’è tale nulla da esperire.

Erompere di tal duol deve il canto

Ebbro di un degno occluso fremere,

Ebbro di un fine narrare e santo

che la mia donna chiede avvolgere

In un involucro di aglio bianco

Nella polvere di un saio bianco

Fantasia, dai fine teoria

e gaia scienza ad un vero amatore

della bella e libera entropia

e dai vera entropia in un furore

che naturale rièmpie la pazzia

di un sogno da cogliere nell’amore

di  analizzare e reificare

che non so se si possa avverare. O Deus, ayuda, in nomine patris, filii et Spiritus Sancti, que serà esta frenesia? O Fantasia, spegni e agguanta e ferma il nemico e nel mio essere nemico spegni la mia ruggine e la mia essenza in catarsi, rinnova nuova vita in un nuova vibrazione di un canto variopinto, ora che sono in difficoltà nel chiarire parola oscura.

L’implorazione della fine mi libera

dall’isolamento dei tristi tempi.

Fischio e piango in gabbia sistemato

un’arte dilaniata morta e sventrata.

Soppressione tra spettrale inganno

e omologato e solitario inganno

schiavista che crogiola nel nulla

Nella pena capitale di un alieno nulla. O Deus, ayuda, in nomine patris et filii et Spiritus Sancti, que serà esta frenesia? L’anima della mia dolce psiche è aborto di una forma che è struttura, di una struttura che è forma pronta a informare e formare l’urlo della mia sopita frenesia nella ripetizione di una pena capitale. Omologazione che all’infinito differisce la vita  tra cifre involute nella fecale ruggine che ora alimenta l’inetto fango del mio sistema.

FANTASIA

Non ora esiste più l’arte che dici.

Dici tutto quello che è sepolto

ora non per natura dello stolto,

ora non per una oscura volontà

ma per una politica di auspici

Che d’intelletto l’uomo sia sfolto.

Arte sventrata e dilaniata morta

dai soprusi stuprata nel capitale

inganno racchiuso dallo specchio

di un plusvalore estorto dal sistema

che non spegne e batte il nemico

e nel bello mai più rinnoverà vita.

Così voglio dire che questi sozzi

fumano miseria nel vendere

fumo e nel vacuo e inutile spendere

con quel liberismo che giammai

con la logica della giustizia cozzi:

mai giustizia in loro si può vedere:

viva il progresso e nobis miserere!

O Deus ayuda, in nomine patris et fili et spiritus sancti, que serà esta frenesia? Tutto vano ormai nella notte fatale e non più fatata che in un sistema a pompa idraulica incessante rimuove la bella pazzia che è parte della nostra ontologia. Vani commerci che commerciano del fumo l’alta truffa in velleitari stridii. O dunque, via i mercanti dal tempio, via per sempre i mercanti da incerte e tremule parole di pilastri e di torniti rituali che rinnovano la vera vita in canti, lamenti, fischi e singulti, suoni e voci in contrappunti di avvolgenti e avvezzi avvicendamenti del contrappunto dialettico della mia mente.

Interludio

O dunque, viva il progresso e viva le risorse umane del nostro così tanto umano avvenire: voglio una Sprite per ascoltare la mia sete di sapere e sapore. Voglio più denaro, non mi basta, no, troppo da comprare, ma prestitò e il contante ce l’ho. Io che sono imprenditore metto tanta gente e lavorare: come possono sentirsi schiave di questa libertà le mie ingrate formiche? Brondi, chi parla? Sei ancora tu? Ancora non vuoi convincerti che la nostra libertà va condita con crema e gusto: ogni momento è quello giusto? La patatina tira sempre più che cento macchine di treni. La maionese mi dà gusto a volontà ora che in questo sapido sapore assaporo la bellezza del tuo gusto, e nel giusto gusto di Peperlizia voglio un contorno che mi vizia.  

FANTASIA

Mira come questa neve al sol nuda

Rimane per i caldi rai che copiosi  

il velame offuscano un po’ paurosi

e rivelano il soggetto della verità

tal che càssino ameni la druda

menzogna del mito essendo ansiosi  

di in te informare luce verace, sinuosi

di libertà e di vagante alacrità.

Rottami e liquami di avidità,

avidità che commercia schiavitù,  

che come libertà vende il parvenu.

Troppo fetida la cloaca ove mercati

e banchi evirano servi appagati.  

O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et Spiritus Sancti: que serà esta frenesia? O spettri invisi e involuti nello specchio dell’omologazione solitaria,  o vivaci fremiti chiusi in una riconosciuta frenesia di cifre e di involute chiusure nello specchio di un sistema dopaminergico occluso e spento nell’inibizione di vasopressina. O atomi che rantolanti e procubi e dilaniati nella desolazione di un ideologica e stordita nullità, come pietre rotolanti, rotolate e sacrificate il vostro essere e il vostro non essere. Assetato soffocare la sconfitta nei giorni di una fine spenta e fatua, fatua e un po’ tremola nell’annichilirsi tra liquami e rottami che riscattano e reificano la pulsione di morte. Rotolare e rantolare, necesse est.

M.

Or ben intendo codesta velleità

della solitudine che dei contriti

e di nefasti tempi l’alacrità,

il miserrimo incubo degli afflitti

e dei miseri l’avida ebbreità

nella miseria fan sì che io slitti.

Parlar e lagrimar afflitti

mi vedono maledire la banalità

del male e l’incomunicabilità

di noi miseri adesso cinti

della dolorosa disarmonia:

nel torpore efferato siamo pinti

di vasopressina e frenesia

affinché schiavi siamo tra i vinti.

O Deus, ayuda, in nomine patris et filii et spiritus sancti. Que serà esta frenesia? Via, via i sozzi sciamani, via, o cattivi poeti di questi tempi poco poietici. Ma chi siete e chi vi legge? Fino a quando dovrò ascoltarvi? Andate via, voi totem che avvezzi alla frenesia e con robotica e roboante vigore felici servi siete, non immo homines. Servi siete che la vostra merce deve bruciare con le loro scorie e seppellirvi del tutto. Del tutto i servi non rivendicano se stessi. Perché tutto questo? Nessun tempo sottratto più a noi, a noi il tempo non sia solo negozio. Non solo crediti, debiti e cifre involute nello specchio di un sistema dopaminergico occluso e spento nell’inibizione di vasopressina. Vasopressina che insozza come cloaca la dopamina che incessante occlude la frenesia e l’asfissia e le ripetute urla soffocate in rota igualmente mossa.

Interludio

Crudo o cotto? Granbiscotto. Poi cosa vuoi di più dalla vita? Un lucano, sì, magari con un cubano. Sono stanco, sono sfinito, dormirei mille anni, mille incubi pronti a svegliarmi. Mi riparo in un’aia perché dove c’è Aia c’è gioia, poi aspetto la pollastra con malizia, profumo d’intesa, e insieme berremo il sapor di cioccolato che rende il latte prelibato. O altissima, purissima e levissima volontà di tè che nel cuore m’entra con amor che nella mente mi ragiona, soprattutto quando la frutta è nel formaggio: sapore al primo assaggio.

FANTASIA

Si lavora sempre e si differisce la vita,

vita inetta racchiusa nella ripetizione

dell’inutilità, senz’arte e con coercizione

tal che vivere e morire è lo stesso

ora che nessun ossesso cita

diatriba o farsa in elucubrazione. O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et Spiritus Sancti: que serà esta frenesia? O solitari maniaci depressivi, voi che procubi nella notte mistica dell’animale umano deturpate lo specchio del vostro imago, rivolgete il sembiante alla dottrina sotto il velame, che malvagità ha avviluppato la verde natura e nella verde muffa ha avvolto radici, chiome e tronchi: rivolgere occorre il sembiante alla social catena che incatena chi senza disio non può far volare le sue ali. O voi che nella turba di folli solitariamente assisi invano parlate e lacrimate! Lacrimate la morte di tutte le illacrimate scienze dell’animo sopite nella dottrina dell’ineguaglianza e della inettitudine. O voi che lo strido del fango vi offusca il bel sembiante, sicché è verità che delle due bisacce è più pesante quella che non vedete sul tergo. O voi, vani filosofi della positività, o voi, sciamani di isolati tessuti cognitivi che mentite nella cognizione del nostro forzato isolazionismo, quousque tandem abutere patientia nostra?

M.

Chiedo, piango e imploro e fischio

e in suoni, gorgheggi e volteggi

dolci cinguetti e gridi nel rischio

di spegnere i miei tanti arpeggi,

affinché or antichi detti inneggi

e di vecchie storie albeggi

e di esempi riveli e riecheggi.

Io sì, intendo adesso ben capire

come s’indova inedia dell’arte,

l’arte che da esto anonimo diparte  

luogo così omologato che frinire

fa milioni di automi che in parte

o del tutto vanesia fa patire.

Interludio

Con la carica di questo caffè e l’energia del cioccolato più lo mandi giù e più ti tira su. Voglio fare l’amore con il sapore soprattutto quando fuori è croccantissimo e dentro morbidissimo. Ancor non so ben fare l’amore con il sapore, ma il sapore con l’amore è meglio e costruito intorno a me. La sozzura e la putrida offesa che mi porgi vive sempre di più come la lavatrice vive di più con Calfort.

FANTASIA

Ora che cortese domandar porgi

farotti brevemente di esempi

e di storie sazio cosicché scorgi

la verità politica dei tempi

e oscura frenesia arrogante

che, o malvagità, di te ci rièmpi.

Teenage Mary disse urlante

ho venduto la mia anima

e ora deve essere claudicante

di una grande volontà opima  

della visione dell’alta Roma

che delle mura solidissima

cingeva la sua bellezza toma.

Ma l’incatenata e ferma volontà

e l’ignoranza dell’arte in chioma

spense tutte ‘este inutili velleità.

In stridenti ilarità la procella

dell’anima che assai di libertà

assetata pur nolente dell’arte bella   

trovò nel delirio unica salvezza,

abbandonata e dall’umanità cancella.

Beardless Harry anima mai avvezza

ai dolci detti degli afflitti

si svegliò di notte con destrezza:

un rampollo di padroni dritti

e dagli incubi sconvolti

da nullità e da tanti schiaffi inflitti.

I suoi lezzi vomiti così folti

in un veemente singulto singhiozzò

poiché mai dal giudizio altrui assolti.

Nel gridare e lagrimare quasi strozzò

se stesso che nessuna bella arte

e nessuna dolce armonia l’ingozzò

tal che l’inedia ancor non si diparte.

Al balcone si avvicinò di soppiatto

e – dall’alta frenesia dei parenti

che di usurai congiunti in atto

depredarono tante giovani menti –

si librò in volo per la prima agognata

opera d’arte, mai da quei serpenti

di un antico livore decrittata.

Continuar ancora ben io potrei

ma nella mestizia mai frenata

scemo il tuo volere mai farei.

O Deus, ayuda, in nomine patris et fili et Spiritus Sacti, que serà esta frenesia? O poveri schiavi, a voi che il vostro tempo è sottratto, è estorto o è perduto per sempre. Sempre come inedia e miseria svellono il povero dall’agio, così voi svellete voi stessi – e non per colpa vostra – dal riposato e frenetico albergo della vostra bella mente. Non sapete quanto fine amore e fine cantare liberano limpidi effluvi di zefiri e di dopamina nella mente mesta e afflitta. Afflitto tu mi parli di teoria e metodo, di metodica prassi retorica ma ormai che tutto è morto e sepolto io vorrei chiederti di abbandonare tutto e rifugiarti presso di me. Me felice ti condurrò per mano a vedere il sole sorgere dal fondale del mare, ma prima devo chiederti se hai l’esperienza, se hai mai fatto esperienza. Ebbene, io sì, io sì ho esperienza. Esperire e nuotare in limpidi effluvi di colorate angustie che nei più belli e lievi mari enondano il fine sentire di baluginanti e vere velleità che le parole accarezzano e lievemente suggellano, con vero amore e fine devozione, come una lingua è intrecciata in un bacio. Ma perché continui a piangere e ragionare in questo tristo stilo che ti fa così poco onore in questi tempi infausti e depressi? Se tu conti la verità, io ben ti do questa vanità. Io che con il dio Pan ho insegnato alla ninfa Eco a modulare dolci canti, io che con le menadi ho ballato, danzato, riarso e riavvolto l’ardore di stridenti grida nella notte raffazzonata da brandelli di struggente frenesia. Io ti dico, perché chiedi a me teoria, metodo e prassi? Io ti dico: perché proprio te insozzi di vasopressina e di struggente elucubrazioni setorotinenrgiche la parallasse che confonde il piano dell’eclittica del mio sentire e contorce equatori e poli nel polo della mia furiosa macchina? Perché proprio tu? Perché della politica questione la tua vita non è scema affinché in questi tempi nefasti i fasti del lamento la gente non tema?

Interludio

Quando Red Bull ti mette le ali la ferma volontà di te nel cuor m’entra che chi senza di lei suole appagare il suo disio, vuol farlo volar senz’ali. Le intense emozioni di Vecchia Romagna sono solo per gente raffinata, come chi sceglie Roventa, per chi non s’accontenta. Quanto ti sto amando, o mia Musa, I’m lovin it, però questo amore è così forte che si specchia in inversi cromatismi e così si raddoppia, come Maxibon, du gust is meglio che uàn.

M.

O vivo topazio, ben che ora dimandi,

non chiedo nè ora posso sottrarmi

e al sottrarmi non chiedo rimandi

e da cortese pregunta pararmi

affinché io bene possa spiegarti

che tanta afflizione e dolore parmi

serbare ‘esta oscura arte nei miei arti

adesso che penso a un veglio onesto,

un veglio onesto spento da irti

ladri che ora mi fanno funesto.

Un veglio morto ucciso da ladri    

che fu di fede e speme  manifesto,

dimentico ora di ciò che inquadri

il nostro stato e la mia nazione

italiana, ora dimentico dei ladri,

nell’affidarsi in pingue distrazione

a inetti medici che di guadagni

avidi nella loro turpe azione

sono sempre davvero grifagni.

Ma nella fede della loro opera

necesse essere ora sparagni.

Non posso ora con volontà fera,

non posso di tale artista grandezza   

cantare perché ogni mia arte azzera

l’ebbra bellezza di tale saggezza

che da sua persona fu tolta tal

che il mio verso è così pochezza.

Interludio

Il meglio di un uomo è solo Mastro Lindo, lo sgrassatore che con lo sporco fa furore. Però ancora penso ad ‘Ava come lava’ e lo scelgo perché io valgo. Poi se sbianca non ingannare la navicella del tuo ingegno, che vaga come nave senza cocchiere, perché non è nuovo, no: è lavato con Perlana. Ora lasciatevi andare, viva la fiesta e viva la noche, ma ricordate: no Martini, no party, e parti.

FANTASIA

L’asperrimo tormento così fatal

mi fa così lagrimar tristo e pio

che quasi più non vedo etica e moràl,

 ma neppur vera politica in empio

villaggio globale darà conforto

agli afflitti e ai vinti in tale scempio.

 Ora solo arte con te di supporto

rimane e sopporta con veemenza

veementi spasmi tutto contorto.

 In tale intorno sopporta l’esempio

dei grandi maestri però prima  

devo preguntar se hai esperienza,

se hai mai avuto esperienza.

Bene, io ce l’ho e or ti accompagno

a guardare il fondale del mare,

il mare dal fondo della montagna

e la montagna dal fondo del mare,

e i raggi del sol dal fondo del mare

quando sorgono lievi all’imbrunire

della oscura notte dell’essere,

ma prima, hai già fatto esperienza?

Hai davvero avuto vera esperienza?

Seguimi e squarcia il nostro ameno sogno

e or dal sogno vieni via con me

e or non più nella natura in fiore

ma in quei mercati orrendi e putridi,

in aèroporti e centri commerciali,

in chiese e in templi del nostro tempo

tra liquami e rottami rifùgiati.

Lì andrai, dove i poveri schiavi

erigono piramidi nel nulla.

Del nulla del progresso tu canterai

e canterai il putrido e fetido mondo

finché gli schiavi vi poseranno

il loro bel corpo sugli ingranaggi

e sulle infernali rotaie perché,

quando atra l’opera della macchina  

è, non possiamo esserne parte,

non possiamo passivamente

né attivamente esserne parte

e tutto il corpo andrà sugli ingranaggi

e su tutte le ruote e sulle leve

e su tutto l’apparato e ora fino

a quando noi non saremo liberi,

liberi dalla turpe schiavitù

che schiavi della omologazione,

omologati con bestie – anzi peggio,

fino a quando non saremo liberi

la macchina non dovrà funzionare.

Se non troverai nessuno che possa,

Che ancor sappia questa arte ascoltare

riunirai pochi d’animo gentile

e di liberale e non liberista

canto dovrai poi alquanto fregiarti,   

che il messaggio un giorno sarà,

sarà ascoltato e certo rinnoverà

nuova vita ma adesso rammenta

che nessuno più saprà ascoltare:

ora solo io e te siamo davvero

un bel teatro e per quanto piccolo

a me sì pare anche abbastanza grande.

Ora canta il messaggio con la panza

all’aria e non fare altra domanda,

ballando al ritmo di moderna danza.

ENZO BIAGI Lei ha scritto: sul piano esistenziale sono un contestatore globale. La disperata sfiducia in tutte le società storiche mi porta a una forma di anarchia apocalittica. Che mondo sogna?

PASOLINI Per un certo tempo da ragazzo ho creduto nella rivoluzione come credo nei ragazzi di adesso. Ora comincio a crederci un po’ meno, quindi a queste palingenesi non si può […] Sono in questo momento apocalittico, cioè vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze, quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro. […] La parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario. Quindi continuo a lottare per verità parziali momento per momento, ora per ora, mese per mese, ma non mi pongo programmi a lunga scadenza perché non ci credo più. […] Non ho più quelle speranze che sono alibi.

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