I
Ho letto le notizie, oggi, cara Musa, riguardo alla tua sorte un po’ infelice. Si parlava dell’ennesimo femminicidio: la notizia era abbastanza triste, ma ho dovuto ridere in una nevrotica palpitazione. Ho visto la tua foto sul giornale, cara Musa: la tua mente è stata annichilita da un incidente automobilistico. È stata colpa del poeta al tuo fianco: aveva visto che il semaforo era scattato da verde a rosso, ma si era lanciato lo stesso. Una folla sull’asfalto vi ha guardati e vi ha fissati: avevano visto già visto le vostre facce; per loro eravate i soliti ubriaconi, perdigiorno, che non vogliono lavorare.
Ho visto un film, oggi, cara musa: l’esercito americano ha vinto la Guerra Fredda. Tanta gente l’ha visto, inneggiando alla libertà e alle magnifiche sorti e progressive del mondo, ma io ho dato un’occhiata, avendo già vissuto in prima persona la fine della storia.
Mi piacerebbe illuminarti il senso di queste antiche storie.
II
Ecco delle spirali essenzialmente ferme. Ma più guardo queste spirali e più esse diventano dinamiche e ipnotiche. Il loro moto uniformemente accelerato palpita in un acuto stridio, che è camera dei miei più profondi incubi, lucenti e incupiti. Il moto delle spirali tutto a un tratto scarica il suo impeto in fuoco e fiamme, che ardono e riardono nella frenesia di inconsce vertigini. Le spirali tutt’a un tratto mutano man mano che si affina la mia visione: sono genomi nascosti di un’antica essenza divina, che nell’umanità è andata ormai perduta. Io tendo delicatamente la mano alle fiamme, che mi sono sempre state amiche, poi sempre con più forza e più impeto, mi spengo nella palpitazione di un bagliore sempre più accecante.
III
Mi sveglio, riposato da un soave letto di ciclamini e papaveri. Accarezzo le foglie dei miei capelli con un pettine di rami, poi una voce lontana mi canta eteree melodie. Un candido prato illumina i miei passi al chiarore della luna. Mi inoltro negli arpeggi di un fitto bosco tra gli usignoli. Liete civette gli fanno da controcanto armonico. Lì, proprio nel mezzo della foresta, varco gli ultimi alberi tra fitte foglie e finalmente un ruscello, che sgorga da una piccola cascata lì di fronte. Proprio lì, tra i rupi e i sentieri scoscesi, dietro alla sorgente, una grotta, che sulle sue pareti riflette l’acqua nel suo limpido azzurro, color cobalto. L’acqua è un tenue fruscio che palpita il suadente ritmo delle mie visioni.
Mi siedo ai piedi di un albero, mentre ascolto la struggente melodia del ruscello. Lì dietro, dietro le montagne dove scorre la sorgente, un antico sentiero: quello che alcuni rozzi contadini percorrono, per andare ad abbeverarsi, ammutoliti dalla bellezza di tanto splendore. E qualcuno di loro, con un liuto o con una lira, intona canti che rispondono alle note dei volatili. E i volatili li capiscono, e struggendosi per tale candore, rispondono a loro volta. E questo gioco di suadenti contrappunti e arpeggi, nel bagliore della luna, corteggia lo spirito assoluto, che commosso lacrima una lieve pioggia. Le vibrazioni del coro si intrecciano in una fitta rete di immagini suadenti, come una lingua è intrecciata in un bacio. Tutte le creature, immerse nella bellezza della loro felice scienza, rispondono all’armonia del mondo, tessendo le corde di un’illuminazione interiore, che nella sua purezza li sta facendo ascendere al cielo.
Ed ecco che la luna lievemente si sposta tra le nubi, che in un impeto sembrano rigarla e squarciarla con doppi e tripli fendenti, come un occhio squarciato da una lama. Vedo davanti a me quei rozzi contadini, che cambiano canto e intonazione, poi cominciano a fischiare e gorgheggiare cinguettii, gridi, suoni e voci atone sotto a una pioggia sempre più incessante. Scrutano, perlustrano ed esaminano il terreno e si avvicinano a me: con falci e punteruoli spaccano, fendono, svellono e stuprano gli alberi. Poi in una vibrante frenesia anche le foglie e i fiori. Cominciano a costruire qualcosa con i rami, forse una casupola, mentre altri, tra alcune rocce, battono e forgiano ferro e metalli vari: spade fiammanti, brandi, corazze e usberghi pronti alla battaglia. Alcuni contadini prendono la sabbia e la ghiaia dalla riva del fiume e la impastano con l’acqua ed ecco, per miracolo, il calcestruzzo.
Gli alberi dietro di me perdono consistenza e piangono dallo struggimento, mentre seduto osservo ammutolito le sonnolenti costruzioni degli uomini: templi, case, un dedalo di vie che si replicano nel bianco sfavillante di marmi, ricoperti d’argento e pietre preziose di ogni tipo. I contadini ora portano toghe fiammeggianti e sono in un grande mercato, dove trattano sui prezzi della frutta, della verdura ma anche di utensili vari. Piegati e inginocchiati davanti a loro ci sono donne e uomini variopinti in catene, che vengono scolpiti, sferzati, scorticati con le fruste. I loro pianti e la loro desolazione è rimodulata e confusa dal suono di cetre, lire e percussioni che cantano armonicamente non solo le gesta dell’Impero, ma anche le imprese, spesso sanguinose, la bellezza e il dolore dell’umanità, in armonie così suadenti che per poco non superano i canti e i controcanti dei volatili nella foresta.
Ma ecco che si fa strada un uomo dai folti capelli e dalla barba lunga, così splendente come un dio, che va farneticando apocalissi, vertigini e onde di frammentate percussioni, aforismi di vera libertà, che fanno esultare i miseri di una nuova luce e di un nuovo impeto, mentre fanno singhiozzare i padroni dal livore e dal terrore. Ed ecco un crocifisso pronto al sacrificio, ed ecco numeri, simboli e antichi geroglifici avvolti dalle fiamme. Ed ecco: i cittadini del villaggio litigano, prendono le armi e così voli di braccia, gambe, petti spezzati in due, tre parti, con un impeto e un’intensità che spezza la melodia degli antichi cantori. Ed ecco, in pochi istanti rimangono, nel triste Impero, pochi sopravvissuti, che subito proliferano in pochi secondi, come operose formiche, e riempiono una nuova città: diventano sempre più esperti, costruiscono case ed edifici sempre più grandi, dove tutti accorrono per oliare e far funzionare nuove macchine, che pulsano e si stringono in velleitari stridii.
Ed ecco, qualcuno raccoglie la polvere da terra, la inserisce in una pistola e comincia a sparare e a fendere l’aria davanti. Tutti lo acclamano commossi, come un dio, e gli erigono un mausoleo, che intanto è diventata una fabbrica, da cui escono folle armate. Davanti agli abitanti della città orde di schiavi, in ginocchio, piegati in un gesto di masochismo, mentre implorano pietà e misericordia. Ed ecco, gli antichi cantori, che una volta prosperavano, si lamentano: c’è troppa confusione qui, nessuno ci ascolta più, singhiozzano amareggiati. Ora pochi ascoltano la loro musica, ma molti sono intenti a leggere libri, a sedere e a parlare in filosofica famiglia dei diritti e dei doveri del cittadino. Ora qualcuno dei letterati, che ha bene osservato il mondo e la natura, si veste di una tunica bianca e, come un monaco in estasi, si avvicina al fiore rosso fiammeggiante di un albero: questo è un organo riproduttivo delle angiosperme, un esemplare di differenziazione dell’apice di un ramo; questo è frutto della differenziazione di un normale fusto o di un fusto specializzato, chiamato infiorescenza. Proprio queste parole urla lo scienziato, come nell’estasi di un mistico, esaminando il piangente e lo struggente fiore rosso con una lente di ingrandimento. Poi lo scienziato esamina gli alberi. Queste piante sono organismi pluricellulari, eucarioti foto-aerobici con cloroplasti. Se tagli i tronchi in senso longitudinale, guarda e ammira la cellulosa, che è un gran numero di molecole di glucosio unite da un legame glicosidico con una catena polimerica non ramificata. E intanto, mentre lo scienziato si invischia nelle sue elucubrazioni, la calca degli schiavi aumenta e singhiozza e lavora di gran lena: gli schiavi tagliano, sminuzzano e trasformano gli alberi sotto gli occhi di grigi funzionari, che con metronomi monitorano il tempo e il ritmo della loro velocità.
A un tratto vedo un vecchio avvicinarsi, un vecchio ramingo, con una barba lunga e i capelli arruffati al vento. Si avvicina a me, sorreggendosi al suo bastone con fare affaticato. Si avvicina e si avvicina a me sempre di più: sei tu, sei tu, caro nonno K. Eccoti, finalmente. Lacrime di tristezza e gioia in cui piango e sorrido. Ma tu non mi vedi: lì parli agli schiavi, gli dai conforto e con i tuoi dolci detti gli dai nuovo vigore e nuovo impeto. E ora tutti insieme gli schiavi, divincolandosi dalle catene, si ribellano, urlano e protestano. Ah, che screanzati questi operai, dicono i funzionari della città: basta con la violenza e con l’odio, viva la pace, che assassini feroci e brutali! Hanno ucciso le guardie e la pagheranno amaramente. E ora alcuni soldati mettono in catene i ribelli e mettono in catene anche te, caro nonno K.: vi fanno sfilare, umiliati e sconfitti, davanti agli occhi della povera gente e, da giusti che eravate, ai loro occhi siete diventati ingiusti. Poi la vostra danza macabra di prigionieri svanisce: caro nonno, tu e i rivoltosi siete da soli, davanti alla sorgente, e, che cosa vedo, vedo fili elettrici attorno a voi, che vi avvolgono in spirali e silenziano per sempre la vostra voce, che da dolce e melodiosa diventa sempre più rauca, rumorosa e impercettibile. E mentre vi consumate, miei dolci ribelli, nel il candore delle fiamme, che hanno quasi rispetto nel toccare così tanta nobiltà d’animo, un bagliore elettrico, ossessivo e opprimente mi acceca e mi nasconde la vista delle sciagure umane. E intanto attorno a me fumi, singhiozzi, sputi, gridi, spari.
Vedo tra questi lampi deliranti, tra queste spirali e in questo delirio da ossessi scomposizioni chimiche, atomi che si rincorrono e saltano uno sopra all’altro, scariche elettriche che avvolgono e riavvolgono l’ipnosi delle mie visioni. Poi vedo in fondo a queste visioni cento metronomi, che prima battono il tempo ciascuno a suo modo, poi sempre più freneticamente si scrutano, si guardano e si armonizzano in una nenia funebre. Poi vedo immagini di macchine, dispositivi e computer che in un progressivo crescendo di vibrazioni attaccano e annichiliscono la mente degli uomini. Poi vedo gli umani, che mossi per magia da una strana frenesia, all’unisono, compiono una macabra danza inumana. Ma questa danza è, in realtà, una marcetta militare, che li fa cantare tutti insieme una stessa melodia, che è stata orchestrata per loro dai padroni. Ma come per magia quella melodia, da aspra e antimusicale, ancora quindi lievemente orecchiabile, si spegne: le bocche degli uomini rimangono aperte, ma loro non cantano più. Quel carnevale di luci e di ombre, in una spirale si riavvolge, poi gira freneticamente e poi si spegne.
IV
Tra nuvole raggrumate appare lievemente un cielo terso, nuvoloso, in cui non è più racchiuso alcun segreto misticismo. Sono su una strada e cerco di muovermi, anche se a fatica in una fittissima nebbia: cammino dove non ci sono più alberi ma solo rottami e liquami, che emanano un fetore che mi spezza le tempie e la pleura. Non è nebbia, ma fumo che si innalza dalle case attorno: tetro e suadente invade la strada. I sordidi passanti, che passano attorno a me, nella totale indifferenza stanno seppellendo il loro giorno in inutili occupazioni.
La gente non si incontra, non sorride, non vive, ma è incollata ai propri dispositivi: ti scrivo dopo, mandami la documentazione su Whatsapp, facciamo una videochiamata di gruppo, aspetta che ti aggiungo sul gruppo Facebook, ora mi scatto un selfie e faccio vedere tette e culo per avere più like. E’ una strana incomunicabilità: la gente dialoga senza parlare. Sono tutti atti illocutivi e perlocutivi, implicature conversazionali perse nel vuoto. Non ci sono né cantori, né arpe, né chitarre ma solo una marcetta militare scandisce il ritmo atono di questi personaggi: il risultato di una famiglia spezzata dalla morte della verità.
V
Mi sono svegliato da poco, ma sto pensando a un dipinto che ho fatto ieri: stavo disegnando un bel fiore, proprio quel fiore rosso che avevo visto nel mio sogno, ma ora che ci penso, mentre lo stavo colorando, mi sono accorto che era opaco, muto e chiuso in se stesso. Potrà mai risplendere questo fiore? Ma quale fiore? E’ solamente un’ultima foglia di un albero in inverno, che al vento piange e va cantando una melodia inascoltata. E’ una gestalt spezzata nell’assenza di schemi. Sono campi semantici lacerati. Frattura tra hardware e software in un sistema dopaminergico appiattito nella disfunzione dell’amigdala, pugni, calci, sputi. Ma no, continuerò a colorare questo fiore, anche se in bianco e in nero, perché non voglio morire senza esprimere il mio sogno in questa notte insonne che non ha mai fine.
VI
Ho letto le notizie, cara musa, riguardo a centinaia di buche nel Lancashire, e per quanto piccole e minute, ho dovuto analizzarle proprio tutte. Ne sono così tante che nessuno sa quante ce ne vorrebbero per riempire l’Albert Hall.
Mi piacerebbe illuminarti queste antiche storie.
VII
Le cento buche del Lancashire sono diventate spirali. Più le guardo e più diventano dinamiche e ipnotiche. E tra le spirali l’umanità canta una litania spezzata con un nuovo linguaggio: il linguaggio di congegni, transistor, specchi che flettono e riflettono una vibrante frenesia; non ci sono più antichi e suadenti oracoli, non esistono più i vecchi e santi dei, non ci sono più muse di fremente e antica bellezza, non esistono più canti di autentica e vera libertà. Ci sono solo spastici simboli che senza senso emanano sputi e soffi, aspri cinguettii, gridi, suoni, gorgheggi, volteggi, giravolte, onde sonore, ampiezza d’onda decresce, hertz a bassissima frequenza e infrasuoni in frastuoni. E non so come tornare indietro da questa notte insonne che non ha mai fine.
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