Mi sto spegnendo nel borgo natio selvaggio, io anonimo volto in una coalizione di clan selvaggi tra ombre e volti più muti dei film di Lumiere. Perché mi sto spegnendo? Sono pazzo, perché avrei tutti i motivi per suonare le campane a festa. Non le vedi quelle bellissime muse così ben truccate e luccicanti che forse sono state assemblate alla catena di montaggio della FCA? Non li vedi i loro occhi, che risplendono di celestiali carmi. Non le vedi quanto sono sensibili le mie belle muse quando mi dicono lascia perdere le tue filastrocche senza senso e apriti un tabacchino o un centro scommesse. Saranno di sicuro più produttivi del tuo canto stonato, che non sarà venduto mai dalla Universal, neanche se ci investi un milione, o se ti investi sotto la mia Cinquecento bianca, pregando in aramaico. E sì, perché la macchina delle femmine è la Cinquecento, ma a volte anche la Lancia Y. Ooops, non devo dire la macchina delle femmine, perché l’Italia è una democrazia occidentale che fa della parità di genere la sua più grande priorità: aspetto la censura che cambierà i miei errori poco poetici.
Ah, cara Italia, qui le tue muse sono talmente colorate ad arte che dovrei chiamare Giotto per riverniciarle. Ci devo pensare. Sono così celestiali ed eteree che, venerate dai padri e incitate dalle madri, sono un trofeo o gioiello da contemplare su Instagram: vedere e non toccare. Guai a toccare la loro purezza e la loro castità: il servigio d’amore è a caro prezzo, come quello di Griselda o Ruby, se rubi e ti presenti firmato Armani e con una Porsche. Ah cara Italia, io sto aspettando, fremendo, che il prezzo della mia musa si abbassi, ma è stabile anche quando non più giovani, bensì vecchie e laide, ormai sarebbero da lasciare altrui. Ooops, non vecchie e laide: le chiamano in modo diverso, ma aspetto la censura che cambierà i miei errori poco poetici.
Viva l’Italia, perché andrà tutto bene: un paese antico con sempre nuove risorse che rinnovano il suo primato culturale e politico nel mondo. Andrà tutto bene, cara Italia, soprattutto quando vedo certi vecchi industriali ritardati, che ascoltano la Traviata, traviati da pietoso esibizionismo, intessendo con avidità le loro cinquanta sfumature di grigio con concubine, amanti o con l’eterno tirocinante, che sotto la poltrona del padre padrone attende invano. Ooops, volevo dire: andrà tutto bene, cara Italia, perché i tuoi giovani imprenditori sono così generosi che ci mettono a lavorare dignitosamente, salvandoci dalla miseria come fece Adriano Olivetti negli anni Sessanta. Ma aspetto la censura che cambierà i miei errori poco poetici.
Viva l’Italia, paese di santi, poeti, navigatori e inventori! Se contorci e confondi dieci o undici lingue sei esibizionista; se sai di non sapere, sei ignorante, sai troppo e sei saputello; non lavori e sei schiavo della noia, lavori e sei schiavo del dolore. Hai venticinque anni e sei troppo giovane, ne hai trenta e sei vecchio. Ahi serva Italia, che sei tu se non bordello di macerie, sei sepolta nella tua stessa tomba, mausoleo ermeticamente chiuso nelle tue rovine, vecchio organismo che ti operi e ti richiudi su te stesso, bende su bende, metastasi su metastasi. Ahi serva Italia, sei una metastasi del mio unico occhio rimasto, un occhio di colori differenti fatti di lacrime. L’altro occhio ho deciso di cavarmelo perché non era abbastanza produttivo e, vendendolo, ci ho ricavato un buon investimento.
Viva l’Italia, perché persino i cimiteri di cui ti adorni e di cui tanto fai sfoggio sono più vivi di te. A me sfinito, concedimi riposato albergo o l’opportunità di vivere lontano da te, matrigna, che le viscere della terra insozzi della tua superbia senza averne il fio, o avendo il fio di chi da morto ha qualche rimpianto verso la vita. E tu, caro nonno K., figlio e vittima della corruttela italica, tu che alzasti il viso contro di essa, perché accettasti come ultimo atto di libertà, da me accompagnato, il viaggio verso gli inferi?
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