C’è chi mi dice sei l’uomo di casa, c’è chi mi dice devi prenderti cura di tua nonna. C’è chi mi dice sei tu la causa della morte del nonno, perché lo facevi preoccupare troppo, e la colpa è solo tua. Non m’importa: lui è nel vuoto dove tutto è giusto, mentre io sono qui in un giusto vuoto. Le immagini di te mi ritornano alla memoria, poi lievemente si assopiscono e recidono il loro volto. Le immagini di mia nonna, come un’Erinni, tormentano le mie notti insonni e nel mio insonne vagare mi affilano gli occhi con un fendente pronto a reciderli fino alla cornea.
«Ti sei dimenticato di me, e ora, oltre a nonno K., porti anche me sulla coscienza» mi dice mia nonna.
Ancora mi ricordo di quando tu, che eri fin troppo bisbetica, ossessivamente mi mostravi come dovevo comportarmi nella vita pratica. Come una raffica, un mitra che fendeva le mie tempie mi avvolgevi in una perenne nenia funebre: metti a posto la camera, bevi l’aranciata, chiudi la porta, mangia, fai le domande per diventare un insegnante dopo la laurea, alzati, siediti, non fumare, guagliò ma sì proprio strunz’, vir’ come sei disordinato, ma ce l’hai o no la testa? Ma non capisci niente.
Una raffica continua che con ossessivi e seriali fendenti mi faceva tremare le vene e i polsi. La mia mente, stirata e compressa dal terrorismo psicologico ma allo stesso tempo ossessivamente ostinata a ostentare una compostezza stoica. La mia mente, esperita nell’espungere con espedienti tutti i rimproveri. Eppure, nonostante non ascoltassi, le raffiche del suo mitra, con ricorrenti rimproveri, impregnavano la mia mente di un ossessivo ragionare, che è causa di tutti i miei mali. Ora basta! Freneticamente fremo e nel fremere non freno il mio agire. Con una presa decisa l’ho afferrata per un braccio e con la lama l’ho squarciata in mille brandelli fatti di lacrime. Le mie lacrime.
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