My Sweet Lord

Signore, che ci illumini della tua luce dall’alto dei cieli, nel rimirare il tuo volto percepisco l’incompiutezza del mio essere. La tua grande luce mi acceca così tanto che ardo sto bruciando. 

Un’ardente luce brama il mio essere a causa del tuo santo nome. Nella grandezza del tuo volto si dipanano contrapposizioni dialetticamente disperse di un senso. Tu che sei così potente, o mio Signore, innalza il mio canto, che ormai non ha più nulla di cantabile.

Mio Signore, illumina il mio vuoto e illumina la vuota ricerca delle parole adatte. Illumina il vuoto che sottende la mia ricerca del vuoto. Dimmi, perché ci hai resi così piccoli e insignificanti: perché siamo numeri, carte d’identità, utenti e contatti? Perché siamo carta straccia che riarde, avvolta da un macabro potere, che ha il nome di libertà? E’ questa la libertà a cui dobbiamo aspirare? 

Mio Signore, tu dici che è colpa nostra e del nostro peccato originale, tu dici che siamo depressi perché abbiamo perso la fede. E intanto cerchiamo la fede che abbiamo perso con paroxetina e metadone: la frustrazione è forse solo vita interiore? E come raffinare questa vita interiore? Perché dialogo con le macchine invece che con l’umanità? Il problema non è la mia condizione umana, ma quella mia perduta umanità. 

Mio signore, vedo transistor che non transigono; schede madri che mi sottraggono alla madre, uno schermo che è schermo delle mie antiche paure. Ecco, ora scorro immagini frenetiche che non scorrono nei fiumi e nei mari. Non ascolto musica, ma litanie tutte uguali a se stesse. Non amo le donne ma amo il filtro della loro fotocamera. Non amo la tua voce, mio amico, ma il microfono che appiattisce le tue dolci melodie. Non guardo più un’opera d’arte ma contemplo il suo fantasma, che mi sorride e mi prende anche in giro. E tutto questo perché? Per una monetizzazione di azioni reificate nella loro insensatezza, ossessivo ed esacerbante rivelarsi di capitali pro capite, pena capitale, decapitazione, capitolazione e kaputt. Aumento di capitali senza capo, risorse disumane inumate nell’humus della reificazione della solitudine. 

Mio Signore, sento una voce che mi dice: perché sei così triste? Sarà l’arcangelo Gabriele? O forse sarà il celestiale coro delle intelligenze angeliche?  Ecco, il coro, da tenue e sottile, si acuisce e diventa sempre più alto e dinamico. Ecco, il coro, per consolarmi, mi propone i nuovi prodotti del giorno: tanto gentile e tanto onesto pare quello smartphone; quanta nobiltà d’animo in quel sintetizzatore vocale; che dolcezza di sensi rivestire i propri begli occhi di un visore virtuale; che eleganza di colori quegli smartwatch. Poi se, sono ancora triste, allora il guaio è serio e il coro mi consiglia di abbonarmi a un sito porno. Quando mi sarò fatto, poi, una posizione sociale mi consiglierà un abbonamento premium: qualche festino, qualche orgia, e poi subito tornerò a lavorare più felice di prima.    

Mio signore, ecco, mi avvicino allo specchio e mi specchio in nuove fantasie. In un carnevale di colori opachi, in un caleidoscopio di orge a caro prezzo, che cosa sono diventato? Un essere per il sesso, sessualmente e serialmente ossessivo. Riemergendo dopo un piacere vuoto, quasi artificiale, addormentato in una camera d’albergo, tra scheletri di vana umanità, sono pronto a tornare al lavoro. E quel lavoro, ossessivo, sessualmente e serialmente ossessivo, sevizia i miei sottoposti, che sognano un viaggio in Thailandia, tra lupi e lupanari, per diventare, un giorno, padroni di se stessi. Padroni e contemporaneamente schiavi di se stessi. 

Mio Signore, dimmi, perché ti sei venduto a questa gente? E se non ti sei venduto e, se davanti a te, sono io un peccatore che non ascolta la tua Parola, ascolta le mie preghiere: illumina la mia anima! Illuminami forte, perché la tua luce mi è troppo lontana. E forse questa luce mi farà il favore di accecarmi. 

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