«Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.»
(Dante, Così nel mio parlar voglio essere aspro)
Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi corridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri, aria fresca che ammuffisce tra funghi pluricellulari, una luce di pollini sospesi nell’aria in una lunghezza d’onda tra i 790 e 430 Hertz di frequenza. Rodospina avvolta nel capitale della mia dialettica che in spore trascendentali connette servi e padroni nella pulsione onnicomprensiva del mio vile e ridente universo, pur essendo fremente e angusta nella replica di nuovi e baluginanti fenomenologie della mia enarmonia.
Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Ora ti chiedo? Che cosa sei per me? La camera dei desideri e della mia illusione? La camera in cui giacqui nella dolcezza di una vita sognata e non esplorata? La camera della mia inettitudine, della frenesia che vaga in immersione di psichedelico tremore? E’ tutto un sogno o è realtà? Sprazzi di sprezzanti psichiche convulsioni avvolgono la mia magione nel viluppo di colori compulsivi e corroboranti della dialettica del mio spirito.
La luce fendente di una luna gelida che trapassa con i suoi spiragli il salotto dove insieme giacemmo, felici, nell’illusione della nostra volontà cosciente. E poi un corridoio, e sulla destra la cucina e la sala da pranzo, la tua sedia dove ti sedevi e miravi i tuoi calcoli e le tue carte. Credimi, credimi, mi vorrei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento così solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla, in cerca di un posto in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia solitudine, mille spettri che mi inseguono e mi chiedono conforto, mi cercano e mi desiderano con la loro ferma volontà che nel cuore mi entra.
Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Fulmini, fulmini di accecante bagliore che abbagliano il mio delirio tremante di un sincopato olocausto di ossessive pulsioni vibranti nella mia mente piangente. No, non è possibile. E lei, lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi lamenti, le perturbazioni del suo occhio che incurvato mi deride, le sue pulsioni: ora i suoi deliri non sono più i miei deliri. Solo un messaggio, un messaggio che sul fondo di uno schermo risuona: me muero, me duele todo. E lui, il tuo cavalier servente, che ride, che ti avviluppa tra le sue braccia spesse e vuote di ogni grazia, e grazie a quelle parole; ma sono qui, sono qui per avvolgere, agguantare, rompere, ardere e riardere tra infernali strida dove frenetico ciascun dannato invoca la seconda morte, laddove tutto consunto e contrito convulso nella più tetra delle notti intrise di tritati e tracimanti effluvi del mio copioso seme della discordia. Sì, lui che con il suo seme semina la sua sterile stereofonia in una vibrante cacofonia che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più lungo che venticinque secoli. Amor nella mente mi ragiona di questo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono. Amor nella mente mi ragiona della tanto bramata caverna che colora il mio variopinto essere nella ricerca dei tuoi dolci cinguettii, gridi, suoni e gorgheggi nella tracotante e stridente dilatazione, nell’elasticità e nel crescendo del mio fermo volere che nel tuo cuore entra.
Tu, bella musa, affascinante e affastellata nella fendente affermazione del tuo dolce canto tra tube e tubi di una oscura e sopita voce che ora, ora avviluppa una frenetica e pellucida dialettica nel cambio di polarità: sodio e calcio dell’oscura reazione corticale. Tutto qui? E’ forse tutto qui la brama della mia vita? O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare rispetto all’impressione che ebbi di quel sogno che ora obliato ippico corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Dove ho lasciato, dove ho lasciato il mio positivo dialettico? Fendente immissione, epididimica epentesi di ippiche ipallagi, frenesia e contrita reazione neuromuscolare involontaria nella ferma volontà di assaporare origano e la mente nella tua saliva amarulenta, proprio nel momento in cui acetilcolina e adrenalina fischiano e fremono nel rilascio di basicità nell’acidità della bella caverna, poiché l’ovulazione del corpo luteo e follicolare dispiega un cambio di polarità, sodio e calcio nell’oscura reazione corticale. E tutto qui? E’ tutta qui la vita?
Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Ora, ora che a me, che a me non sei più, o mia sanguinosa musa, che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte mistica della mia ragione, forse dall’amore e dalla gioia dovrei ritrarmi e dal momento che sono morto come morto ti dovrei rispondere? Me ne vado, prigioniero d’amore, non so dove, anzi prigioniero della mia sterile frenesia prendo a brandelli la parola che nel suo segreto schiudersi oscura e indura nel suo pacato esperire una nullificante esperienza, rotta, perché non ha più nulla da dire, nulla da offrire se non un lungo viaggio verso la passione dei miei deliri; nulla da offrire se non uno schermo che in sterile stereofonia risuona metalliche strida, strida che avviliscono la poesia e l’arte, per l’oblio dei nostri secoli, di un segreto che si schiude nella sua vana litania. Mille colori, mille colori che si invertono e investono immagini sfocate così pungenti che potrebbero svegliarmi dall’incubo della vita.
Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Ora papà, parlami, papà dove sei? Un appiglio, una boa, una qualunque risposta. No, litania che non ha mai fine, litania che corre e mi guarda con occhi ormai consunti da lacrime che non hanno più vigore, che seccano prima di ritornare a risplendere negli effluvi più sinceri e più liberi; perché il dolore è ormai cristallizzato nel vuoto della sua vanità, cristallizzato in urli peripatetici, patetici e così striduli che nel rifrangersi dei suoi infrasuoni non udii nient’altro che quattro minuti e trentatré di silenzio. Silenzio che non era nient’altro se non la sommessa e soffocante tua richiesta di dialogo. Io ti guardavo, sì, con le lacrime agli occhi, i tuoi occhi pallidi e singhiozzanti della tua preoccupazione, i tuoi occhi così simili ai miei, che come uno specchio mi hanno avvolto, perché da quando mirai nei tuoi occhi non più mio, ma fui di qualcun altro. Specchio, specchio, da quando ti miro nella camera della mia mente, mi hanno ucciso i sospiri dal profondo. Io mi allontano, e correndo, tu mi insegui.
«M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?»
«Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi singhiozzante.
«Non ti preoccupare, papà, papà campa parecchio, se tu lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommiserazione stai affondando e affondando sempre di più nel senso della vita, nella vita che fluisce vana e lieve come un torrente impetuoso che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascoltare i dolci detti».
«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato in un incubo, in una notte che perpetua fluisce nell’attesa di un mio risveglio. Ma non ti vedo. Lo so che fin quando non finirà, io non, io sarò destinato a essere sballottato sempre»
«Siamo tutti sballottati, o meglio se non lo siamo tutti, non lo è nessuno. Ascolta la natura, ascolta i dolci canti che ispira in questa serata. Quando Amore mi spira, io annoto e a quel modo che detta io ti parlo. Non c’è nulla, nulla che possa alleviare questi tempi oscuri, se non la beatitudine di un attimo, di un istante di questa ferma volontà, di questo desiderio che tocca il tuo corpo con la mia mente. Solo questi attimi, questi attimi mi dicono che non devi più fuggire e non devi più nasconderti da te stesso»
«La mia volontà è debole, papà. Come sconfiggere, come sconfiggere lo spirito del tempo con questa accidia che tutto muove e niente sottrae alla centrifuga della sua fiumana?»
«Non parlare, non parlare e resta in ascolto. Non cercare nulla al di fuori di te stesso, non aspettarti che gli altri ti guardino ma prova a guardare, a guardare oltre. Quel ruscello da te immaginato, quelle piante che a margine lo accarezzano in quella foresta acquattata dietro a quella montagna, non le vedi quelle piante? Non rinunciare, non rinunciare alla vera libertà, alla vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo ti ha serrato ogni opportunità, perché là c’è, là c’è la più bella ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, immersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare del canto che ti ha insegnato. Non deturparla con i liquami e i rottami dello spirito del tempo, non dischiudere il tuo cervello, non segmentarlo nello split brain di un cieco o un sordo che non può o non vuole sentire. Non ti perdere in frammenti e in scaglie di caleidoscopici iridi inabissate nel fondo di carta straccia, di dadi e numeri, cabale babilonesi che intingono il loro responso del sangue delle nazioni e delle genti. Non ti perdere in immense speculazioni che avvolgono e riavvolgono noi automi in servi di un ritmo sincopatamente ossessivo che da schiavi di debiti e crediti ci porta a desiderare di omologare, di mercificare e di liquefare il nostro soave incubo di non aver mai vissuto. Caro M., io ho vissuto, e ho vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltando la levigata voce della natura che mi preguntava di abbracciarla, di carezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue braccia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti, e ricordati per amor mio di non essere succube del padre e di nessun totem»
«Sono un Electric Funeral. Tutte le solitudini, tutti i monologhi, tutte le risposte che mi mancano, tutto il mio girovagare e tergiversare nel mondo della mia mia mente, tutto per arrivare da qualche parte ma non qui. In questa notte oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio. Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto lo stesso, e lo stesso ancora stanno implorando e cercando vendetta. Ancora mi ricordo, ancora mi ricordo di quando esperivo frenetico il male oscuro che mi avvinghiava con le sue unghie, e insieme distesi sul letto, tu che mi guardavi assonnato, con il tuo occhio socchiuso. I tuoi capelli sul cuscino come pietre d’oro dormienti, sì, ancora li vedo: molti amori dopo il nostro ora non hanno più nulla da dire, perché la foresta, gli alberi e il bosco ancora ci sorridono e cantano effluvi e zampillanti gocce di lievi e gaie sinfonie. Ma poi, quando ho visto il tuo occhio spegnersi nel terrore della distanza, quando ho visto il tuo spirito contorto e spezzato, ho capito che non c’è modo di dirti addio. E ora vago nel tempo, in un tempo sospeso che dissolve i miei sospiri al vento, e appena giro l’angolo so che non ci sarà il tuo viso, anche se i nostri passi, i nostri passi rimangono ancora nella speranza di ritrovarti lì, da qualche parte, ancora ad aspettare il mio sorriso».
Papà, papà, dove sei? Oh forbice non recidere quel volto, ma recidi il mio; l’acqua sale e mesce chiarori e poi si inabissa nel vuoto di un pozzo che appesta fumi e fuochi fatui nella fatuità del mio fatale e incosciente parlare. Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Cum flueres lutulentus, mi Lucili, in a Gadda way. Ora voglio una pasticca, e un’altra ancora. Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire: ne voglio di più, ancora altre, ecco, amor che nella mente ancor ragiona di questi demoni della vera libertà che conducono laddove la vita è migliore, più limpida e più pura. Prendiamole tutte perché amo la vita, perché non vedo l’ora di colorare la mia illusione che i colori esistano davvero. La cognizione del bianco e nero non mostrerà più segnali nefasti e sfasati compressi nel buio di una sconfitta.
In un vuoto, in una espressiva riduzione che tutto annichilisce, acido ferrico in acido ferroso, scomposizione e semplificazione di numeri che battono ali e spirito in una diade che scarnifica la loro semantica; scarnificazione di rocce carsiche che solo in una convezione di moti porosi lasciano intendere la meraviglia degli effluvi che furono. Come una scomposizione di note in schemi di ritmi irregolari, come un sintetizzatore che sintetizza proteine fino a profanarle dalle floride catene di amminoacidi che furono, come la frenesia di immagini che fluttuano veloci in una macchina da stampa; io posso mirare qualche sparuto barbaglio che avviluppa la pulsazione della mia amigdala in brandelli di scaglie e rottami di cortisolo: ghiandole surrenali che inibiscono noradrenalina, serotonina, dopamina, ossitocina avvolta nell’ossessiva e ossequiante ricerca di ossi da ossidare. Come un padrone che nella sua iperattività dei profitti mercifica e scarnifica il servo nella dialettica di un sopore e sopito spirito di critica del criticamente ineluttabile. Come una rivoluzione che riavvolge e riarde pianeti attorno a un asse inclinato rispetto al piano dell’eclittica, avviluppando frammenti e detriti verso uno spento nodo senoatriale che impulsi elettrochimici non piange più. Come un tempo sinodico che in tempi siderali, laconici e draconici esperisce la ferma volontà di oscurare il suo pianeta nel barbaglio della rota che l’orizzonte divide in geminato cielo, in gemme che ingèminano la pulsione onnicomprensiva di spente e riarse strida di un orrore tutto innaturale, ma perfettamente razionale.
Sì, io sono un Electric Funeral, un Electric Funeral. Ora voglio un’altra pasticca di antidepressivi, e un’altra ancora. Oh, io lasso ora che muovo tutti i prieghi verso Elicona perché Cirra risponda, perché il responso è solo una avversa e inutile rincorsa verso l’innaturale, verso paradisi artificiali che nel loro artificio trapassano quella piaga rossa languente nell’inettitudine del mio vano e trapassante parlare. Viva la vida! Sto per trapassare e forse nell’aldilà c’è troppa, troppa dopamina e ossitocina, troppo benessere, troppa virtù nel tessere le lodi di gioia e amore, troppa virtù, troppa scienza d’amore che non appartiene alla mia natura. Un’oscura passione che una supernova nella visione di una strana onnisciente onnipotenza per un’ubiqua onnipresenza che finalmente una rosa fresca aulentissima. Una rosa fresca aulentissima che inversa una introversa inversione nell’inverosimile visione di dolci detti, la dolce melodia del nulla, poiché inversamente alla mia stridente attesa del vuoto, intanto nella inversa mente della mia frenesia infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato che nel fondo di un oceano, un’oceanica estasi e panica della mia disarmonica enarmonia. Un sogno obliato che una città sommersa nel ventre della frenesia universale nell’oblio della notte. Un sogno obliato che nelle dialettiche e idiolettiche strida e grida ancora, ancora per l’ultima volta nella notte mistica di un sopore che tutti i miei ultimi inganni nell’inversione della magia nello specchio della mia vanità. O dolce musa dagli occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi dolci detti nel mio pingue e pallente ultimo trapassare.
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