Sedendo mesto e desolato, avvolto in riflessi riarsi e opachi, provo a espungere i miei ricordi più dolorosi di te. I ricordi più dolorosi nell’ossessivo e ossequioso pensiero del tuo bel volto. Sì, il pensiero di te.
Ti vedo, ti vedo di nuovo. In silenzio stai mangiucchiando la tua colazione senza gusto. Io un po’ frastornato, sì frastornato, mente annebbiata.
«Guagliò, non ce la faccio più. Non riesco a fare più niente. Quando vado in classe, non riesco più a parlare. A te, a te sto a pensà» mi dici con tono sommesso.
Poi ecco, una nebbia recide quelle parole in un salto temporale. Ecco, tu entri nella macchina; io nel frattempo apro il cancello. Niente, non metti in moto, niente, io aspetto, poi mi avvicino. Accasciato tu sul sedile, inerme.
«Nonno, nonno, nonnoooo!».
Ti afferro, ti sostengo, ti aiuto a uscire.
«Nonno, come stai?».
Non so se pianto, frenesia, furore, terrore. I tuoi occhi socchiusi e ormai quasi spenti invocano il riposo e la quiete.
«Nonno, chiamo l’ambulanza».
«No, sto buon’, sto buon’» tu mi sibili in un opaco singulto.
«Ma quann mai, nonno, nun stai buon».
Non so se il pianto, il terrore, la rabbia, la follia.
«Non è niente, non è niente, signor M. Tiene l’influenza. Mettiamolo in piedi.» Il paramedico che aspetta il sudato salario non ha ricevuto qualche extra? Meglio far morire la gente: questo o qualcosa di simile penserà tra sé e sé. Eh sì, lo dovete scusare se non vuole subito ricoverare mio nonno, ma il governo ha deciso di tagliare i fondi alla sanità pubblica per il bene nostro: gli ospedali privati sono più efficienti, produttivi e più umani nel curare le verdi foglie della natura umana, soprattutto se queste foglie mutano, per magia, in biglietti da cento.
«No, non si regge in piedi, non si regge. Via, portiamolo, via» urla il paramedico.
Un bambino pestifero che sta passando accanto al cancello ride.
«Oj, vattenne, guarda che t’accir si nun te ne vaje. Mannagg’, t’agg’ a accirer» gli dico disperato.
All’ospedale, sulla barella, mi chiedevi di avvisare a scuola che non potevi andare a fare lezione, ma a stento riuscivi a parlare. I tuoi occhi, i miei occhi, entrambi si contorcevano in un gioco che appiattiva e capovolgeva ogni riferimento a qualunque altra dimensione spazio-temporale. Il tuo cuore, il tuo cuore si spegneva, si spegneva lentamente, e io in un soffio stavo per liberare la mia frenesia nel più frenetico dei contorcimenti. Un paramedico, dopo aver controllato i tuoi valori poco vitali, ti portava via verso il reparto di rianimazione.
Sicuro di non rivederti più, io non potevo che scappare via, scappare via lontano e urlare, urlare a più non posso. Volevo urlare fino a non sentire più la mia voce; volevo urlare fino a dimenarmi nelle convulsioni e annullare ogni contatto con quella illusoria realtà. Volevo solo piangere, volevo piangere fino a non ricordarmi chi ero e dove ero, volevo piangere fino a non ricordarmi di avere mai pianto. Give me Leonard Cohen afterworld, so I can sigh eternally. Sì, volevo piangere eternamente. Ho ascoltato Pennyroyal Tea dei Nirvana per tutta la giornata.
«Sì, pronto, suo nonno ha avuto un arresto cardiaco, ma ora sta bene. Gli impiantiamo un pacemaker».
Il nonno si era fermato sulla soglia dell’Aldilà e dall’Aldilà mi stava dando un ultimo messaggio. Ancora ricordo quando sono andato a trovarlo in ospedale qualche giorno dopo.
«Si entra uno alla volta nel reparto di prognosi riservata».
Ancora ricordo queste parole.
«Nonna, vai tu» dicevo io.
«Veramente il professor K. cerca lei.»
Il tuo volto, oh il tuo magnifico volto, radioso come cento anzi mille soli che risplendono nella notte più cupa. Oh, che bei momenti, oh, che gioia senza fine rivederti di nuovo vivo. Il tuo viso parlava una nuova armonia, un’armonia che in un sorriso stemperava tutto il dolore del mondo. Il mio mondo giaceva in un radioso sorriso che mi illudeva di aver ucciso per sempre il dolore.
Oggi, caro nonno K., ricercando la tua luce, la tua persona, il tuo sorriso e i tuoi occhi, sognando il tuo abbraccio, me misero, ricerco la tua sorridente persona nel fluire dello spirito assoluto. Ma stanco mi costerno, mi accascio e mi addormento su un letto di pietra, duro come il selciato. E intanto cerco ancora il tuo ricordo luminoso, indifeso, ma anche indefesso, nella tua attesa salvifica fino alla fine della metafisica.
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