Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
(Dante, Così nel mio parlar voglio essere aspro)
Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi corridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri. Aria fresca che ammuffisce tra funghi pluricellulari. Una luce di pollini sospesi nell’aria in una lunghezza d’onda tra i 790 e 430 Hertz di frequenza. Rodospina sospesa nella pena capitale della mia triste dialettica.
Ora ti chiedo? Che cosa sei per me, mio caro nonno K.? Sei forse la camera in cui giacqui nella dolcezza dei miei tristi sogni? Sei forse la camera della mia frenesia che vaga nell’immersione di uno psichedelico tremore? Sei forse la camera in cui siedo al buio, la camera che risuona di sprezzanti disarmonie. La mia magione è un viluppo di colori compulsivi e corroboranti della dialettica del mio triste spirito.
La luce fendente di una luna gelida trapassa con i suoi spiragli il salotto dove insieme giacemmo nell’illusione della nostra felice esistenza. Caro nonno, credimi, credimi, mi vorrei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento così solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla. Sono in cerca di una camera in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia solitudine, mille spettri che mi inseguono e mi chiedono conforto, mi cercano e mi chiedono di fargli compagnia. Ecco, ora vedo fulmini! Fulmini di accecante bagliore, che abbagliano il mio delirio, tremante di un sincopato olocausto che vibra nella mia mente piangente.
Dov’è la mia cara musa? E lei, lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi lamenti e le perturbazioni del suo occhio, che incurvato mi deride. E lui, il nuovo poeta che hai prescelto – un magnate americano dell’industria discografica – ti ha evocato a sé prima con succulenti doni, con oli, incensi e profumi. E poi, quando era sicuro di averti accarezzato con la sua sagacia da mendicante, ti ha legato e seviziato, poi ti ha venduto al mercato del paese. Belle poesie? Volete comprare belle poesie? Il poeta nuovo ti ha costretto a un canto uniforme, sfiorito, sfibrato e sventrato. Un canto che era una sterile stereofonia in una vibrante cacofonia, che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più lungo che venticinque secoli. Il tuo canto con trilli striduli e stridenti è progressivamente calato, fino a quando le tue povere corde vocali, ormai seviziate, sono diventate mute. Cara Musa mia, l’amore che provo per te nella mente mi ragiona ancora tristemente del tuo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono.
O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare rispetto alla triste impressione che ebbi di quella visione, che, ora quasi obliata, ippica corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Ora, ora che sei muta, mia sanguinosa musa, che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte poco mistica dell’umanità, forse dall’amore e dalla gioia dovrei ritrarmi e dal momento che sono morto come morto ti dovrei rispondere? Me ne vado, prigioniero d’amore, non so dove, anzi, prigioniero della mia sterile frenesia, prendo a brandelli la parola, che nel suo segreto schiudersi viaggia verso la passione dei miei deliri.
Io non ho più nulla da offrire ma molto da soffrire. Il mio canto non ricorda nient’altro che le ultime tue parole, cara Musa, avvolte in una sterile stereofonia, che risuona metalliche strida. Strida che avviliscono la poesia e l’arte, durante l’oblio dei nostri secoli, all’interno di un segreto che si schiude in una vana litania. Mille colori, mille colori, che si invertono e investono immagini sfocate così pungenti che potrebbero svegliarmi dall’incubo della vita.
Ora nonno, parlami, nonno, dove sei? Un appiglio, una boa, una qualunque risposta. No, litania che non ha mai fine, litania che corre e mi guarda con occhi ormai consunti da lacrime che non hanno più vigore. Lacrime che seccano prima di ritornare a risplendere negli effluvi più sinceri e più liberi dei miei occhi. Il dolore è ormai cristallizzato in urli peripatetici, patetici e così striduli, che nel rifrangersi dei suoi infrasuoni non odo nient’altro che silenzio. Il silenzio che sento non era nient’altro se non la sommessa e soffocante tua richiesta di dialogo. Io ti guardavo, sì, con le lacrime agli occhi. I tuoi occhi pallidi e singhiozzanti della tua preoccupazione, i tuoi occhi così simili ai miei, che come uno specchio mi hanno avvolto, perché da quando mirai nei tuoi occhi non più mio fui, ma fui di qualcun altro. Specchio, specchio, da quando ti miro nella camera della mia mente, mi hanno ucciso i sospiri dal profondo. Io mi allontano, e correndo, tu mi insegui.
«M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?»
«Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi singhiozzante.
«Non ti preoccupare, il nonno, il nonno campa parecchio, se tu lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommiserazione stai affondando e affondando sempre di più nel senso della vita. In una vita che fluisce come un torrente impetuoso, che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascoltare le vibrazioni della vera bellezza con me.»
«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato in un incubo, in una notte che perpetua fluisce nell’attesa di un mio risveglio. Lo so che, fin quando non finirà la terribile notte della vita, io sarò destinato a essere sballottato sempre di qua e di là.»
«Siamo tutti sballottati, ma dobbiamo lottare. Ascolta la Natura, ascolta i dolci canti che ispira in questa serata. Quando Amore mi spira, io annoto e a quel modo che detta io ti parlo. Non c’è nulla, nulla che possa alleviare questi tempi oscuri, se non la Natura. Ascolta la beatitudine di quest’attimo, ascolta la pace di quest’istante, ascolta la bellezza che tocca il tuo corpo con la mia mente. La Natura, la Natura mi dice che non devi più fuggire e non devi più nasconderti da te stesso. La Natura mi dice che devi lottare nella beatitudine della sua eterna pulsione di vita.»
«La mia volontà è debole, nonno. Come sconfiggere, come sconfiggere lo spirito del tempo, che ha spezzato l’arte sotto il suo giogo. Come sconfiggere lo spirito del tempo, che tutto spezza e niente sottrae alla forza centripeta del suo vortice?»
«Non parlare, non parlare e resta in ascolto. Non cercare nulla al di fuori di te stesso, non aspettarti che gli altri ti guardino ma prova a guardare, a guardare nella tua essenza. Quel ruscello da te immaginato, quelle piante che a margine ti accarezzano in quella foresta acquattata dietro a quella montagna. Non le vedi quelle piante? Non rinunciare, non rinunciare alla libertà della vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo ti ha serrato ogni opportunità, perché là c’è, là c’è la più bella ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, immersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare del canto che le ho insegnato. Non deturparla con i liquami e i rottami dello spirito del tempo.
Non chiudere la tua mente. Non dividere gli emisferi della tua mente come quelli di un cieco o di un sordo, che non possono o non vogliono più sentire. Non ti perdere in frammenti e in scaglie di caleidoscopici vortici, inabissati tra carta straccia, dadi, numeri e cabale babilonesi. Non ti perdere nel fetido vortice che ha il nome di Commercio, perché questo nome intinge i suoi responsi dal sangue delle nazioni e delle genti. Non ti perdere in vane speculazioni, che avvolgono e riavvolgono noi automi in servi di un ritmo ossessivo, che ci fa omologare, mercificare e liquefare il nostro soave incubo della vita.
Caro M., io ho vissuto, e ho vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltando la levigata voce della Natura, che mi chiedeva di abbracciarla, di accarezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue braccia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti, e ricordati per amor mio di non essere succube dei padri padroni e di nessun totem che possa uccidere i tuoi istinti.»
«Come potrò spegnere tutte le passioni, tutti i dialoghi, tutte le risposte che mi mancano, ora che la tua visione sta per svanire? In questa notte oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio. Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto la stessa lontananza, e lo stesso ancora stanno implorando conforto. Ancora mi ricordo, ancora mi ricordo di quando esperivo frenetico un male oscuro che mi avvinghiava con le sue unghie. Mentre eravamo insieme, distesi sul letto, tu mi guardavi assonnato, con il tuo occhio socchiuso, e mi confortavi. I tuoi capelli sul cuscino come pietre d’oro dormienti, sì, ancora li vedo.
Dopo che la tua vita si è spenta, la natura ha temuto di morire, ma la foresta, gli alberi e il bosco ancora cantano lievi e dolci sinfonie nel tuo ricordo. Dopo che ho visto il tuo occhio spegnersi nel terrore della distanza, ho capito che non c’è modo di dirti addio. E ora vago nel tempo. E ora vago in un tempo sospeso che dissolve i miei sospiri al vento. Quando cammino, appena giro l’angolo so che non ci sarà il tuo viso. Però i miei passi, i miei passi rimangono ancora nella speranza di ritrovarti lì, da qualche parte, ancora ad aspettare il mio sorriso».
Ora voglio una pasticca, e un’altra ancora. Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire: ne voglio di più, ancora altre, ecco, amor che nella mente ancor ragiona di questi demoni della vera libertà, che conducono laddove la vita è migliore, più limpida e più pura. Prendiamole tutte perché amo la vita, perché non vedo l’ora di colorare la mia illusione che i colori esistano davvero.
In una frenetica riduzione che tutto annichilisce, avverto ora un nuovo fenomeno: scomposizione e semplificazione di numeri che battono ali e spirito in una diade che scarnifica la loro semantica. Avverto ora la scomposizione di note dal vortice frenetico di un sintetizzatore elettronico. Un sintetizzatore che sintetizza note e proteine fino a staccarle dalle floride catene di amminoacidi che furono. Avverto ora la frenesia di immagini che fluttuano veloci in una macchina da stampa. Avverto ora ghiandole, che inibiscono noradrenalina, serotonina, dopamina, ossitocina avvolte nell’ossessiva e ossequiosa ricerca di neurotrasmettitori da scomporre e fagocitare. Avverto ora un padrone che nella sua iperattività dei profitti mercifica e scarnifica il servo nell’impossibilità di immaginare un mondo libero. Avverto ora una rivoluzione che riavvolge e riarde pianeti attorno a un asse inclinato rispetto al piano dell’eclittica. Avverto ora una rivoluzione di pianeti che avviluppano frammenti e detriti verso uno spento nodo senoatriale. Il nodo senoatriale di un cuore che di impulsi elettrochimici non pulsa più.
Ora voglio un’altra pasticca di antidepressivi, e un’altra ancora. Oh, io lasso, ora che muovo tutti i prieghi verso Elicona, perché Cirra risponda, affinché la fine della vita sia per me un intermezzo tra i paradisi artificiali del mio animo. Sto per trapassare e forse nell’aldilà c’è troppa, troppa dopamina e ossitocina, troppa felicità e troppa luce, troppa virtù nel tessere le lodi di gioia e amore, troppa virtù, troppa scienza d’amore; fenomeni che non appartengono alla mia natura. Ecco l’aldilà. Ecco una rosa fresca aulentissima, la rosa della poesia lirica, che introversa l’inverosimile visione di una bella melodia. Una dolce melodia nella mia stridente attesa della mia fine e della mia frenesia. Intanto, infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato. Un sogno obliato, che, sul fondo dell’oceano, una città sommersa nell’oblio della notte. O dolce musa dagli occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi suoni senza verbo nel mio pingue e pallido ultimo trapassare.
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