Absolutely Free

Non ho più la forza, non ho più l’illusione di una volontà cosciente. Chi mi dice sei l’uomo di casa, chi mi dice devi prenderti cura dei tuoi. Chi mi dice sei tu la causa della sua morte, perché lo facevi preoccupare troppo, e la colpa è solo tua. Disprezzo chi parla, e sbraito contro chi sta in silenzio, ma non m’importa: lui è nel vuoto dove tutto è giusto, mentre io sono qui in un giusto vuoto . Rifletto, ma non rifletto la sua immagine in quello che faccio. Le immagini di te mi ritornano alla memoria, poi lievemente si assopiscono e recidono il loro volto. Le immagini di mia madre e mia sorella, come Erinni, tormentano le mie notti insonni e nel mio insonne vagare mi affilano gli occhi con un fendente pronto a reciderli fino alla cornea.

«Ti sei dimenticato di me, e ora porti anche me sulla coscienza» mi dice mia mamma.

Ancora mi ricordo di quando tu, che eri fin troppo bisbetica, ossessivamente mi mostravi come dovevo comportarmi nella vita pratica. Come una raffica, un mitra che fendeva le mie tempie mi avvolgevi in una perenne nenia funebre: metti a posto la camera, bevi l’aranciata, chiudi la porta, mangia, fai le domande per la scuola dopo la laurea, alzati, siediti, non fumare, guagliò ma sì proprio strunz’, vir’ come sei disordinato, ma ce l’hai o no la testa? Ma non capisci niente. Una raffica continua che con ossessivi e seriali fendenti mi faceva tremare le vene e i polsi. La mia mente, stirata e compressa da un tale terrorismo psicologico. La mia mente, ossessivamente ostinata a ostentare una compostezza stoica. La mia mente, esperita nell’espungere con espedienti tutti i rimproveri. Eppure, nonostante non ascoltassi, le raffiche del suo mitra impregnavano la mia mente con un ossessivo ragionare che è causa di tutta la discordia. Un paranoico ragionare che è causa di qualunque ottundimento ossessivo vissuto dalla mia mente. Un pregno ragionare che è immagine della mia precoce frenesia. Ora basta! Freneticamente fremisco e nel fremere non freno il mio agire. Con una presa decisa l’ho afferrata per un braccio e l’ho spinta all’indietro.

«Che cosa fai? Ma non ti rendi conto che può battere la testa e rimanerci! Poi come la mettiamo nome». Papà era disperato e mamma piangeva, accasciata a terra, come l’ultima dei derelitti. Impassibile li guardavo entrambi. Quella immagine, quella immagine non svanisce.

Mi sono rivisto nello specchio dell’acqua e ho riconosciuto un egoismo materno nel mio volto. Polverosi attimi in cui parole a me aliene arano l’illusione della volontà cosciente. Ho rivisto uno straniero nello specchio della polverosa acqua, un alieno che non parla parole ma suoni indistinti. Ho visto le mie urla, ho visto inettitudine nello specchio di un cono d’ombra, una voragine aperta sul mio paesaggio mentale: regole matematiche di un non-luogo in cui pensieri ossessivi riaffiorano nella dolcezza di un’armonia sussultante. L’inettitudine di quelle urla sul pensiero che riaffiora in sussulti simmetrici.

Voglio un’ultima sigaretta, anche se non voglio più fumare, voglio solamente un’altra Marlboro Light. Meditazioni di fuga, fuga nella mia meditazione. Tutto semplificato e osceno, oscenità nella semplificazione di una via da fuga. Il mio sistema dopaminergico compromesso per sempre, sempiterna compromissione in sparuti rivi nello spessore di fagocitanti righe che si annichiliscono tra inette parole. Ho tanta voglia di vivere, perché la vita non è che un breve sussulto nel susseguirsi di sparute ombre che blaterano una litania di nonsense. Un salmo responsoriale si innalza tra cumuli di macerie nell’interrogare lo specchio della mia nullità: ho visto un fugace sorriso, ho sorriso nell’ombra di una ricerca che porta in un vicolo cielo. Chiedo mercé a lei, ma non ritrovo risposta tra notifiche asincrone trasmesse da un segnale a un altro.

La nicotina mi avvolge nell’impotenza tra venti o trenta sigarette al giorno nel nulla del borgo natio selvaggio, mentre la mia mente si spegne tra speciali spie che aspettano di arrovellarsi in spirali nell’attesa di un effetto positivo sull’umore che agisca sui neuro-recettori dell’acetilcolina, poiché urge stimolare il sistema dopaminergico mio spento. O acido γ- amminobutirrico neurotrasmettitore inibitorio, perché inibisci il mio sistema dopaminergico? Quali sono gli stimoli che pongono a te mercé? Sesso e cibo buono?

Voglio un orgasmo perenne fino ad annichilirmi, massimo piacere ininterrotto dal nulla che giustifica la vita. Voglio correre fino a dimenticarmi dove sono e chi sono, voglio dimenticarmi di esistere, perché non esiste più nulla e perché sento fine sentire nel contorcermi nel mio senso di fuga; sono borderline, o forse la linea della malattia è infissa molto più che al di là del confine della salute? Tra neuroni assetati e un senso di rivalsa tra le righe di un rigato rimorso, io respiro tossica tosse nel possesso di ossessive sessioni di sesso estremamente estenuate.

O mia dolce musa dagli occhi bluastri, ti innaffierei del seme della discordia nella discrepanza di un sussulto compulsivo che deterge la mia epidermide riarsa nell’inibizione della prolattina. Appagamento sessuale e mentale lontani. È tutto qui, nella vana variante variopinta di svariati svarioni difensivi nel tentativo tentennante di terminare talora un incessante increspatura di incresciosi incruenti irrigidimenti irti nel rigor mortis mortalis subtilitate. Sesso, ossesso, ossessione di sesso che dà pace nella denutrizione di deperiti nuovi individui multiformi e variopinti. Voglio agonisti dopaminergici, perciò dammi nicotina e paroxetina; dammi un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina; dammi maggiore disponibilità sinaptica per la serotonina. Ancora fobia sociale, ancora svalutazione dell’ego, ancora svalutazione dell’alterità dell’alter-ego. Evasione, evadere da questo sistema è impossibile. Ho visto nella paura la mia inibizione, la paura non mi fa tuffare, pronto al lancio. Sono colui che vuole contemplare la profondità del lago rimanendo a riva.

Sono in una prigione che è avviluppamento di un viluppo stridente, stridii e strida tra le spastiche dolenti note in un dolore di dolo, azioni dolose nella dolina che mi apprestavo a pressare, malgrado non avessi una minima idea di come fare, perché temevo acuti e acuminati aculei nella mia vista. Convulsioni contorte e sconclusionate tra spasmi di un orgasmo interrotto, interrotto nello spasmo di un orgasmo, un orgasmo contorto nelle convulsioni di un irripetibile irato iridescente  irredento sopore.

Sto aspirando catrame e nicotina, la nicotina è nel sangue è nella testa, la testa avvolta nel catrame, catrame sintetizzato e spezzettato, e io prego Dio che non esisto, e prego Dio che non sono da nessuna parte, e io credo ma non lo so, io penso ma non so. I miei pensieri specchio del vano, il vano ritenuto specchio di Dio, occlusi in un meme che all’infinito replica, memore di melanconica melatonina e psicotica psilocibina espresse nella quantitá di quanti riavviluppati in una radazione che interrogo ma non risponde.

Addio, specchio di quali qualificanti quasar quadrofonici quadrati nella quadratura di un qualificante e di una quasi sconquassante quaterna di quali quadri quesivi sed umquam quale qualifica inquadro? Circondato da troppi illusi più disillusi di me sulla meravigliosa bellezza del creato, prendo commiato da me stesso.

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