«This is the end, beautiful friend
This is the end, my only friend
[…]
The end, I’ll never look into your eyes again»(The Doors, The End, 1967)
Perduto in quel romanzo di ossessive strida ero in una via polverosa e tetra, al buio con la sola luce della luna che illuminava i miei passi incerti. Ed ecco che proprio lì, davanti a me, al limitare di una foresta di rottami – una discarica a cielo aperto – c’erano un largo spiazzo e un castello dalle pareti bucate. Una spettrale costruzione rettangolare, finestre sbarrate su tutte le mura, cupe più del sangue che mi rabbridiva nelle vene e nei polsi. Il suono di acuti violini, stridii che squarciavano il pulsare delle mie tempie, anziché farmi retrocedere, mi richiamavano al loro suadente invito.
Davanti al castello, una doppia scalinata simmetrica, dai bordi di ghiaccio. La percorro con fare agitato e quasi compulsivo: un’ampia vetrata squarciata da infissi di tetro legno verde, come la muffa che raggrinzivano le poche piante intorno. Devo andarmene via di qui, no, ci devo pensare, vabbè, mo’ vediamo, mo’ me ne vado, pensai. E mentre pensavo, proseguivo con l’incerto passo verso il limitare della soglia. Sulla porta un’iscrizione a lettere cubitali, scolpita sul legno mangiato dalle tarme: ‘Le porte del desiderio’.
Qualcuno aprì la porta di scatto: una giovane donna, dal vestito di velluto nero, si avvicinò a me con lo sguardo suadente, mangiando una mela rossa con lo sguardo dei suoi occhi blu.
«Caro M., finalmente qui, ti stavo aspettando».
Una voce stridula. Ma più strideva, più mi risuonava all’orecchio l’armonia delle intelligenze angeliche. Un’armonia cantata dolcemente da labbra di fuoco rosso, che avvolgevano la mela nella simbiosi di un bacio suadente. Sciolte le trecce nere sulle spallle, la ragazza mi sfiorò il mento con le lunghe unghie rosse:
«Caro M., ce ne hai messo di tempo! Il mio padrone ti aspetta da una vita».
«Il tuo… padrone» ripetei sotto l’influsso di un tetro mistero. «Ma… ci conosciamo?» continuai, balbettando acuti stridii di vergogna dal mio petto.
La ragazza mi prese di colpo la mano. La sua mano era la trasparenza dell’acqua ai mille colori del tramonto. La seguii: irresistibile visione delle sue curve, più sinuose dei rami fioriti che si intrecciano in primavera. Percorsi un lungo corridoio al lume di torce e fiaccole, che, anguste, con il loro fetore mi stavano fagocitando la pleura.
«Aspira e respira, a pieni polmoni, il profumo dell’incenso. Caro M, depura la tua anima, che lieve sta per raggiungere l’Assoluto».
Ah l’Assoluto: aspira, respira; e i putridi e fetidi liquami di quella periferia del mondo, di colpo, mutarono in olezzose viole, ciclamini, violini e viole, che risuonavano del vortice del mio istinto. Ed ecco, le voci di quel castello, che sembravano stridule e metalliche, ora mutarono in dolci cinguettii e gridi, più suadenti di una mela succulenta. Ecco che quelle pareti spoglie, brulle, fatiscenti, chiuse nella loro claustrofobia, di colpo furono edera, foglie, rami, colori e suoni. Ed ecco che la stanza, l’ampia sala che intravedevo con la coda dell’occhio, diventò un ampio giardino, con una cascata e un ruscello dalle dolci armonie.
Una ventina di ragazze nude, una più sensuale dell’altra, camminavano danzando come al centro di un dipinto: il più bel dipinto che avessi mai visto, confuso di suoni e colori che tendevano all’armonia del mondo. Qualche ragazza cantava, qualcun’altra dipingeva, qualcun’altra danzava al ritmo di tamburi. E lì, proprio sul bordo della cascata, chi vidi? Era un bellissimo giovane, dalle lunghe trecce nere e gli occhi azzurri, che insegnava a due ragazze a cantare, mentre sfiorava, con una sola mano, le corde della sua cetra. La sua cetra aveva la forma di una falce incorniciata da un martello. Le ragazze, sdraiate accanto a lui, lo avvolgevano in un abbraccio sinuoso, come serpi affamate di gustare il frutto della loro passione. Mentre le giovani cantavano, per segno di gratitudine, se a lui piaceva, le innaffiava lievemente con un calice di vino che stava sorseggiando. Le donne, entusiaste e lacrimanti, si godevano quelle gocce di vino, aprendo la bocca e chiudendo gli occhi, in estasi e in segno di religioso rispetto.
Io fissai il giovane dai capelli lunghi e più lo fissavo, più mi sembrava che già lo conoscessi. Ma sì!
«Carlo! Carlo, ma sei tu?».
Il giovane si sciolse le trecce nere sulle spalle, annuì e mi chiese di avvicinarmi con una cadenza che si avvicinava al canto blues.
«Caro M., da quanto tempo! Benvenuto nel mio regno e tra le mie melodiose Menadi!»
Corsi in un impeto ad abbracciarlo e lui, commosso, aprì le braccia, quasi come un crocifisso ardente di spirito e di fiamme, mentre le Menadi mi fissavano con disappunto. Il loro occhio era penetrante dall’invidia di cortigiane insoddisfatte, che mai avevano il loro padrone così commosso e gioioso.
«Mi sei mancato, caro M.» fece Carlo, strimpellando un accordo con la cetra, mentre mi guardava. «Finalmente sei qui, nel mio rifugio, nella mia pace e nella mia redenzione, tra le quattro mura, dove nessuno mi cerca se non gli spiriti eletti».
E così, mentre parlava dolcemente, il mio occhio si affinava sempre di più e in quella magnifica vista io mi sentii leggero e più puro.
«Fermati qui. Ora sei nel mio regno e nessuno ti porterà via più di qui. Ti affiderò alle mie Menadi e loro, per amor mio, ti schiuderanno i miei segreti. Tu, tu solo hai visto la vera luce, la vera via e la vera salvezza. Tu solo sei stato il paziente agricoltore che ha affinato la terra su cui abbiamo camminato insieme».
Tutto a un colpo mi vennero in mente le sue storie e i suoi racconti. L’avevo conosciuto in un fatiscente albergo della periferia di Roma. Lui, regista di film complessi, che forse nessuno capiva, se non lui stesso e pochi spiriti raffinati. Da solo, senza un soldo, ma in compagnia di una ballerina poco più che adolescente. Era lì, nei miei ricordi, in quell’albergo di periferia, e mi parlava di come adescava le donne con il suo canto; con giochi di parole; con immagini, suoni e colori dei suoi racconti. Era lì, nei miei ricordi, e mi parlava di come, una volta, con la maglia del papa, era andato in un campeggio lì vicino e, fingendosi prete, era entrato in confidenza con una donna bellissima, che imparò grazie a lui a liberare il suo istinto, che la superstizione del popolo aveva spento.
Carlo, con una giovane ballerina, quattro spiccioli nella tasca, vagava con la sua auto d’epoca, rosso fuoco, tra le periferie fatiscenti di Roma nella contemplazione del brutto, tra ladri, prostitute e tossici, nella consapevolezza di giungere alla vera essenza del divino. E lui, che era calvo e glabro come un ramo spoglio, ora era davanti a me, pieno di luce e redento nell’immagine della vera bellezza.
«Vieni con me, caro M. Tu che hai sempre amato la musica, ti affido alla donna più musicale che ci sia.»
Alcune donne, sedute in cerchio, spingevano davanti a me A., una ragazza dai capelli castani mossi, sinuosi, come le foglie di acanto, più incantevole di un coro di usignoli; uno sguardo penetrante da cerbiatta, desiderosa di trovare una nuova guida nella foresta della vita. Ero io, in verità, ad aver bisogno della sua guida, ora che ero smarrito e confuso da troppa bellezza.
«Caro M., io sono A. Nostro Signore ci ha cantato, commosso, la tua vita e il tuo dolore. Io sono qui ad ascoltare e ad abbracciare il tuo spirito. Io sono qui per liberare l’anima musicale che c’è in te!»
Più la guardavo negli occhi e più i miei occhi si affinavano di nuovi colori e di nuovi suoni, che sgorgavano limpidi ed eterei nel ruscello dei suoi occhi. Ora che la mia vista si era affinata mi apparve la verità: quegli occhi, che mi erano sembrati scuri, erano diventati bluastri e cantavano accordi che solleticavano l’istinto e lo spirito assoluto del mondo.
«O, mia cara Musa, sei tu! Sei tu!»
La Musa annuì e mi mostrò uno specchio, nel quale specchiandomi vidi la mia immagine, che pian piano si confondeva e poi si immergeva nella sua, in un lieve e sinuoso abbraccio. La commozione fu così forte che quasi caddi svenuto, ma lei, tenendomi per le braccia, mi porse un fiore rosso, che con il suo odore mi fece rinvenire e rinvigorire di colpo.
«Ecco, M., ora ti insegnerò a cantare degnamente e a liberare il tuo flusso vitale nella Natura, in cui ti immergerai fino a fonderti con il suono di lei. Intanto però questi miei insegnamenti saranno graduali, perché ancora non sei pronto a spogliarti della corazza terrena che non lascia a te la manifestazione dell’Assoluto».
Mentre la Musa mi stava dolcemente spogliando dei miei vestiti, un fremito mi assalì: il fremito dell’imbarazzo, la frenesia di chi è nudo delle sue difese. E intanto, mentre lei mi spogliava, io rimanevo a occhi chiusi, quasi tremante. Lei mi sussurrava qualcosa all’orecchio e nel frattempo me lo mordeva.
«Questo è solo l’inizio, caro M. Questo è solo l’inizio» mi ripeteva la Musa, e io, in breve tempo, nudo, davanti a tutti, provai a coprirmi. Lei mi tolse le mani dall’inguine, se le portò attorno al collo e avvicinò la sua bocca rossa alla mia, in un dolce impeto, che si stava trasformando gradualmente nell’ardersi delle fiamme dell’Inferno.
A un tratto, un lamento mi fermò: era quasi il pianto sommesso di un gatto; strida acute che erano diventate il miagolio di un bambino. Feci per staccarmi dalla Musa.
«Ma cos’è?» le chiesi
«Lascia perdere» fece la Musa, dandomi piccoli baci compulsivi sulle labbra «E’ il lamento di un vecchiardo stupido. Ma poverino, sapessi quanto è indifeso.»
Io feci per scostarmi da lei e vidi, seduto in un angolo, sotto i rami di un arbusto, all’ombra delle altre donne, un vecchio con la barba lunga e una lanterna cieca, infagottato in un mantello fatto di stracci, rosso in volto, come l’ultimo dei miserabili. Mi pareva già di averlo visto da qualche parte, ma ora non ricordavo. I suoi capelli, arruffati al vento, si piegavano come corna di un capretto indifeso. Mi avvicinai a quel vecchio quasi con timore e con rispetto, poi lo fissai negli occhi, quegli occhi rossi e scavati, tristi di un antico pianto.
«Signore, buongiorno, mi posso sedere vicino a Voi?»
«O caro M., tu sei il primo visitatore che mi chiede una cosa simile. Siediti vicino a me, caro. Io sono il dottor S.»
Seduto accanto a lui, pieno di compassione per quel triste spettro, che ruminava balbuziente, io pendevo da quelle dolci labbra, frementi di raccontarmi la sua storia. Come un ramo spezzato che brucia alimentato dal vento, cominciò il suo fioco parlare:
«Caro M., io ero un tempo il Signore del Male, il signore indiscusso della Terra. Con la mia parola, mogli e mariti, seguendo l’irrefrenabile impulso dell’istinto, si separavano; le bestie che vivevano in armonia, si sdoppiavano in piccoli gruppi e si fracassavano nella guerra; le acque dei ruscelli, che si incanalavano armonici, per mio volere si separavano in direzioni opposte; i centauri, al mio volere, si sdoppiavano, diventando uomo e bestia, distinti e separati. Le menti degli uomini, per mio volere, si sdoppiavano dall’anima, mostrando perciò bei contrasti e bella frenesia. E io, il Signore del Male, ero il padrone indiscusso del mondo.
Poi alcuni sacerdoti del nostro tempo, vestiti di un bianco artificioso, loschi figuri che hanno costruito congegni, macchine e transistor, con la scusa di ricondurre il mondo a nuova unità, l’hanno frammentato ancora di più. Sì, loro che sono più diabolici di me. E con la scusa che io fossi solo una stupida superstizione mi hanno mandato in pensione, dicendomi che il mio lavoro era finito: non ero più produttivo. E poi, con il loro pontificare, con il loro malefico acume, mi hanno pure tagliato la pensione, perché dicono che non ci sono più soldi. Questi malefici sacerdoti del nichilismo vogliono che io sottoscriva un’assicurazione onerosa, che non posso permettermi.
Per fortuna ho incontrato il Nostro Signore, Carlo. Lui, lui è il solo che abbia avuto veramente pietà di me. Lui, che è il più dolce degli spiriti da me alimentati, memore del mio sacrificio, mi ha accolto tra le sue piangenti braccia.»
E io, mosso da questo triste e fioco parlare, da questo rispettoso e dignitoso dolore, rimasi in religioso silenzio, tendendo una mano di speranza al vecchio.
Ma ecco, all’improvviso il sole sopra il bosco si incupì: raggi psichedelici, suoni, tuoni e fulmini vibrando spensero il cielo, che in vortici e lampi si aprì sul baratro del mio abisso. Ed ecco ora urla, singulti e singhiozzi, frinii di cicale, lamenti di volatili, che prima cinguettavano suadenti, ma ora erano diventati stridii di pipistrello. Lamenti e voci di bestie parlavano a me un linguaggio familiare, che sembrava scandito in lingua napoletana. Poi tutto d’un colpo i vortici di suoni e colori si richiusero sopra il cielo, rivelando un claustrofobico soffitto ammuffito dal tempo e dagli anni.
Ed ecco che tanti soldati avanzarono da un pertugio nel bosco, equipaggiati di fucili d’assalto: le loro grida e il loro battito di piedi, a ritmo di marcia, era una nenia ossessiva che non aveva né timbro, né dinamica. Ma quanti ne erano? Proprio un miliardo di maschi: giovani uomini con i capelli rasati ai lati e con occhiali scuri, avvolti da una tuta nera, ben attillata. I guanti alle mani non lasciavano trasparire nemmeno un palmo della loro pelle e della loro reale natura. E sul loro volto riconobbi una luce sinistra, che sembrava dipingere il simbolo del sole: una luce che forse del sole non era.
Ed ecco che di colpo, in un brivido compulsivo, le pareti floreali della quella camera del desiderio erano diventate le fatiscenti pareti di un albergo di periferia, l’albergo preferito di Carlo. E quei tipi sinistri erano di colpo diventati la polizia federale americana. E le loro voci, che mi erano sembrate così familiari, erano in un inglese spezzato da accenti texani o dell’Alabama. Il capo della polizia, dal cappello di cowboy, si presentò come il capitano G. e, fermatosi ritto davanti a Carlo, disse con fare minaccioso:
«Mister Charles, lei è in arresto per atti osceni; sfruttamento della prostituzione; traffico, possesso e uso di stupefacenti; associazione sovversiva e terrorismo»
«Ma che dite!» esclamò Carlo « Ma c’entro con la droga e le puttane? Io ho organizzato a casa mia un party in tutta regola. Andate fuori da casa mia»
«Ah ecco, mi sono dimenticato» rispose il capitano G. con disprezzo «Questa non è casa sua. Lei occupa abusivamente questo stabile. Altro capo d’accusa a suo carico.»
Carlo era impallidito: lo si vedeva cercare con gli occhi il dottor S., in cerca di aiuto o di una risposta. Gli agenti lo abbracciarono in una stretta impetuosa e lui di nuovo aprì le braccia, come un crocifisso ardente di lacrime. Lo ammanettarono, lo tennero fermo, poi uno di loro gli sferrò in faccia un colpo con la canna del fucile, facendogli colare il sangue dal volto pallido e smunto.
«Fuckin’ animal, proruppe uno di loro
«Ma che fate… sono anni che faccio questi incontri con la mia famiglia. Sono innocente: è tutto alla luce del Sole!» balbettò Carlo, con il sangue sulla faccia, che sembrava dare vigore alla sua faccia smorta.
«Pazzo» fece il capitano «Se volevi mandare avanti la tua attività, ti dovevi iscrivere alla Camera di Commercio, aprire un club privè e somministrare un abbonamento ai tuoi amici criminali.»
«Ma che dice?» Carlo aveva la faccia piegata dal dolore e stava per accasciarsi, trattenuto dai soldati vigorosi, che gli tendevano le braccia. «Ma è assurdo! I miei incontri non hanno niente a che fare col commercio! Il mio scopo è dare la vita alla mia famiglia.»
«Bene» proruppe il capitano «Allora le dico che il servizio che lei offre è illegale. Si sarebbe dovuto mettere in regola con gli affari, perché la vita ha un costo. E ora portatelo dentro.»
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