Annaspare in involuti rivoli riflessi riarsi e riavviluppati in una parola il cui senso m’è duro. Se la vita è male, perché da noi si dura? Indurire una ferma volontà, volutans dicendi sive moriendi voluntas. I feel so blue, vertigini in blu, sistema limbico distrutto nel fumo di immaginazioni ossessive, spente, disfunzione dell’amigdala e danno al sistema dopaminergico, borderline, split brain, disfunzione nell’inibizione della ricezione della serotonina, vasopressina in costante aumento, la forza del desiderio e il desiderio della forza, sono forzato e divelto in un sistema sequenziale e algoritmico nell’automazione ossessiva situata su una linea di confine, sui margini, presso i bordi.
Nicotina, catrame, monossido di carbonio spento e riacceso, mi rinvigorisco e osservo gli involuti riflessi di una bella pietra, pulchra puella loquere mihi! Una volontà che non dura, che mi è dura, e nell’immergermi in te il tuo senso non mi è men duro. I feel so blue. Automazioni nell’amigdala: annientato il sistema dopaminergico nella sua ossessione di scissione, scindo il desiderio avvolto nella sua più tetra disfunzione. Disfunzione del desiderio, a me rota igualmente mossa mi mostrò l’ossessivo e ossequioso deperire del disio e del velle. Orgasmico annaspamento nell’ossitocina riarsa e perduta, in strutture in costante entropia, entropico svanire, lo svelarsi di una rivelazione, rivelare e svellere la replica, la replica che
rende entropica, antropica, e per questo corrotta, una costante rivelazione buffa del mio essere. Loquere mihi sive semper tace, pulchra puella.
Replica antropica, entropica, artefatta, artificiosa nell’artificio del suo artefice, rarefatta struttura scissa in un silenzio che è abbastanza per te ma non per me. Replica rivelata riarsa e refrattaria in penuria di ossitocina, forza spenta nell’accumulazione di penuria, la forza di svellere e rivelare, algoritmica e logaritmica, sintattica indisposizione nell’attesa dell’essere. In te solamente i prati, i boschi di una eterna bellezza avviluppata nel volto del tuo spirito vitale, il tempo nella tua purezza, la bellezza del massimo desiderio di stringerti tra le mie braccia e rimanere in eterno socchiuso nel tuo volto. Ma sedendo mesto e desolato, avviluppando riflessi riarsi rabbuiati espungo un esperire desolato in riavviluppamenti dell’ossessivo ossequioso pensiero di te.
Sì, il pensiero di te. Ti vedo, ti vedo di nuovo. In silenzio stavi consumando la tua colazione. Io ero un po’ frastornato, sì frastornato, una mente annebbiata.
«Guagliò, non ce la faccio più. Non riesco a fare più niente. Quando vado in classe, non riesco più a parlare. A te, a te sto a pensà».
Entri nella macchina, io nel frattempo apro il cancello. Niente, non metti in moto, niente, io aspetto, poi mi avvicino. Accasciato sul sedile, inerme.
«Papà, papà, papààà!».
Ti afferro, ti sostengo, ti aiuto a uscire.
«Papà, come stai?».
Non so se pianto, frenesia, furore, terrore. I tuoi occhi socchiusi e ormai quasi spenti invocano il riposo e la quiete.
«Papà, chiamo l’ambulanza».
«No, sto buon, sto buon’».
«Ma quann mai, papà, nun stai buon».
Non so se il pianto, il terrore, la rabbia, la follia.
«Non è niente, non è niente, tiene l’influenza. Mettiamolo in piedi». Il paramedico che aspetta il sudato salario non ha ricevuto qualche extra.
«No, non si regge in piedi, non si regge. Via, portiamolo, via».
Un bambino pestifero che sta passando accanto al cancello ride.
«Oj, vattenne, guarda che t’accir si nun te ne vaje. Mannagg’, t’agg’ a accirer» gli dico.
All’ospedale, sulla barella, mi chiedevi di avvisare a scuola, ma a stento riuscivi a parlare. I tuoi occhi, i miei occhi, entrambi si contoncervano in un gioco che appiattiva e capovolgeva ogni possibilità di riferimenti spazio-temporali. Il tuo cuore, il tuo cuore si spegneva, si spegneva lentamente, e io in un soffio stavo per stanare la mia frenesia nel più frenetico dei contorcimenti che potesse esorcizzare i più lugubri e convulsi spasmi. Un paramedico ti porta via. Io non posso che scappare via, scappare via e urlare, urlare a più non posso, urlare fino a non sentire più la mia voce, urlare fino a dimenarmi nelle convulsioni e annullare ogni mia pretesa di contatto con l’illusione della mia realtà. Voglio solo piangere, voglio piangere fino a non ricordarmi chi sono e dove sono, voglio piangere fino a non ricordarmi di avere mai pianto. Give me Leonard Cohen afterworld, so I can sigh eternally. Sì, voglio piangere eternamente. Ho ascoltato Pennyroyal Tea dei Nirvana per tutta la giornata.
«Sì, pronto, suo padre ha avuto un arresto cardiaco, ma ora sta bene. Gli impiantiamo un pacemaker».
Papà si era fermato sulla soglia dell’Aldilà e dall’Aldilà mi stava preparando all’aldiquà. Ancora ricordo quando sono andato a trovarlo in ospedale qualche giorno dopo.
«Si entra uno alla volta nel reparto di prognosi riservata».
Ancora ricordo queste parole.
«Mamma, vai tu» dicevo io.
«Veramente il professore cerca lei».
Il tuo volto, oh il tuo magnifico volto, radioso come cento anzi mille soli che risplendono nella lotte più cupa. Oh, che bei momenti, oh che gioia senza fine. Il tuo viso parlava una nuova armonia, un’armonia che in un sorriso stemperava tutto il dolore del mondo, il mondo in un sorriso che mi illudeva di aver ucciso per sempre il dolore.
Ricercando la tua luce, papà, la tua persona, il tuo sorriso e i tuoi occhi, sognando il tuo abbraccio, me misero ricerco una sorridente persona nel fagocitante fluire del farraginoso fracasso fluttuante di indefesse fenditure nella ricerca di una tua immagine. Stanco mi costerno e mi accascio, dormo come sul selciato, indifeso ma anche indefesso, nella tua attesa salvifica fino alla fine della metafisica.
Leave a comment