I
Nicotine, be the death of me! Nicotine, it’s my wife and it’s my life. Non avrei mai pensato di preferire un’amante così eterea ed evanescente come te, ma ora sono abbastanza grande per superare il mito della donna perfetta. L’ardersi e riardersi della mia bionda, che bacia le mie labbra. La pantomima della mia pace, il desiderio racchiuso tra mura dove nessuno mi cerca e dove vivo nella replica della mia infanzia. La mia lingua pizzica le avvelenanti e avvolgenti curve del mio desiderio, ritrovando e riassaporando in te dopamina ed endorfina, dopo che ho sommerso sommessamente formaldeide combusta e comburente in fracassate baruffe.
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. Acetaldeide acetata nel trapassante sopore delle mie sinapsi. Benzopireni e idrocarburi di antidepressivi triciclici in un tetragramma che annichilisce la mia mente. Barbiturici sulla mia barba in un’ossessiva e ossidata ricerca erotica. Sesso spento nelle pulsioni combuste e pulsanti del mio ventre smisuratamente smussato e squadrato. Tutte queste immagini sono una simpatica sinergia nell’esalato mio ultimo respiro dal sapore di catrame. La mia è una marcia funebre e sincopata dell’esserci, che cerca invano l’essere nel mondo.
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. Addio eros, erotismo esorcizzato da esondante monossido e catrame. Ora che sei spento, fremente erotismo, rimango a contemplare il mio martellante martirio nel silenzio. Accendo un ultimo bagliore psichedelico, che ticchetta l’ansia delle mie anguste anse interiori. Quanta ansia nel sospirare e nell’affannare mentre il mio fiato si spegne. Quanti sospiri di carta vetrata, che fagocitano la pleura e smantellano i polmoni. Riardo come la polmonite che ti portò via, o caro nonno K., nel silenzio eloquente della tua brillante essenza.
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. Caro nonno, te che sei il padre mio, perché un padre non ce l’ho mai avuto. Caro nonno, stridenti aporie soffocano le mie notti nel ticchettare di un tempo molesto. Io odio quanto di paterno c’era in te e amo quanto di materno c’era in te. Amo la grande madre che c’è e sempre ci sarà in te, perché è come un’immortale musa che non smette di baciare le mie parole. Invece io odio l’innaturale ruvidità che il mito dell’autoritarismo patriarcale ti ha donato. Odio il lento e tracotante mito del padre, che prospera nell’irridente, irreprensibile, epilettica e castrante società contemporanea. Odio l’autoritaria castrazione del mio essere nel mondo, specchio ustorio che riproduce dolore nella riproduzione di corrotti genomi. Odio te, padre, che hai procrastinato il mito dell’autorità. Odio te, padre, che sgorghi nell’afflato di un muto torrente, odio te, padre, che gorgogli nell’accartocciarsi di una foglia riarsa, odio te, padre, che perpetui il prosastico bagliore di un urlo vuoto. Basta, sparisci ora. Monossido di carbonio, che annichilisce l’esegesi di questo canto spezzato.
Nicotine, be the death of me. It’s my wife and it’s my life. Cara Nicotina, seppelliscimi in un’impetuosa sorgente, che sgorga nello psichedelico umore di un eterno e molesto singulto. Cara Nicotina, io scindo la cognizione del mio dolore in questi oscuri e serpeggianti segni. Segni che increspati decrittano le pulsazioni del mio cuore. Segni che palpitano sempre meno pungenti, sempre meno incisivi. Segni che spengono la veglia di questa oscura e tormentata notte.
II
Voglio un’ultima sigaretta, anche se non voglio più fumare, voglio solamente un’altra Marlboro. Meditazioni di fuga, fuga nella mia meditazione. Il mio sistema dopaminergico compromesso per sempre, sempiterna compromissione nello spessore di fagocitanti righe che si annichiliscono tra inette parole. Ho tanta voglia di vivere, perché la vita non è che un breve sussulto nel susseguirsi di sparute ombre, che blaterano una litania di nonsense.
La nicotina mi avvolge nell’impotenza tra venti o trenta sigarette al giorno nel nulla del borgo natio selvaggio, mentre la mia mente si spegne tra speciali spie, che aspettano di arrovellarsi in spirali nell’attesa di un effetto positivo sull’umore, che agisca sui neuro-recettori dell’acetilcolina, poiché urge stimolare il sistema dopaminergico mio spento. O acido γ- amminobutirrico, neurotrasmettitore inibitorio, perché inibisci il mio sistema dopaminergico? Quali sono gli stimoli che pongono a te mercé? Sesso e cibo buono?
Voglio un orgasmo perenne fino ad annichilirmi, massimo piacere ininterrotto dal nulla che giustifica la vita. Ma chi ha costruito questo nulla? Chissà. So solo questo: voglio correre fino a dimenticarmi dove sono e chi sono, voglio dimenticarmi di esistere, perché nella consapevoleza del nulla posso contorcermi nella mia voglia di fuggire non so dove; sono borderline, o forse oggigiorno la linea della malattia è infissa molto più che al di là del confine della salute?
Tra neuroni assetati e un senso di rivalsa tra le righe di un rigato rimorso, io respiro tossica tosse nel possesso di ossessive sessioni di sesso estremamente estenuante. O mia dolce musa dagli occhi bluastri, ti innaffierei del seme della discordia nella discrepanza di un sussulto compulsivo, che deterge la mia epidermide riarsa nell’inibizione della prolattina. Ah, appagamento sessuale e mentale lontani. Sesso, ossesso, ossessione di sesso che dà pace nella denutrizione dei deperiti individui multiformi e variopinti della modernità. Voglio agonisti dopaminergici, perciò dammi nicotina e paroxetina; dammi un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina; dammi maggiore disponibilità sinaptica per la serotonina. Ancora fobia sociale, ancora svalutazione dell’ego, ancora svalutazione dell’alterità dell’alter-ego. Evasione, evadere da questo sistema è impossibile.
III
Ho visto nelle mie paure una strana inibizione: la paura non mi fa tuffare, pronto al lancio. Sono colui che vuole contemplare la profondità del lago rimanendo a riva. Sono in una prigione che è avviluppamento di un viluppo stridente, stridii e strida tra le spastiche dolenti note in un dolore di dolo, azioni dolose nella dolina che mi apprestavo a pressare, malgrado non avessi una minima idea di come fare, perché temevo acuti e acuminati aculei nella mia vista. Convulsioni contorte e sconclusionate tra spasmi di un orgasmo interrotto, interrotto nello spasmo di un orgasmo, un orgasmo contorto nelle convulsioni di un irripetibile irato iridescente irredento sopore.
Sto aspirando catrame e nicotina, la nicotina è nel sangue, è nella testa, la testa avvolta nel catrame, catrame sintetizzato e spezzettato, e io prego Dio che non esisto, e prego Dio che non sono da nessuna parte, e io credo ma non lo so, io penso ma non so. I miei pensieri specchio della vana modernità, occlusi da un meme che all’infinito replica pensieri ossessivi da un computer all’altro, da un telefono all’altro, da una televisione a all’altra. Tutti gli automi ora pensano e dicono la stessa cosa, mi ispirano al positive thinking, si dopano di brillanti carriere e tenebrose solitudini, si dopano di farmaci, di videogiochi e di realtà virtuali, che forse sono meno false di quelle che abitano. Dopati da un frenetico ritmo di produzione e consumo, pensando di vivere nel mondo del progresso, forse mi hanno infettato del loro virus. E da questo virus non c’è quarantena.
Memore dell’amata e melanconica melatonina e della terrificante e psicotica psilocibina – le amate Grazie che un tempo mi nutrirono – vado alla ricerca del mio inferno artificiale. Un inferno espresso in una quantitá di quanti riavviluppati in una radiazione, che interrogo ma non risponde.
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