E fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.
(F. Kafka, Il processo)
Avevo raggiunto il limite. Il tempo era pessimo, pioveva a dirotto, la nebbia c’era ancora. Mi sono seduto su una poltrona. Ho guardato davanti a me scorrere la mia vita nella vacuità dei miei pensieri. Se solo fossi stato un altro. Il destino mi aveva dato un’ultima possibilità, io l’ho sprecata. Ora non mi resta altro che attendere. Il nulla attendo, è tutto finito. Non c’è un’altra vita che possa ripagarmi. Io, protagonista di un film a cui ho partecipato passivamente, da spettatore. Il mobiletto dei liquori accanto alla mia poltrona. Una bottiglia di vetro, è scotch. Riempio un bicchiere, sorseggio. Ora che ci penso, non ho proprio dimenticato niente. Ho sempre avuto paura della morte, eppure per me la vita umana è inutile, incomprensibile, priva di fascino. Non so perché conservarla. Loro stanno ridendo di me, non vedono l’ora di vedermi finito. Un disco degli Arcade Fire sta suonando il mio impianto hi-fi. Ascoltavo sempre Funeral. La musica risuona, voli pindarici tra un’immagine e un’altra. Poi un lampo, lo stridio di lampi accecanti. E tutto è andato via. Non ero lì a tendergli la mano, mi vergognavo di entrare nella sua stanza. Non doveva andare così, eppure è andata. Indietro non si può tornare, me lo dicono tutti. Avanti non si può andare, lo dico a me stesso. Perché ora sono in esilio qui, in questa camera d’albergo? Non ricordo, è passato troppo tempo. È tutto così sfocato, ma niente è cambiato da allora. Sono solo e niente è cambiato. Vagare nella stanza, cercare di volteggiare, di danzare a ritmo di musica. Lui mi teneva tra le braccia. Avevo neanche cinque anni. Insieme ballammo il valzer e il rock and roll, lui mi ha trasmesso la vita. La mia vita poi è proceduta in un montaggio di immagini frenetiche, tutte prodotte dalla mia mente. Non ricordo bene la mia infanzia. Ricordo che giocavo da solo. Ricordo che parlavo da solo, ed oggi che sono un uomo parlo ancora da solo. Un deserto polveroso e sassoso mi ha seppellito nei crogioli dei miei vacui ragionamenti, stupidi e quantomai inutili. Prendo a sassate l’uomo, l’umanità, che si è dimenticata del suo figlio più sensibile. È finita. Mi hanno preso, processato seppur sommariamente e condannato, mi hanno frainteso. Non ho voce. Come dimostrare la mia innocenza? È lì sotto, è il suo terribile cuore che batte, quello di un vampiro che mi succhia il sangue da quando sono nato. Sono io ammattito, sono sconfitto, e niente più posso riscattare del tempo passato, perduto, ritrovato e poi sepolto.
La mia cella è vuota, buia e fredda. Fuori piove, e io ne sono contento. Quando c’è il sole, non cambia nulla, anzi è peggio, non sono completamente immerso nell’oscurità, così come vorrei. A me, mi piace il buio, si confà al mio carattere, sono io il vampiro, e mi sono fagocitato da solo. Ho sognato la vita, ho sognato di immergermi tra le persone, di farmi notare nel caos primordiale che tutto muove. Ho voluto quella comprensione che esulava i miei sensi, ho desiderato una nuova famiglia di cui far parte. Ora desidero ancora di più la vita, proprio mentre sta finendo. È una sfida al principio di entropia, una lotta contro la dispersione dell’energia dalla forma all’informe, disperata battaglia contro il secondo principio della termodinamica. Già so che ho perso. E quale è lo scopo? Non lo so, la vita è inspiegabile, l’ho già detto. Il flusso indistinto della musica mi culla, mi fa ondeggiare tra elementi distanti, nell’incoscienza che mi schiude al vano. Ho fatto un sogno bellissimo stanotte. Non lo ricordo. Un medico è entrato in camera mia. Ero in coma, vedevo l’onda artificiale di un campo magnetico, che turbava la mia vista. Di quel momento non ricordo nulla, l’universo era scomparso, e forse si era rivelato nello stesso istante. Ho sempre avuto paura della morte. Parlavo così spesso della morte con te. No, dai, non ne parlare. Dai, non è il momento, mi ripetevi. Ricordi? Ero così attratto da film complessi, onirici, angoscianti. Ma i miei preferiti erano quelli che avevano per tema la memoria. Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, non so quante volte l’ho visto. Ora la mia memoria si dipana lungo sentieri perduti. Non ho una torcia. Ma sento vibrare la mia pelle, e fremo. Vedo il buio alla fine della strada, poi il buio si fa più incessante.
«Tsuk, bubbù!».
«Bubbù, che è?».
Lo chiamavo con questo nomignolo sin da quando avevo venti centimetri di altezza. Non ricordo perché, ma mi ci ero affezionato, e non mi vergognavo di chiamarlo in quel modo anche dopo che ero diventato un po’ più grande. Anche quando avevo solo diciotto anni. Sei ormai grande e grosso, mi diceva lui, non puoi chiamarmi così. Ma, dai, non ero così vecchio in realtà. Poi aveva pian piano accettato che lo chiamassi in quel modo. Tsuk era l’iniziale di zucchero, e bubbù era la stilizzazione del verso di un cane. Quando era più giovane, era più irritabile, mi rimproverava spesso, poi si era ammorbidito. Mi amava più della sua vita, come è giusto che un genitore faccia. Ma c’era qualcosa in più, e non me lo seppi mai spiegare. Il giorno che spirò sapevo che ormai avevo perso tutto, e non sarei riuscito a smemorarmi in un grido. Il giorno che spirò io capii, mi ero sentito solo tutta la vita, e non lo ero. Lo ero diventato quel giorno. Ma con il suo esempio ho esorcizzato la paura del vuoto, almeno temporaneamente. Ho sempre studiato, ho letto tutto ciò che mi lui mi dava da leggere, sin dall’infanzia. Aveva comprato tanti testi di scienza e letteratura. E io li leggevo da quando avevo cinque anni. Poi lui, quando andava in giro con gli amici, si vantava di avere un figlio di come me. Era tanto orgoglioso. Io alle elementari non ero contento di stare in classe. Mi muovevo sempre, come un ossesso, iperattivo. Non avevo voglia di fare i compiti. Lui mi ricattava. Ti compro giocattoli se studi. Così studiavo. Oggi leggo sempre, e per fortuna non mi hanno tolto i libri. Mi hanno fatto compagnia una vita, e mi terranno compagnia fino all’ultimo respiro. Ora è troppo buio, non leggo più niente. Non saprei che cosa fare della mia vita. C’è di peggio? Non sono ancora diventato cieco, ma a furia di leggere nella penombra ho quasi perso la vista. Non ho più nulla da offrire. Nessuno si vuole suicidare, tutti vogliono campare, anche storpi, sulla sedia a rotelle. Chi si suicida è malato di mente, mi diceva mia madre. Ma scusa? È legittimo togliersi la vita, fin troppo legittimo. Rispetta i suicidi. Hanno il coraggio di conservare la loro dignità. Vorrei essere nato in Giappone. I giapponesi hanno il grandissimo coraggio di immolarsi, quando la loro vita diventa inutile. Lo saprei fare? Non so. Ci sto provando, è da una vita che ci provo. Mio padre mi diceva, quando hai fatto una certa età, vedi che tutti attorno a te sono scomparsi, e il tuo unico desiderio è andartene. No, io pensavo, non me ne andrò, anzi sopravvivrò più degli altri, vedrai che vincerò questa sfida di sopravvivenza. Oggi ho capito che non me ne frega niente. Sono d’accordo con lui. Tutti se ne sono andati, la certa età di cui parlava è giunta. Tutti sono diventati fantasmi, camminano nel buio, attraversano il mio corpo, mi camminano addosso, nessuno mi nota. Non voglio compassione. La natura umana è perfida. Quante volte dentro di me ho scoperto quella perfidia. L’ho avvertita, l’ho sentita sfiorarmi la pelle, l’ho sentita insinuarsi nel solco della mia imperfezione. Non avrei dovuto essere parte del mondo. Non dovevo nascere. Perché mi hai fatto nascere? Dimmi perché? Io non ti volevo far nascere, piangeva, mi implorava di perdonarlo. Ho fatto una vita di merda, mi diceva, ho sofferto sin da piccolo. Non avevamo come mettere il piatto a tavola. Papà bestemmiava, non c’erano i soldi, mamma era malata. Quando morì io urlai, dissi, Cristo perché mi hai abbandonato? E ora io rivolgo a chi non penso mi ascolti, guardami, abbraccia il mio sospiro. Non posso vivere lontano da te. In sonno urlo. E tutto diventa più concreto e nitido. Le foglie in autunno si sollevano, i tronchi d’albero sono sradicati dal vento, le case si rivoltano, si sfondano, è il vento, il vento le porta via. Fremono. Non odo più sospiri, un temporale sta per lavare le tracce di sangue. E tutto riprenderà, come era finito. Nella nebbia. L’oscurità calava, domani non si odrà nient’altro che fischi di merli e frinii di cicale. Taci. Il silenzio ha purgato la mia esperienza, l’ha capovolta in un brandello di parole lacerate, prive di spessore. Non ricordo più a cosa associarle. Non comprendo la natura semantica di questo gioco di associazione. La mia mente è diventata sorda, cupa, ghiacciata, un antro buio, scavato da acqua fangosa e melmosa. Ti imploro di rispettare, ti imploro, e invece tutto tace. Perché? Non è lecito chiederselo. Non è lecito ricostruire i brandelli di una morte annunciata. Un funerale di immagini che non si incastrano, non si mescono. Solo questo ho visto. Ora che ho perso quasi la vista, i miei fantasmi regneranno sovrani, e io aspetterò quel nulla sospeso sul filo dell’eternità. Come è possibile scomparire? Che cosa ne è della mia coscienza? Non ho più parole davanti al varco aperto nel mio sofferente respiro. Le mie speranze si sgretolano in un oceano di polvere cosmica, e l’illusione è corrotta nel buio di questa stanza.
Aria fresca mi sfiora la pelle, la stanza è livida di umori grigiastri, sto ammuffendo tra funghi pluricellulari, che si riproducono per mezzo di spore. Pollini sospesi nell’aria, spore e polvere microscopica proveniente dal selciato sul pavimento. Io intravedo una luce che passa lievemente dalle sbarre. Una breve porzione di onde elettromagnetiche. Lunghezza d’onda tra i 790 e 430 Hertz di frequenza. La frequenza è bassa, percepisco lievemente gli infrarossi. È tutta un’illusione. L’illusione che i colori esistano davvero. La cognizione del visibile mostra i suoi fantasmi sulla pungente superficie della mia sconfitta. Abbraccio con una pulsione onnicomprensiva l’angusto universo della mia mente. Non c’è colore in esso. Tutto è in bianco e nero. La rodospina è una proteina nella membrana dei bastoncelli, al buio inibisce un y-amminobutirrato, poi manda segnali elettrici al nervo ottico. L’ho letto in un libro di biologia. Segnale impuro, illusioni ottiche, il nero muta di colpo, corteo di colori ad intermittenza. Onde elettromagnetiche che vagano nel vuoto, da centocinquanta milioni di chilometri. Non sono vane. Senza di esse la Terra sarebbe ghiacciata a zero Kelvin, un ghiacciolo da gustare in silenzio. Né troposfera, né stratosfera, mesosfera e termosfera. Non ci sarebbe stato Precambriano, Paleozoico, Mesozoico, Cenozoico. Non avremmo avuto neanche la Terra, il nostro sarebbe stato un asteroide informe, disperso nello spazio, in attesa di entrare in orbita attorno ad una stella, e nessuna stella l’avrebbe trovato. Con il passare di strani eoni, neanche la morte potrebbe morire, lei signora di tutto. La materia oscura. Questa sconosciuta di cui tutti si interrogano. Frammenti invisibili nel vuoto. Ossessioni prive di consistenza rivelano una luce sempreverde di oniriche impressioni falsate.
Io sposto il mio sguardo alla luce, e rimango in silenzio, in attesa. Ho visto te tendermi la mano. Ti ho visto immolato nello sguardo pietrificato dei nostri cari. Ho visto in te un esempio di vera vita, vincitore tacito della sconfitta. Ti ho suggerito di aprirmi un varco laterale, grazie al quale esistere senza sporcarmi della brina polluta di esseri nati in fango e mondiglia. Il silenzio domina la tua sempreverde essenza, da cui si dipana la verità estrema, quella più vera. Mi hai invitato sempre all’umiltà, e poi mi ti sei vantato di avermi. Non ti sei mai complimentato con me, poi ti sei reso conto del tuo errore in vecchiaia. Quella mattina, quando sono tornato nella tua casa dopo la tragedia, ho capito che tutto era finito. Finita l’infanzia e l’adolescenza, finiti i sogni e le speranze, sopito l’entusiasmo e il disincanto, finita l’illusione che mi teneva in vita. Il mio approccio epistemico mutò, non conobbi più l’ardore dei miei interessi, non ebbi più fiducia nel prossimo, non vidi più la favola che ieri t’illuse, che oggi non mi illude più. Ho sentito l’assenza di una fredda materia informe. Ho ascoltato suoni ossessivi, caotici, degenerati. Ho sentito il turpiloquio del caos metropolitano. Ho visto la materia corrompersi, gli uomini in preda una strana frenesia. Ho sperimentato il mutamento della materia attorno a me. Quanto più fissavo le monadi di questo spazio cuneiforme, tanto più vedevo la loro forma circolare diventare ellittica, poi romboidale, poi quadrata. E la materia non era vuota, ma fatta di materiale elettrico. La differenza di potenziale tra catodo ed anodo era così elevata che, se mi ci fossi accostato, sarei rimasto bruciato. Poi vidi lei. Bionda dagli occhi bluastri, dallo sguardo amorfo, dalle sembianze arcaiche, primitive. Tu non hai certezze, e non le avrai. Non hai nessuna certezza, non hai un Dio, non hai un santo che vegli su di te.
Scorrevo il mio tempo, lo vedevo passare velocemente davanti a me in un crogiolo di immagini deformi. Le parole non descrivevano alcunché: erano vane, arcaiche, non parlavano più a nessuno. La mia idropisia mi spingeva a sussultare nel cuore del male. Non accetto ciò che vedo, tutto ciò è finzione, la realtà è altra, ne sono sicuro. Ma quale è la realtà? Non la vedo, e se non la vedo, non esiste. E se esistesse? Ma qual è il senso di tutto se non giungerò mai alla realtà? Mi potrò approssimare ad essa? E se non mi ci avvicino, la scruto da lontano. Ma ciò che scruto è verità o altro? Il mio è il cervello di uno scimpanzé. Anzi per la precisione il suo DNA è per il 98,9% simile al mio. Avrà anche il suo animo un’essenza metafisica? Sì, è probabile. Il Pan troglodytes ha una cognizione, sentimenti, conoscenze. E non ha dissidi interiori. Una specie superiore. Chissà se il loro ippocampo è così sviluppato. L’ippocampo del mio cervello funziona troppo bene. Non ha subito alcun danno: ricordo ogni minimo particolare, la mia memoria episodica è salva. L’ho temprata, è viva, è davanti a me e mi perseguita. Raffiche di suoni ad alta frequenza brillano con insistenza nel vano desiderio di appiattirle. Neutralizzandole potrei attingere alla soffio vitale a cui tendo, boccata di ossigeno mi attraversa le narici, si abbassa il diaframma, dà maggiore spazio ai polmoni, mi dà maggiore ossigenazione. Poi mi fermo ed aspetto. Nausea, brividi, aspettativa di pericolo diffuso ed incerto, pressione del sangue aumenta, non so perché, devo fuggire, scappo, dove non so, ho paura, infiammazione dell’amigdala, pioggia di fuoco avvampa le ultime immagini di un sogno dimenticato, spento nell’incommensurabilità di un viaggio onirico. Il suo solo sembiante bastò a frenare la mia frenesia.
Io resto in silenzio, e chiudo gli occhi. Sistri metallici richiamano lampi elettrici ad intermittenza. Il suono tonante di note atone nella frescura della rugiada mattutina mi preme. Le mie labbra infiammate e riarse, sparse di sale alcalino, sono bloccate nell’ombra di antichi ritmi ancestrali. Vedo te che mi guardi, seduto nell’immobilità di un apprensivo silenzio. Me ne devo andare, mi dicevi. Non percepivo lacrime, un fiume melmoso mi colpiva, mi immergeva fino al basso ventre. Tu immenso nel tuo cupo splendore, cristallino, senza macchia, mi avevi predetto la verità. Ed io sapevo che quello era vero, non ne avevo dubbi. La mia coscienza era assente, sopita, opaca, trascianata al fondo di un inimmaginabile sentiero, perduto tra vecchi sterpi pietrificati. Vedo un’immagine nel fondo oscuro di un cristallino nitore. Ho vissuto innumerevoli sospiri sopiti nello schiamazzo di funeree armonie, ho scrutato l’impossibilità di afferrare la sabbia che sgorga dalla mia mano. Ti ho visto andare via, mentre cosciente rimanevo fermo ad adattare pugnalate al petto. Se solo avessi avuto il coraggio di ribellarmi all’atro destino, avrei messo a ferro e fuoco la nebbia di neri fumi che albeggiano ancora nel fondo della mia coscienza brulicante, priva di porosità, incapace di lasciare andare metano liquefatto, poichè ormai è troppo tardi per temprarmi, e se non l’ho fatto prima, non posso farlo adesso. Mi libro in un oceano di simboli appassiti, innocue memoria onirica che sboccia nel freddo invernale, sempiterna immagine pietrificata nella roccia primordiale, scolpita da un branco di australopitechi sul punto di tentare di decifrare il primo segno di un’alba che seguiva il tramonto, ed era già tramontata nello stesso momento in cui la vedevano apparire. Esalai il mirto e la menta, principi attivi di piante che hanno drogato l’animo di glaciali esseri informi, che hanno trascinato in un abisso profondo una specie, verso una costruzione metafisica ed astratta che non ha fondo, colore e dimensione, ma solo irti covi spinosi, poiché le spine sono state costruite con l’intento di distruggere ciò che la natura aveva creato con solide radici nel terreno.
Ho distrutto tutto e non me ne sono accorto, non mi sono accorto che la vita precipitava laddove non avrei trovato null’altro che figure geometriche nel caos. Ma una dissolvenza incrociata mi aveva sorpreso nel buio dei miei tormenti vani e vittimistici. Io dunque sono vittima o carnefice? Dimmi tu. In quella casa non ci volevo stare più. Mi voltavo nell’insofferenza della mia narcosi, solo ed abbandonato, sospeso su una corda ben tesa e sottile, a cui non potevo aggrapparmi se non per pochi secondi, perché presto non avrei resistito, avrei urlato come un matto urla ossessivamente acute, un acuto che mi avrebbe fratturato e sgretolato nella melma, onde elettromagnetiche a bassa frequenza, poi un trillo e un silenzio immenso sepolto nell’indifferenza. Poiché avevo deciso di spezzare il cerchio che mi teneva avvinghiato nei suoi infiniti spazi, mentre mi accingevo a comunicare la mia nevrosi di vene elettriche su un selciato di lampi fosforescenti ed intermittenti, luce fosca e impazzita, io lo interpellavo nel sogno e nella realtà, in seguito al mio ondeggiare stanco, assente tra un’immagine ed un’altra. E l’epilettico dilatare delle immagini mi mostravano un fuoco, ardente di carboni bollenti. Immagini di cronostasi, una lancetta nel buio immobile, nubi di polveri radioattive, l’illusione di un’esperienza continua nonostante le saccadi, il moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole, curve sinusoidali ad orologio bloccato e il cupo avanzare di stagioni inespresse, cumulo di lava solidificata, materiali incandescenti che non bruciano più. Mio malgrado, nonostante fossi ormai abituato ad accettare la vita così come è, sebbene io abbia visto gli automi correre nel buio con sguardo opaco ed incattivito, io mi sono sempre rifugiato nello specchio dei miei neuroni, sede invicibile della mia illusione, non-luogo raso da cui partire per la ricostruzione di infiniti castelli. Ho costruito lì con scalpelli e martelli battaglie interplanetarie, figure complesse, ho osservato stelle di cui non sono riuscito a calcolare l’angolo di parallasse, ho visto oggetti rifrangersi nel fondo di una vasca, e per quanto mi sforzassi di prenderli, non li ho trovati, pensavo di afferrarli, ma il nulla. Tutta la mia irrisa verità è nell’ozioso sforzo di trovare una disposizione semantica a simboli oscuri, ma potenzialmente pregni di significati nascosti, se messi in combinazione con altri non dissimili, e per quanto io fossi vicino a disporli per ottenere significati a me nascosti, dovevo ritrarmi dal farlo nella paura di cadere nel pertugio lasciato aperto da un insensato mio approccio epistemico nei confronti del visibile, e del risibile. Ho perso non solo la stella polare, ché, se fosse solo questo il problema, tutto sarebbe già risolto mentre io starei tracciando la mappa di tutte le costellazioni dell’emisfero a me visibile nel cuore di una notte priva del minimo sentore umano e della luce sfocata della sempiterna incoscienza dell’antropoide atto a sfidare le leggi di un caos determinato a priori da un salto nel buio rivelato dallo sforzo che sto facendo nel risalire ad una sorgente priva di qualunque inconsistenza, perché non creata e non esistita se non nell’angusto spazio di visibilità ad occhio nudo dalla terra di un oggetto trans-nettuniano, un cubewano a sei miliardi duecentosettanta milioni trecentosedici mila chilometri di perielio.
Tutto termina qui, tra vaghe assonanze che richiudono l’impeto creativo della mia coscienza. È giusto il mio destino, è giusta la mia sconfitta. Papà ti ricordi dei nostri discorsi, dei tuoi sogni di seguirmi sempre dovunque io fossi? Le tue preoccupazioni, le tue lacrime per la mia assenza, un segno di divina compassione per l’imperfezione e l’egoismo di tuo figlio. E intanto rimpiango l’immagine che mi proiettava la mia coscienza, un’immagine più pura, e per questo percepita per un attimo e poi dimenticata. E l’inettitudine, la sconfitta. Non sono come te, né sarò come te. Quella volta ricordi quando eri appena andato in pensione? I tuoi alunni ti hanno portato un quadro. Sei fortissimo, prof, ricordati sempre di noi, anche se siamo dei fetenti, vi vogliamo bene. Era solo ieri, eppure io vedo tutto, ho davanti agli occhi un film che srotola la sua pellicola attorno al mio torso.
Tutto si muove attorno a me, sopra di me, dentro di me. In quello stesso giorno stavi appendendo dei quadri: un quadro con quella foto che mia sorella mi ha scattato a Londra. Ti piaceva tanto quella foto, sembri un attore, mi dicevi. E io detestavo enormemente quella foto. La delicatezza, il tuo sguardo, le rughe della tua guancia si inclinavano dolcemente mentre appendevi il quadro, ed io toccavo le tue guance. Le pizzicavo, le infilavo tra lo spazio di due dita. Tastavo con il mio indice la tua pelle, notavo i lievi solchi lasciati dalla tua barba appena rasata. Afferravo poi il tuo mento lievemente sporgente, sfioravo poi le tue labbra con un polpastrello. Fermati, lasciami stare, mi dicevi all’inizio. Poi ti eri abituato e non mi dicevi più niente. Riassaporo i tuoi baci, premevi la mia guancia con le tue labbra, poi soffiavi due volte per baciarmi, il tuo calore mi avvolgeva, coperta di fortuna nel gelo polare. E nella solitudine della notte, i miei occhi piegati ad un terrore ignoto, sguardo fisso ad una luna piena fredda ed opaca. La luna. Impallidito pallore rovina. L’oscurità tagliata dal mio sguardo assente nella nebbia di rugiada e fotoni radioattivi. Un paesaggio apocalittico materializzato da antichi incubi dimenticati e rimossi, ora concreti e pronti a risorgere. Tocco la tua fronte, e poi la mia, stesso spazio, stessi centimetri, medesime striature. I tuoi capelli brizzolati e arruffati così lisci, cotone che riveste un neonato fiducioso al suo primo sorriso. I tuoi occhi piccoli che si nascondono dietro occhiali rettangolari, la mia immagine riflessa sui loro vetri, e anche nei tuoi occhi. Si chiudono lentamente. Sopore di anestetizzante. Il tuo capo si reclina, apri lievemente la bocca, non russi neanche un po’. Ho paura, aiuto, e corro vicino a te, ti do una pacca sulla spalla. Il tuo sguardo si piega e si contorce, la tua bocca si inarca lievemente. Lievi lacrime dagli occhi. Che c’è? Che è successo? Mi vedeva, io credo, viandante solitario sull’orlo di un abisso. Ebbro e confuso da suoni dissonanti, trombe, sintetizzatori, nastri magnetici. Ritmo ossessivo graffia e fende i miei neuroni. Io solo, con il capo reclinato, mentre a terra noto l’ombra di un’aquila che mi scruta. Io la seguo verso sentieri sicuri. Vedo l’ombra rimpicciolirsi, ma non voglio si dissolva. Io accentuo la mia gobba, ora zoppico, mi fa male un braccio, i miei muscoli indolenziti. Mi accascio, aiutami tu, soccorri la tua creatura, non mi abbandonare. Mi hai visto solo, invocare il tuo nome nella foresta. Mi sono messo in ginocchio, ho urlato fino a vomitare saliva e succhi gastrici. E tu sei sempre giunto in tempo, e quanto più giungessi in tempo tanto più io urlavo forte. Tu hai corso, ti sei lacerato per farlo, ti sei spezzato prima un braccio, poi una gamba, poi hai perso l’uso di entrambi gli arti, poi la coscienza, il tatto, il respiro. Il suo timore di vedermi sprofondare lo spegneva progressivamente. Candela ormai completamente adusta, sfinita dalla sua ultima esalazione. Mi sfiora con le sue mani, mi dà una carezza, il suo calore sul mio viso, la mia bocca si socchiude quasi in un bacio, che ora posso solo mimare. Non capisco, non comprendo. E mentre scrivo so che milioni che ora stanno vivendo non moriranno mai. Tu ora stai vivendo, vorrei non morissi mai, non allontanarti.
Mi sento sfinito, in riva a un ruscello, io ti parlo, e tu mi rispondi con le immagini di un’altra epoca, un momento sbiadito, attraverso il giorno della nebbia, ciglia fosforescenti, un livore pallido rovina ancora, e io cammino solo, ascoltando l’ultimo riverbero della tua eco. L’oscurità cala lasciando luogo alle tracce di un graffio ruggente che muove un magma acido e pietrificato in quel nulla che schiude falsi misteri, illusioni, fantasmi, congegni chiusi e rappresi. Raccolgo la sabbia sulla riva, e la vedo scorrere lentamente dalla mano, non riesco a tenerla. Non ti rivedrò mai più, in ginocchio, il mio urlo è continuo, incessante, procrastinato, lasciato nell’indifferenza di chi non capisce la mia lingua, e mi tiene lontano, chiuso nella mia torre di Babele.
Che ci vuoi fare, dobbiamo andare avanti, è successo. Ma che cosa pensi, che quando gli sia morta la madre lui si sia ammazzato? È andato comunque avanti. Ormai è passato, bello di mamma, dobbiamo vedere come meglio possiamo tirare a campare. Che poi nessuno vuole morire, tutti vogliono vivere, che cazzo stai a dire? Ma allora sì strunz proprio, nun hai capit nient? Io non capisco perché ti ostini, non vuoi parlare con tua sorella, non vuoi più tornare a casa, quando torni non te ne frega niente di me, mi ignori. Ma io nun song nisciun pe’ tte? Ti rinchiudi nella tua stanza e leggi, che leggi a fare? Fai riposare un po’ il cervello. Ma perché dici ’ste cose? Che ne sai se io e papà andavamo d’accordo o no? Lui ci voleva stare con me, fatti i cazzi tuoi. Ancora a parlare della sua foto nello studio? Ehi, zitto, per favore. Guagliò, ma che te passa p’a capa! Nun ce scuccià. Ma che hai contro tua sorella, poi, non capisco. Che t’ha fatto quella? Non ti ha ospitato a casa sua neanche una sera, sei andata a parlarle, e scocciata dalle tue scemenze ha smesso di ascoltarti. Insomma sei pesante. A suo marito però non stai sulle palle, semplicemente quella sera ti hanno cacciato fuori di casa loro perché ti sei messo ad urlare. Ma è modo di comportarsi? Urlare a casa loro? Perché ti hanno detto la devi finire di ammorbarli con i tuoi ricordi. Hanno ragione, e tu avresti dovuto ascoltarli. Ora ti devi rifare una vita. Tua sorella si è sposata, e vive col marito felice. Perché sei invidioso di lei? Trovatela pure tu qualcuna e non ci rompere. Ormai sei più che adulto. No, non ci rompere. Se la gente si allontana da te un motivo ci sarà. Tu non sai mantenere le relazioni sociali. Il problema sei tu, non sono gli altri, è inutile che te la prendi con gli altri. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ah caro mio, tu vivi in un mondo tutto tuo. Tu pensi solo a te stesso, a ciò che senti, e per te gli altri non esistono. Lo vuoi capire che così non vai da nessuna parte? Che dici? Anche io sono così? Non è vero, invece. Io vivo nella realtà. Tu invece ti rifugi dietro parole stupide, che non significano niente. Tu hai sempre avuto paura, e sei sempre scappato dalla realtà. Sei un rompicoglioni, proprio come tuo padre. Quanto gli vuole bene al padre, si è scoperto ora il grande bene per il padre, lo si è visto dai suoi occhi. Non è andato a trovarlo mai dopo il ricovero. Sei andato quando si è aggravato ed è stato intubato. E dimmi, che cazzo ci sei andato a fare? Tanto vale che te ne stavi a casa. Poi lo nomini sempre. Basta, tuo padre sta nel camposanto, ora non ci pensare più. Che piangi a fare? Dovrei farlo io che sono rimasta sola. Come un’anima ’o priatorio. Ho vissuto da sola per dieci anni, e nessuno se n’è fottuto di me. Che dici? Che sono egoista, mi importa solo di me e della mia solitudine, della sua sofferenza e dei suoi dolori non me n’è mai fregato. Ma zitto. Dici che con me non si poteva confidare, perché io sono insensibile. Dici che non mi ha lasciata perché pensava a non lasciare casa per stare con i figli. O forse mi dici che si era affezionato troppo a me tanto da diventare succube di me. Sì, perché io per te sarei una strega, una che incatena a sé la gente. Ma non ti lagnare. Che lo chiami a fare nel silenzio, nel buio della tua stanza? Fai come quando ero piccola. Mi mettevo dietro alla porta, e dicevo voglio papà, voglio papà. Aspettavo che tornasse da lavoro. A te, papà tuo non torna più. Quindi zitto. Perché continui? Ma a chi vuoi far esaurire! Non ce la faccio più, mi hai tolto la pelle, mi hai tolto dieci anni di vita. Basta. Prendo ormai a sassate un muro di acciaio. Urli in un deserto dimenticato, conversazione con astri dimenticati lontani nella notte gelida e nebbiosa. Il deserto dimentica urla nella notte con astri dimenticati, lontana conversazione nebbiosa. Il deserto mi avvolge in un oblio come se fossero passati mille anni e più, e non ricordo immagini, ma solo vaghi frammenti che concretano il terrore che derivò. La spingo contro il camino. L’avevo già fatto una volta. Che cosa fai? Ma sei impazzito? E se le succede qualcosa come facciamo? Mio padre era inorridito. Mia madre scoppiò in un pianto dirotto. Io mi avvinsi su di lei, pizzichi sulle sue guance sottili e paffute, morbide come la neve. Scusa, mamma, sai che ti voglio bene, perdonami.
Ora è passato il tempo, sentivo corrente avvampare le mie sinapsi nel fuoco dell’inferno. Lei non aveva mai amato mio padre, l’aveva solo schiavizzato, lei forte come tutte le donne, lei sciacallo, femmina dalla natura abietta e meschina, macchina di riproduzione del dolore che eterno regge l’universo, lei aveva piegato mio padre alla copula, mi aveva dato alla luce, e aveva dato alla luce la sua rovina. Via ogni sentimento di pietà. Via la delicatezza dell’infanzia. Via le moine del bambino verso la madre. Il mito edipico si trasforma nel mito di Oreste. Un coltello da cucina nella mia mano. Ma che fai! I suoi occhi sgranati in un urlo rabbioso, tra le lacrime e la frenesia. Oh, ma sì pazz’ proprio! Statti fermo, oh! Oh! La lama affonda nella sua carne, e in un attimo la mia dannazione eterna è compiuta. Il sangue gronda e sprizza da tutti i pori, sulla mia mano, mi ferisco, il suo sangue mescolato al mio, il nostro sangue che si mesce e si confonde nel funereo spazio di un secondo. Tutto è compiuto. Nell’altra mano ho il mio cellulare. Pronto, carabinieri, ho appena ucciso quella puttana di mia madre.
Ora rivedo la mia stanza. Si rivela di nuovo a me la nuda realtà. Una boccetta di pasticche, antidepressivi triciclici. Ne consumo una dopo l’altra. Ne ho abbastanza. Ora mi sono scocciato, la mia vita un errore di valutazione. Il mio respiro mi è molesto. Qui, in questa cella, dimenticato da tutti, matricida, novello Nerone, rifiuto della società, che posso dire? Mi sono meritato questa fine. Ho peccato, ho condannato la mia anima per l’eternità. Non voglio essere più me stesso. Lascio la vita e il mio nome, l’etichetta di matto nevrotico scomparirà con me. La coscienza del mio ego e la mia auto- referenzialità, un sogno di breve durata. Un incubo giunto agli sgoccioli. Quando mi risveglierò sarò al buio, e l’universo parlerà a me in una lingua più autentica. La coscienza dei miei passi è stata mera illusione. Ho rimpanti o rimorsi? No, so benissimo che ho vissuto la vita che mi è stata assegnata. Non credo si possa cambiare il destino. Ho assistito alla cronaca di una morte annunciata. Quante volte nei miei sogni ho visto mio padre rivivere e poi morire di nuovo. Quante volte l’ho visto salvarsi. Poi un orologio mi segnava un conto alla rovescia. Bello di papà, adesso me ne devo andare, è ora, tu vivi la tua vita, devi andare avanti. Io non vivo senza di te, mi ucciderò, non potrò sopravvivere, gli dicevo. Sposta le piante, mi mostra un sentiero davanti a noi. Finora hai camminato con me, ti ho portato per mano. Ora te la devi cavare da solo. Ti do solo un consiglio, non rinunciare a vivere come ho fatto io. Non metterti fuori gioco, la vita è troppo breve, è un’affacciata dalla finestra, diceva la mia cara mamma. Vivi e fai vivere il buono che c’è in me, io vivrò attraverso te se solo tu raccoglierai il mio insegnamento. Io sono colui che ha dato la parte migliore di sé agli altri nel silenzio. Nel silenzio che non ho saputo mantenere. Nel silenzio che ho rotto con le urla e le grida. Nel silenzio che ho offeso con un colpo di lama. Guardo una pasticca di antidepressivo, ora il salto nel buio, nell’ignoto tra acque perigliose e guate, non mi fa più paura. Ne inghiotto una e poi un’altra. Sono pronto a prenderne anche trenta se necessario. Una dopo l’altra. Finché morte non mi separi da questo corpo, la cui presenza mi è diventata troppo molesta. Finché morte non addolcisca l’eternità in un carnevale di oscurità che è per me unica ed autentica luce.
La sala era vuota nella luce, bagliore dei pensieri fissi su una lunghezza d’onda cristallizzata nei riflessi di uno stagno paludoso. Avrei notato nuovi suoni e colori, invece tutto si è fermato, tutto è rinchiuso tra l’increspatura delle onde all’interno delle ruote di una pompa idraulica. Tutte quelle immagini davanti alla mente sono prive di legami, scommesse come la nevrosi che muove la vita di marionette zoppe e slabbrate. Ho visto quell’increspatura in fondo al tunnel, era una caverna, e mi muovevo quasi immerso fino al collo nel lezzo e nella puzza di chi ha reso la sede di Dio in terra una cloaca. Sto cercando qualcosa, Amore che conduce i miei passi, Amore che ritrovo nell’essenza del tuo sguardo, Amore che veglia i miei passi incerti ed oscuri sull’orlo di un’empirica dissoluzione, Amore che conduce i miei infiniti sforzi di imprimere l’orma dei tuoi passi, Amore che imprime e suggella innumerevoli dinamiche nella straficazione di gridi. Ho visto fotoni fluorescenti che acuiscono la mia vista al buio. Non ho bisogno della falsa luce di una torcia irsuta, ora c’è, c’è un lezzo di cristalli squamati nel fondo di un’assenza mai da me persa durante il percorso. Dopo che ebbi assaporato questa ebbrezza, ed ebbi compreso che non ero il solo a vedere la presenza della tua assenza, non mi trovai davvero svuotato, ma scarnificato in un veemente ispessimento di una figura retorica inadatta a schiudermi nuovi mondi di fantasia amena. Uno dei miei sogni mi vedeva in preda ad un vero soffocamento, finalmente vinto e in grado di potermi finalmente spegnere nel vuoto di cristalli di vetro lacerati, mentre cercavo di ricomporli pezzo dopo pezzo, avendo io provato a comprendere il mio ruolo nella mondiglia e nel fango. Mi sentivo ora ispessito in un vago senso di impotenza, e ne gioivo, mentre i miei ricettori neuronali rinvigorivano nella corrente elettrica ad alto voltaggio, proprio a livello delle sinapsi. Reazioni biochimiche: ora possa dire che, avendo io sfogliato svogliatamente di neurologia, psichiatria e scienze cognitive, posso interrogarmi attorno alla natura dell’incoscienza, malgrado non abbia grande fiducia in ogni sapere scientifico e filologico elaborato da schizzoidi monadi fini a se stesse. Ah, ecco, io sento i muscoli delle gambe e del torso stirarsi, rilassarsi, poi contrarsi in brevi intermittenti, poiché ho ricevuto un’illuminazione interiore così forte che potrebbe ardermi in un bagliore allucinatorio. Nella mia carne io percepisco carbonio adusto e combustione di ossidi salmastri ed arsi nell’incosistente e mendace bellezza di un mio ipotetico ego scomposto in un ambiente che tende alla spasmodica ricerca dell’inesauribile nulla.
Ho visto nel non- senso il miraggio iniziale della mia insostenibile metamorfosi in un aspro satiro affamato, che insegue una ninfa con occhi contorti e strabuzzanti, con lingua bavosa, mentre è pronto a suggellare il suo seno succulento come una mela rossa in un abbraccio di assolutezza metafisica e platonica. Suggo ora i suoi umori con baci lenti e penetranti, una delicata carezza lungo una piaga che da rosa diventa rossa, poi violacea, una piaga violacea languente, da tastare come liscio frutto maturo in attesa della raccolta. E la delicatezza di questo abbraccio è pronta a cogliere la polpa e il seme, scarnificazioni, e il gambo, è una pera, che ha alla base curve sinuose e flussose, come i tuoi fianchi da rivestire di una tenue veste trasparente che svela, cela e rivela l’immensa nudità di Amore. E le forme sinuose poi mutano verso l’estremità del frutto, e lì c’è un gambo, e percepisco il nettare, la vera essenza del tutto, e la divisione del mio animo dimezzato ora si ricongiunge nel breve sogno che è l’apparenza sensibile di Amore, spirito librato nelle increspature della tua bellezza eterna. Ho eretto un monumento più durevole del bronzo, e più inconsistente del tuono. Ora suoni intermittenti di una primitiva metafisica, ma non per questo più mendace, il battere del piede prima lento, nel mentre ch’io cercavo di scomporre tutte le percezioni in frequenza, ampiezza e lunghezza d’onda. Da un raffinato tempo in 7/4, mentale ed astratto, giunsi a suggellare il ritmo della pulsazione del sangue, prima lento ed anestetizzato, e poi sempre più cadenzato, un esametro, poi distici elegiaci, endacasillabi e settenari. Ritmo frenetico e nevrotico, ritmo del nulla, ritmo dell’autoreferenzialità e dell’ossessività funerea di una vita, panritmia e quindi aritmia. Nello spasmo io trovai quell’assoluto che è mera illusione nonché sogno che illuse la mia inutile finitezza, il posto della mia vacuità evanescente, finché sarei in grado di tradurre da mera impressione sensibile, segnale elettrico di alto voltaggio, lampo indistinto, affinché io possa dare una minima impressione della differenza di potenziale di un segnale di cento megawatt e più; è lampo di energia pura pronta a dischiudere nuova materia, avendo io intenzione di suggellare l’elettrico fluire indistinto in segni digitali da decodificare in seguito ad uno sforzo mentale che porta ad un crepaccio sterrato, sul cui fondo spine ed aculei sottili, quasi invisibili, che penetrano e scarnificano la carne solo lentamente. Nell’arresto cardiaco di cui segue, i vasi sanguigni si costringono in un ultimo spasmo, mentre i neurotrasmettitori fanno un ultimo sforzo a livello delle sinapsi, a me giungono lampi e fulmini, fruscii di sibilanti immagini, risultato di segni confusi. Devo correre, ho paura di non giungere con la navicella del mio ingegno in un approdo sicuro, che quasi certamente non esiste. Cerco un appiglio provvisorio nel mio congedo. Qual è l’appiglio? Dove sto andando? Qual è la meta a cui tendo? Ancora non lo so. Anche se dovessi fare qualcosa di importante, non credo che possa servire a qualcosa. Posso solamente accrescere l’orlo di un’inutile vittoria da brandire con una spada di nervi tesi in un accordo stridulo e stringente tale da avvelenarmi. Monadi ed entità attorno a me pronte a puntare lance di segnali fluorescenti, io, io non a voi, non sono nessuno e non posso farci nulla. La conversazione è divergente, fuorviante, infido avversario della realtà, il logos è cadavere sepolto e dimenticato. Il topos è chiuso, circoscritto, delimitato, finto, non è utopia ma atopia, inutile annebbiamento, febbre cerebrale. Povero me, poveri noi tutti, povero quell’egli che intraprende la strada della codifica di un segnale confuso, che giunge da una sorgente corrotta, e non può essere captato se non per frammenti che rivelano l’angoscia dell’impotenza.
Sono nel teso della degradazione nell’abisso dell’irrealtà, vorrei tanto stare almeno provvisoriamente in un sistema, seppur disarmonico e dissonante. Non voglio essere vuoto accordo, inutile melodia fine a se stessa; io voglio la mia parte nella dissonante armonia di stridii, guardate il mio nulla impresso nel sangue, nella pioggia del mestruo che bagna la terra riarsa ed ischeletrita, spezzata e ripiegata in se stessa. Gli spasmi intermittenti. Li sento. Nuova gioia impressiva. Voglia di urlare. Impressione di spezzare il filo. Immersione in acque primordiali sicure, con le branchie. Nella stanza cupa di un tempo lucente, impercettibile ed eterno. Anestesia, chiusura ed apertura, corrente intermittente, sano e rigenerante amplesso tra il dio e la dea, si velocizza il vortice degli elementi, il leitmotiv tra variazioni melodiche, ah che pace, bello il nulla, bella la vita, striscio su bulbi di cristallo privi di attrito. Eccomi nudo a te, sono qui, ora mi vedi. Frenesia, velocità, ebbrezza e fantasia, volo pindarico tra gli elementi, spaziare tra sfere sensoriali lontane, poi opposte, acume e ispessimento della vista, ci sono il vortice della verità, un girotondo, impressionante increspatura di un urlo pleurico, mossa nevrotica ed incontrollata, Amor move spirito dell’illusione, trapano ottudente trafora, vortice verso un foro, biglia lanciata sull’orlo verso il fondo spaccato, e scende, scende verso il centro di gravità temporanea. Nel buco nero dei miei complessi propositi qualcuno mi guarderà? Guardami nel magma indistinto. Dolcezza nel tuo sguardo. Fuoco divampa in una selva di fiori riarsi, dalla quale fugge l’augello atterrito. Non canto né per augello né per fiore. Non serve a nulla. Sale il fumo ed abbraccia una collina in vincolo ossessivo. Spasmo genitale, amplesso sacro, attrito tra opposti elementi sfigurati per la loro origine comune, sfregamento tra ruvidi corpi in frizione, aspro attrito, distacco della materia, sua riorganizzazione in inopia, uscita di vettori in fuga da una sfera, perla splendente in una tetra oscurità, fluorescenze mistiche, iridescenza e poi viva la vita, spezzata e corrosa nell’urlo di una eiaculazione copiosa, seme della rinvigorita energia, seme impresso e smosso nello spasmo vaginale, acqua corrente nel torrente ribollente, acqua in cascata arcuata, flutto che ripete in una danza di litanie, sistema dopaminergico suggellato da spiriti suadenti, antinomia cristallizzata di orioli, un’autoreferenzialità spezzata, spenta, che trae materia dalla pestilenza, pronta a formare nuovi sistemi scarnificati, da cannibalizzare.
Ci sono ancora, sono qui, spento, e quindi non sono qui, non c’è nulla, non so se è calata la notte o la mia cecità, il tuo respiro intermittente si è spento nel sospiro di sussurri sibilanti, sono svaniti segnali, è svanita la mia frenesia di decodificarli, inutile trascrivere numeri. Inutile come fissare una parete bianca in preda alle benzodiazepine: il sistema nervoso centrale è apatico, passivo; non ho immagini da proiettare sul fondo della parete bianca, né ombre da rallentare e scomporre. Ho solo sonno, potrei dormire per mille anni, mille incubi sul punto di svegliarmi. Ma non ne ricordo neanche uno. Come colui che sognando vede e dopo il sogno assapora la passione impressa rimasta, e altro nella mente non rinviene, così sono io, che quasi tutta la visione scompare, e ancora mi distilla nel cuore l’orrore e l’asprezza che nacquero da essa. Differenti colori fatti di lacrime. Il volteggiare del pendolo con suono nefasto, volo di crocicchi di corvi, luttuosi singulti su cimiteri tetri di cemento, pilastri metallici tra ciarpame e liquami tossici, acque che da lontano paiono blu scuro, ma pio rivelano il nero del petrolio e il rosso del mercurio disciolto. E la sabbia è sterco e muffa. Basta, non chiamatemi Ismaele, ma Carestia. Non porterò più gioia da quel rifugio in cui mi sono richiuso, non ti porterò più segni che velocizzeranno il ritmo delle tue sinapsi, non provocerò ebbrezza, sogno, immagini, che si rincorrono e si inseguono per poi ritrovarsi, mescersi, confondersi e riconfondersi. Semplicemente non so, io credo di non sapere, so di non credere, non m’importa di sapere, non m’importa di credere di sapere, non credo d’importarmi di sapere, non so di credere di importarmi di sapere. Io penso, ma non so. È tutto qui. La bellezza di Amore è breve sogno, vacua immagine ciò che piace al mondo, poca cosa. Quel nulla di inesauribile segreto dovrebbe tacere, è impostore, e io ardente fremito. Non so perché sono bloccato dall’impotenza della parola, sono troppo piccolo per sapere, troppe formiche vedo, formiche che nidificano e proliferano ovunque, le derido ed ironizzo su di loro, non fanno nulla di sensato se non riprodurre dolore nella loro prole. Ma sono di cristallo, mi specchio in loro e rivedo me formica con vocazione di cicala, in estate e in inverno, a cantare melodie vacue e futili. Io non servo a nulla, e quindi smetto di cantare e di stonare urla stridule.
Non chiedermi parola, non esistono nuovi mondi, neanche quelli vecchi se non nella fantasia perversa che scaturisce da un antidepressivo triciclico o da un ansiolitico. Tutto è finito. Finis, non ho varcato nessun confine, non ho detto nulla di nuovo e non potrò mai dire nulla di nuovo. Intanto mentre stono altre migliaia di formiche fruiscono di canti ancora più stonati. Ho un algoritmo da seguire, ho assiomi su cui costruire nuove teorie perfette e simmetriche nella loro autoreferenzialità, caste e pure come diktat divini in un mare di luce cristallina. Poi cambiano gli assiomi, teorie stravolte, poi ricostruzione progressiva di teorie e di assiomi. Assioma è la mia vista di falco miope, il mondo, immagini di getto attorno a me, poi esse ancora una volta si corrompono e si storcono, si contraggono, cambiano assiomi e teorie, l’infinito algoritmo si ripete nel giro di un’onirica ed un’allucinogena ripetizione. Sarà poi giusto questo assioma? Provo anche quest’altro, poi questa formula e quella. L’unica verità è la natura del processo che mi porta a costruire assiomi, ma non le teorie che di volta in volta creo. Ma forse no, anche la metodologia che ho appena rinvenuto è scorretta. Ahimé, pugni contro il muro, colpi di pala e piccone, pagine bruciate nell’isteria, simboli e parole in guerra tra loro si combattono, si pungono, si suggono a vicenda. Il risultato della lotta è lungimirante. Nulla è nulla, o forse meglio un nulla dimezzato che un nulla intero. Sono barocco nella mia scrittura e nella mia anima, ma che cos’è l’anima, non so. Qual è la mia psyché? La mia tyche? Quali assiomi e quali teorie? Urla nevrotiche avvolgono la materia informe nel caos primordiale, e un’energia incolore frena la scomposizione della luce iridescente del prisma. Sono Carestia, ed abbandono il canto, poiché non mi serve a nulla. Ho seguito una donna che non vale nulla, e poiché non trovo una donna migliore, dal momento che quella che vale nulla è la migliore che fu vista e trovata, me ne vado prigioniero non so dove. Me ne vado in catene, e non so dove. Io penso, ma non so. Io credo, ma non so. Se il canto è nulla e il visibile è nulla, attendo le tenebre chiuso nella mia follia visionaria ed allucinatoria, muto e condannato, sospinto in cui questa forma in cui non riconosco il mio fluire vitale. Nel silenzio di chi non ha parole e non ha nulla da dire, e quindi non lo dice. Non lo dice perché la voce è spenta, e perché il brivido del nulla ha prodotto assuefazione. Nebbia. Una scrivania dilatata e allungata. La sedia levita a mezz’aria. Il pavimento si inclina di novanta gradi. Io cado, annaspo, provo, mi rialzo. Aiuto, In nomine patris et filii et spiritus sancti. Que sera? Nausea. Budella fumanti. Il cervello pronto a scoppiare. E io attesi lì. E lì io credo morii.
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