A Day In The Life – A Requiem in Three Movements

«E fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.»
(F. Kafka, Il processo, 1914)

I

Avevo raggiunto il limite. Il tempo era pessimo, pioveva a dirotto, la nebbia c’era ancora. Mi sono seduto su una poltrona. Ho guardato davanti a me scorrere la mia vita nella vacuità dei miei pensieri. Se solo fossi stato un altro. Il destino mi ha dato un’ultima possibilità, io l’ho sprecata. Ora non mi resta altro che attendere. Il nulla attendo, è tutto finito. Non c’è un’altra vita che possa ripagarmi di tutto questo dolore. Io, protagonista di un film a cui ho partecipato passivamente, da spettatore. Il mobiletto dei liquori accanto alla mia poltrona. Una bottiglia di vetro, è whisky. Riempio un bicchiere, sorseggio. Ora che ci penso, non ho proprio dimenticato niente della mia vita. Ho sempre avuto paura della morte, eppure per me la vita è diventata ormai inutile, incomprensibile, priva di fascino. Non so perché conservarla. Forse perché voglio ancora comprenderla.

Loro stanno ridendo di me, non vedono l’ora di vedermi finito. Il mio impianto stereo sta suonando A Day In The Life dei Beatles. Ascoltavo sempre i Beatles. Per me sono i quattro profeti della bellezza della vita e allo stesso tempo i quattro cavalieri dell’apocalisse. La musica risuona, voli pindarici tra un’immagine e un’altra. Poi un lampo, lo stridio di lampi accecanti. E tutto è andato via. Non ero lì a tendergli la mano, mi vergognavo di entrare nella sua stanza quando era malato. Non doveva andare così, eppure è andata. Indietro non si può tornare, me lo dicono tutti. Avanti non si può andare, lo dico a me stesso. Perché ora sono in esilio qui, in questa camerad’albergo? Non ricordo, è passato troppo tempo. È tutto così sfocato, ma niente è cambiato da allora. Sono solo e niente è cambiato.

Vagavo nella stanza, cercavo di volteggiare, di danzare a ritmo di musica. Lui mi teneva tra le braccia. Avevo neanche cinque anni. Insieme ballavamo il valzer e il rock and roll, lui mi ha trasmesso la vita. La mia vita poi è proceduta in un montaggio di immagini frenetiche, tutte prodotte dalla mia mente. Non ricordo bene la mia infanzia. Ricordo che giocavo da solo. Ricordo che parlavo da solo, ed oggi che sono un vecchio parlo ancora da solo.

Un deserto polveroso e sassoso mi ha seppellito nei crogioli dei miei vacui ragionamenti, stupidi e quantomai inutili. Prendo a sassate l’uomo, l’umanità, che si è dimenticata del suo figlio più sensibile. È finita. Mi hanno preso, processato seppur sommariamente e condannato, mi hanno frainteso. Non ho voce. Come dimostrare la mia innocenza? È lì sotto, è il suo terribile cuore che batte, quello di un vampiro che mi succhia il sangue da quando lui se n’è andato. Sono io ammattito, sono sconfitto, e niente più posso riscattare del tempo passato, perduto, ritrovato e poi sepolto.

La camera è vuota, buia e fredda. Fuori piove, e io ne sono contento. Quando c’è il sole, non cambia nulla, anzi è peggio, non sono completamente immerso nell’oscurità, così come vorrei. A me, mi piace il buio, si confà al mio carattere, sono io il vampiro, e mi sono fagocitato da solo.

Non ero sempre stato attirato dall’oscurità. Da giovane avevo sognato la vita, avevo sognato di immergermi tra le persone, di farmi notare nel caos primordiale che tutto muove. Avevo desiderato quella comprensione che esulava i miei sensi, avevo desiderato una nuova famiglia di cui far parte. Ora che sono vecchio desidero ancora di più la vita, proprio mentre sta finendo. È una sfida al principio di entropia, una lotta contro la dispersione dell’energia dalla forma all’informe, disperata battaglia contro il secondo principio della termodinamica. Già so che ho perso. E quale è lo scopo? Non lo so, la vita è inspiegabile, l’ho già detto.

Ricordi, nonno, come ero così attratto da film complessi, onirici, angoscianti? Ma i miei preferiti erano quelli che avevano per tema la memoria. Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, non so quante volte l’ho visto. Ora la mia memoria si dipana lungo

sentieri perduti. Non ho una torcia. Ma sento vibrare la mia pelle, e fremo. Vedo il buio alla fine della strada, poi il buio si fa più incessante.

«Tsuk, bubbù!».

«Bubbù, che è?».

Lo chiamavo con questo nomignolo sin da quando avevo venti centimetri di altezza. Non ricordo perché, ma mi ci ero affezionato, e non mi vergognavo di chiamarlo in quel modo, anche dopo che ero diventato un po’ più grande. Anche quando avevo solo diciotto anni. Sei ormai grande e grosso, mi diceva lui, non puoi chiamarmi così. Ma, dai, non ero così grande in realtà. Poi aveva pian piano accettato che lo chiamassi in quel modo. Tsuk era l’iniziale di zucchero, e bubbù era la stilizzazione del verso di un cane. Quando era più giovane, era più irritabile, mi rimproverava spesso, poi si era ammorbidito. Mi amava più della sua vita, come è giusto che chi mi ha cresciuto come un figlio faccia. Ma c’era qualcosa in più, e non me lo seppi mai spiegare. Il giorno che spirò sapevo che ormai avevo perso tutto, e non sarei riuscito a smemorarmi in un grido. Il giorno che spirò io capii: mi ero sentito solo tutta la vita, e non lo ero. Lo ero diventato quel giorno. Ma con il suo esempio ho esorcizzato la paura del vuoto, almeno temporaneamente.

Ho sempre studiato, ho letto tutto ciò che mi lui mi dava da leggere, sin dall’infanzia. Aveva comprato tanti testi di scienza e letteratura. E io li leggevo da quando avevo cinque anni. Poi lui, quando andava in giro con gli amici, si vantava di avere un nipote come me. Era tanto orgoglioso. Io alle elementari non ero contento di stare in classe. Mi muovevo sempre, come un ossesso, iperattivo. Non avevo voglia di fare i compiti. Lui mi ricattava. Ti compro giocattoli se studi. Così studiavo. Oggi leggo sempre, e per fortuna non mi hanno tolto i libri. Mi hanno fatto compagnia una vita, e mi terranno compagnia fino all’ultimo respiro.

Ora è troppo buio, non leggo più niente. Non saprei che cosa fare della mia vita. C’è di peggio? Non sono ancora diventato cieco, ma a furia di leggere nella penombra ho quasi perso la vista. Non ho più nulla da offrire. Nessuno si vuole suicidare, tutti vogliono campare, anche storpi, sulla sedia a rotelle. Chi si suicida è malato di mente, mi diceva mia nonna. Ma scusa? È legittimo togliersi la vita, fin troppo legittimo. Rispetta i suicidi. Hanno il coraggio di conservare la loro dignità. Vorrei essere nato in Giappone. I giapponesi hanno il grandissimo coraggio di immolarsi, quando la

loro vita diventa inutile. Lo saprei fare? Non so. Ci sto provando, è da una vita che ci provo. Mio nonno mi diceva, quando hai fatto una certa età, vedi che tutti attorno a te sono scomparsi, e il tuo unico desiderio è andartene. No, io pensavo, non me ne andrò, anzi sopravvivrò più degli altri, vedrai che vincerò questa sfida di sopravvivenza.

Oggi ho capito che non me ne frega niente. Sono d’accordo con lui. Tutti se ne sono andati, la certa età di cui parlava è giunta. Tutti sono diventati fantasmi, camminano nel buio, attraversano il mio corpo, mi camminano addosso, nessuno mi nota. Non voglio compassione. La natura umana è perfida. Quante volte dentro di me ho scoperto quella perfidia. L’ho avvertita, l’ho sentita sfiorarmi la pelle, l’ho sentita insinuarsi nel solco della mia imperfezione. Non avrei dovuto essere parte del mondo. Non dovevo nascere. Perché mi hai fatto nascere? Dimmi perché? Io non ti volevo far nascere, mi diceva il nonno, è tutta colpa di mia figlia. Lui piangeva, mi implorava di perdonarlo per non averla fatta abortire a causa delle sue idee molto religiose. Poi tua mamma, quando è diventata una donna, si è rifatta una vita lontano da me e da te e ho sofferto di nuovo. Ma ti ha sempre voluto bene, ricordatelo. Era felice di stare con te quando veniva a trovarti. Io ho sofferto, sì, ho sempre fatto una vita di merda, mi diceva il nonno, ho sofferto sin da piccolo. Non avevamo come mettere il piatto a tavola. Il tuo bisnonno bestemmiava sempre, non c’erano i soldi, la tua bisnnonna era malata. Quando mio nonno morì io urlai, dissi, Signore, perché mi hai abbandonato? E ora io mi rivolgo a chi non penso mi ascolti più. Nonno, guardami, abbraccia il mio sospiro. Non posso vivere lontano da te. In sonno urlo. E tutto diventa più concreto e nitido.

II

Nonno, ti ricordi dei nostri discorsi, dei tuoi sogni di seguirmi sempre dovunque io fossi? Le tue preoccupazioni, le tue lacrime per la mia assenza, un segno di divina compassione per l’imperfezione e l’egoismo di tuo nipote. E intanto rimpiango la bella immagine di te, che mi proiettava la coscienza dei miei occhi; un’immagine più pura, e per questo troppo breve e fugace, pronta a svanire troppo presto. Ora vedo davanti a me sono l’inettitudine, la sconfitta. Non sono puro come te, né sarò puro come te.

Quella volta ricordi quando eri appena andato in pensione? I tuoi alunni ti hanno portato un quadro. Sei fortissimo, prof, ricordati sempre di noi, anche se siamo dei fetenti, vi vogliamo bene. Era solo ieri, eppure io vedo tutto: ho davanti agli occhi un film, che srotola la sua pellicola attorno al mio torso. Tutto si muove attorno a me, sopra di me, dentro di me. In quello stesso giorno stavi appendendo dei quadri: un quadro con quella foto che mamma mi aveva scattato a Londra. Ti piaceva tanto quella foto. Sembri un attore, mi dicevi. E io detestavo enormemente quella foto. La delicatezza, il tuo sguardo, le rughe della tua guancia si inclinavano dolcemente, mentre appendevi il quadro, e io toccavo le tue guance. Le pizzicavo, le infilavo tra lo spazio di due dita. Tastavo con il mio indice la tua pelle, notavo i lievi solchi lasciati dalla tua barba appena rasata. Afferravo poi il tuo mento lievemente sporgente, sfioravo poi le tue labbra con un polpastrello. Fermati, lasciami stare, mi dicevi all’inizio. Poi ti eri abituato e non mi dicevi più niente. Riassaporo i tuoi baci, premevi la mia guancia con le tue labbra, poi soffiavi due volte per baciarmi: il tuo calore mi avvolgeva, coperta di fortuna nel gelo polare. E nella solitudine della notte, ora i miei occhi sono piegati a un terrore ignoto: sguardo fisso a una luna piena, fredda e opaca. La luna. Impallidito pallore. L’oscurità tagliata dal mio sguardo assente nella nebbia di rugiada e fotoni. Un paesaggio apocalittico materializzato da antichi incubi dimenticati e rimossi, ora concreti e pronti a risorgere.

Tocco la tua fronte, e poi la mia, stesso spazio, stessi centimetri, medesime striature. I tuoi capelli brizzolati e arruffati così lisci, cotone che riveste un neonato fiducioso al suo primo sorriso. I tuoi occhi piccoli, che si nascondono dietro a occhiali rettangolari. La mia immagine riflessa sui loro vetri, e anche nei tuoi occhi, che si chiudono lentamente. Sopore di anestetizzante. Il tuo capo si reclina, apri lievemente la bocca, hai smesso di russare. Ho paura, aiuto, e corro vicino a te, ti do una pacca sulla spalla. Il tuo sguardo si piega e si contorce, la tua bocca si inarca lievemente. Lievi lacrime dagli occhi. Che c’è? Che è successo? Avevo sempre il terrore che ti potesse succedere qualcosa perché sentivo che la tua fine stava per arrivare. Ero un viandante solitario sull’orlo di un abisso.

III

Ti rivedo sempre, caro nonno, che mi guardi, seduto nell’immobilità di un apprensivo silenzio. Me ne devo andare, mi dicevi. Non percepivo vere lacrime: un fiume melmoso mi colpiva, mi immergeva fino al basso ventre. Tu immenso nel tuo cupo splendore, cristallino, senza macchia, mi avevi predetto la verità prima che accadesse. Ed io sapevo che quello era vero, non ne avevo dubbi. Ero terrorizzato, opaco, trascinato al fondo di un inimmaginabile sentiero, perduto tra vecchi sterpi pietrificati. Perché solamente tu non mi avevi mai fatto sentire solo. E nessun altro. Quanto vorrei afferrare la sabbia del tempo, che sgorga dalla mia mano, per riabbracciarti di nuovo. Quanto vorrei ribaltare il tempo per vivere nell’eternità del tuo abbraccio. Ti prego, torna da me.

IV

Io sposto il mio sguardo, cercando di ritrovare la luce, e rimango in silenzio, in attesa. Ho visto te tendermi la mano. Ti ho visto immolato nello sguardo pietrificato dei nostri cari. Ho visto in te un esempio di vera vita, vincitore tacito della sconfitta inflitta alla perfidia umana. Ti ho implorato di darmi la forza, grazie alla quale sopportare la vita, senza sporcarmi dell’insensibilità degli automi umani, che sono esseri nati in fango e mondiglia.

Il silenzio domina la tua sempreverde essenza, da cui si dipana una verità estrema, quella più vera. Mi hai invitato sempre all’umiltà, e poi mi ti sei vantato di avermi. Non ti sei mai complimentato con me, poi ti sei reso conto del tuo errore in vecchiaia. Quella mattina, quando sono tornato nella nostra casa dopo la tragedia, ho capito che tutto era finito. Finita l’infanzia e l’adolescenza, finiti i sogni e le speranze, sopito l’entusiasmo e il disincanto, finita l’illusione che mi teneva in vita. Ero rimasto solo.

V

Vedo l’ombra del nonno rimpicciolirsi nella mia mente, ma non voglio si dissolva. Io accentuo la mia gobba, ora zoppico, mi fa male un braccio, i miei muscoli indolenziti. Mi accascio. Aiutami tu, caro nonno, soccorri il tuo bambino, non mi abbandonare. Mi ricordo che all’uscita dalle scuole elementari, non ti trovavo e piangevo così tanto. Mi hai visto solo, invocare il tuo nome in questa foresta di asfalto. Mi sono messo in

ginocchio, ho urlato fino a vomitare saliva e succhi gastrici. E tu hai corso, e quanto più corressi, tanto più io urlavo forte. Tu hai corso a soccorrermi. Ma quando ero diventato grande, non riuscivi a soccorrermi più. Ti sei lacerato psicologicamente per farlo, perché il tuo timore di vedermi sprofondare nell’abisso ti spegneva progressivamente. Verso la fine eri una candela ormai completamente adusta, sfinita dalla sua ultima esalazione. Nonostante tutto, io ti sento ancora vicino.

Ecco, mio nonno mi sfiora con le sue mani, mi dà una carezza, il suo calore sul mio viso, la mia bocca si socchiude quasi in un bacio, che ora posso solo mimare. Non capisco più la tua voce, non comprendo più il tuo linguaggio che spira nella frescura di questo venticello. E mentre ti parlo so che milioni di giusti come te che ora stanno vivendo, assopiti nel sonno eterno, non moriranno mai. Tu ora stai vivendo: continua a parlare il sussulto dei tuoi impulsi, che parlano una lingua a me aliena. Proverò a decodificarli. Ma non penso di avere il dispositivo necessario, per l’inettitudine del mio spirito e dei miei sensi. Nonno, parlami ancora.

Mi sento sfinito, in riva a un ruscello, io ti parlo, e tu mi rispondi con le immagini di un’altra epoca. Ecco, percepisco lievemente un altro momento sbiadito di noi. Attraverso il giorno e la notte nella nebbia. Le ciglia fosforescenti del sole e della luna si confondono in un pallore opaco, e io cammino solo, ascoltando l’ultimo riverbero della tua eco. Ora l’oscurità della nebbia cala, lasciando luogo alle tracce di un magma pietrificato, che ha corroso le illusioni di una vita felice, che albergavano nei congegni chiusi e rappresi delle mie sinapsi.

Raccolgo la sabbia sulla riva del ruscello, e la vedo scorrere lentamente dalla mano, non riesco a tenerla. Le immagini del nostro amore svaniscono e non tornano più. Non ti rivedrò mai più. In ginocchio, il mio urlo è continuo, incessante, procrastinato, lasciato nell’indifferenza di chi non capisce la mia lingua, e mi tiene lontano, chiuso nella mia torre di Babele.

VI

Ho assistito alla cronaca di una morte annunciata. Quante volte nei miei sogni ho visto mio nonno rivivere e poi morire di nuovo. Quante volte l’ho visto salvarsi. Poi un orologio mi segnava un conto alla rovescia. Bello di nonno, adesso me ne devo

andare, è ora, tu vivi la tua vita, devi andare avanti. Io non vivo senza di te, mi ucciderò, non potrò sopravvivere, gli dicevo. Il nonno spostava le piante del nostro giardino, mi mostrava un sentiero davanti a noi. Finora hai camminato con me, ti ho portato per mano, mi spiegava il nonno. Ora te la devi cavare da solo. Ti do solo un consiglio, non rinunciare a vivere. Non metterti fuori gioco: la vita è troppo breve, è un’affacciata dalla finestra. Vivi e fai vivere il buono che c’è in me. Io vivrò attraverso te se solo tu raccoglierai il mio insegnamento. Io sono colui che ha dato la parte migliore di sé agli altri nel silenzio. Nel silenzio, che io, caro nonno, non ho saputo mantenere. Nel silenzio, che ho rotto con le urla e le grida del mio dolore. Nel silenzio, che ho offeso con un colpo di lama. Mille brandelli fatti di lacrime.

Movement 2 – The Chaos of Language

VII

Dopo la tua scomparsa, mi ricordo quando non ci volevo stare più nella casa della mia infanzia, ma tuttavia avevo paura di affrontare il mondo esterno. Mi voltavo nell’insofferenza della mia narcosi, solo ed abbandonato, sospeso su una corda ben tesa e sottile, a cui non potevo aggrapparmi se non per pochi secondi, perché presto non avrei resistito: avrei urlato come un matto urla ossessivamente acute. Un acuto che mi avrebbe fratturato e sgretolato nella melma. Onde elettromagnetiche a bassa frequenza, poi un trillo e un silenzio immenso, sepolto nell’indifferenza.

Il mio approccio epistemico mutò: non conobbi più l’ardore dei miei interessi, non ebbi più fiducia nel prossimo, non vidi più la favola di un’umanità solidale, che ieri m’illuse, che oggi non mi illude più. Ho sentito l’assenza di una fredda materia informe. Ho ascoltato suoni ossessivi, caotici, degenerati. Ho sentito il turpiloquio del caos metropolitano. Ho visto la materia corrompersi, gli uomini in preda a una strana frenesia. Ho sperimentato il mutamento della materia attorno a me. Sono arrabbiato. Quanto più fisso le monadi di questo spazio cilindrico, chiamato foglio, tanto più vedo la forma lineare delle lettere diventare cuneiforme, poi ellittica, poi romboidale. E la materia delle mie parole non è vuota, ma fatta di materiale elettrico. Rabbioso materiale elettrico.

Come avrei potuto accettare la mia nuda nevrosi così come è dopo la tua morte, nonno? Dovevo ribellarmi in qualche modo. Ma nessuno poteva capirmi e aiutarmi. Poiché ero troppo angosciato nel vedere gli automi umani correre nel buio della vita con sguardo opaco ed incattivito, io mi sono rifugiato nello specchio dei miei neuroni, sede invincibile della mia illusione, non-luogo da cui partire per la ricostruzione di infiniti castelli. Ho costruito lì con scalpelli e martelli battaglie interplanetarie, figure complesse, ho osservato stelle di cui non sono riuscito a calcolare l’angolo di parallasse. Ho visto una luce opaca rifrangersi nel fondo di una vasca, e per quanto mi sforzassi di afferrarla, non ci sono riuscito. La vana ricerca di una qualsiasi forma di speranza.

VIII

Le foglie in autunno si sollevano, i tronchi d’albero sono sradicati dal vento, le case si rivoltano, si sfondano, è il vento, il vento le porta via. Fremono. Non odo più sospiri, un temporale sta per lavare le tracce del mio sangue. E tutto riprenderà, come era finito. Nella nebbia. L’oscurità sta calando, domani non si odrà nient’altro che l’indifferenza, fischi di merli e frinii di cicale. Tacete. Il rumore di questa vita misera ha alterato la mia esperienza, l’ha capovolta in un brandello di parole lacerate, prive di spessore. Non ricordo più a cosa associarle. Non comprendo la natura semantica di questo gioco di associazione. La mia mente è diventata sorda, cupa, ghiacciata, un antro buio, scavato da acqua fangosa e melmosa. Ti imploro di aiutarmi, caro nonno, ti imploro, e invece tutto tace. Perché? Non è lecito chiederselo. Non è lecito ricostruire i brandelli della tua morte annunciata. Un funerale di immagini, che non si incastrano, non si mescono. Solo questo ho visto. Ora che ho perso quasi la vista, i miei fantasmi regneranno sovrani, e io aspetterò quel nulla, sospeso sul filo dell’eternità. Come è possibile scomparire? Che cosa ne è della mia coscienza dilaniata dalla tua assenza da così tanto tempo? Non ho più parole davanti al varco aperto nel mio sofferente respiro.

Le mie speranze si sgretolano in un oceano di polvere cosmica, e l’illusione della vita è corrotta nel buio di questa stanza.

L’aria fresca mi sfiora la pelle, la stanza è livida di umori grigiastri, sto ammuffendo tra funghi pluricellulari, che si riproducono per mezzo di spore. Pollini sospesi nell’aria, spore e polvere microscopica proveniente dal selciato sul pavimento. Io intravedo una luce che passa lievemente dalle tende delle finestre. Una breve porzione di onde elettromagnetiche. È tutta un’illusione. L’illusione che i colori esistano davvero.

Abbraccio con una pulsione onnicomprensiva l’angusto universo della mia mente. Non c’è colore in esso. Tutto è in bianco e nero. Che cos’è la luce? Onde elettromagnetiche che vagano nel vuoto, da centocinquanta milioni di chilometri. Frammenti invisibili nel vuoto. Ossessioni prive di consistenza falsate nella mia mente.

IX

Devo correre verso la vita, ma ho paura di non giungere con la navicella del mio ingegno in un approdo sicuro. A che serve esternare il mio dolore se non mi è di aiuto? È semplicemente il trofeo un’inutile vittoria, da brandire con una spada di nervi tesi, in un accordo stridulo e stringente, che potrebbe avvelenarmi. Monadi ed entità di vana umanità attorno a me, che mi accusano di non aver concluso niente nella vita. Io, io non a voi, non sono colpevole e non posso farci nulla, ero una grande promessa del mondo intellettuale ma non stavo bene per poter concretizzare. Come potete non capirmi? Il dialogo con l’alterità è diventata per me divergente, fuorviante, infida avversaria della realtà: il logos è cadavere sepolto e dimenticato. Poveri coloro che intraprendono la strada della codifica dei miei segnali confusi, che giungono da una sorgente corrotta, e non possono essere captati se non per frammenti che rivelano l’angoscia della mia mente.

La mia autoreferenzialità non parla più agli altri, ma solo a me stesso, e forse neanche più a me stesso. La mia opera è un monumento più durevole del bronzo e più inconsistente del tuono.

X

Tutta la mia prassi di composizione è nello sforzo di trovare una disposizione semantica a simboli oscuri, ma potenzialmente pregni di significati nascosti, se messi

in combinazione con altri non dissimili. Per quanto io fossi vicino a disporli per rivelare significati a me nascosti, che potessero darmi la vita, non ci riuscivo.

La mia vita è diventata fragile e piena di fantasmi. Uno spazio angusto e cieco, un salto nel buio nel tentativo di sopravvivere a sbalzi d’umore, disfunzioni della dopamina, pensieri ossessivi, ansia, lacrime improvvise.

Le vaghe assonanze che richiudono l’impeto creativo della mia coscienza non mi hanno salvato. Non sono in grado di andare oltre con la mia fantasia. Non sono in grado di immaginare più la felicità del bambino che è in me. Ci provo ma non ci riesco. Signore, se ci sei, aiutami.

Movement 3 – Exit from the Mind

XI

Ora rivedo la mia stanza. Si rivela di nuovo a me la nuda realtà. Una boccetta di pasticche, antidepressivi. Ora il salto nel buio, nell’ignoto tra acque perigliose e guate, non mi fa più paura. Ne inghiotto una e poi un’altra. Sono pronto a prenderne anche trenta se necessario. Una dopo l’altra. Finché morte non mi separi da questo corpo, la cui presenza mi è diventata troppo molesta. Finché morte non addolcisca l’eternità in un carnevale di oscurità, che è per me unica ed autentica luce.

Ne consumo una dopo l’altra. Ne ho abbastanza. Ora mi sono scocciato: la mia vita un errore di valutazione. Il mio respiro mi è molesto. Qualis artifex pereo! Che artista e che forma artistica muore con me! Qui, in questa stanza, dimenticato da tutti, rifiuto della società, che posso dire? Mi sono meritato questa fine. Voglio finalmente evadere dalla prigione della mente per vedere la vera luce. Non voglio essere più me stesso. Lascio la vita e il mio nome: l’etichetta di matto nevrotico scomparirà con me. La coscienza del mio ego e la mia auto-referenzialità: un sogno di breve durata. Un incubo giunto agli sgoccioli. Quando mi risveglierò vedrò finalmente la luce e l’universo parlerà a me in una lingua più autentica. La coscienza dei miei passi è stata mera illusione. Ho rimpianti o rimorsi? No, so benissimo che ho vissuto la vita che mi è stata assegnata. Il destino è già deciso in partenza, siamo noi a non conoscerlo in anticipo.

XII

La sala è vuota. Nella luce il bagliore dei miei pensieri, fissi su una lunghezza d’onda, cristallizzata nei riflessi di uno stagno paludoso. Avrei dovuto notare nuovi suoni e colori; invece tutto si è fermato. Tutto è rinchiuso tra l’increspatura delle onde. Tutte quelle immagini davanti alla mente sono prive di legami, sconnesse. Vedo l’increspatura delle onde del mare in fondo a un tunnel: è una caverna, e mi muovo quasi immerso fino al collo nei liquami prodotti da questa stupidità umanità, che ha profanato la dimensione di Dio e del sacro in terra.

Ah, ecco, io sento i muscoli delle gambe e del torso stirarsi, rilassarsi, poi contrarsi in lampi brevi e intermittenti, poiché ho ricevuto un’illuminazione interiore così forte che potrebbe ardermi in un bagliore allucinatorio. Nella mia carne io percepisco carbonio adusto e combustione di ossidi salmastri e arsi. Il mio ego si sta scomponendo finalmente nello spirito assoluto. Sto finalmente inseguendo l’ultima illusione che i miei ricordi ossessivi possano finire per sempre.

Chissà se riuscirò a tradurre in parole gli ultimi segnali elettrici emanati dai miei corrotti genomi. Nel mio trapasso ora suoni intermittenti di una primitiva metafisica, ma non per questo più mendace. Ora il battere del piede prima lento, nel mentre ch’io cerco di scomporre tutte le mie percezioni in frequenza, ampiezza e lunghezza d’onda. Finalmente sto sentendo il ritmo della pulsazione del sangue, prima lento ed anestetizzato, e poi sempre più cadenzato; il ritmo diventa un esametro, poi distici elegiaci, endecasillabi e settenari. Ritmo frenetico e nevrotico; ritmo dell’origine della vita; ritmo dell’autoreferenzialità e dell’essenza primordiale; panritmia e quindi aritmia.

Nel mio animo dilaniato dal caos primordiale, i vasi sanguigni si costringono in un ultimo spasmo. Mentre i neurotrasmettitori fanno un ultimo sforzo a livello delle sinapsi, a me giungono lampi e fulmini, fruscii di sibilanti immagini: ecco il risultato dei segnali confusi del dolore.

XIII

Nebbia. Una scrivania dilatata e allungata. La sedia levita a mezz’aria. Il pavimento si inclina di novanta gradi. Io cado, annaspo, provo, mi rialzo. Aiutami, Signore, In

nomine patris et filii et spiritus sancti. Nausea. Budella fumanti. La mente pronta a scoppiare. Il veleno ha fatto effetto. E io ho atteso lì.

Il flusso indistinto della musica mi culla, mi fa ondeggiare tra elementi distanti, nell’incoscienza che mi schiude una nuova luce. È un sogno bellissimo. Il mondo è scomparso, e forse si è rivelato nello stesso istante. E lì sono morto.

E lì sono rinato di nuovo.

Leave a comment