Revolution

«We say we want a revolution!

We all want to change the world!»

(The Beatles, Revolution, 1968)

Allora, in pratica, sto al centro commerciale Jambo, però era il Jambo di qualche decennio fa, un po’ più piccolino. Incontro il mio caro amico Stotis, che sta armeggiando tra gli scaffali.
– Antò, ma che stai facendo?
– Eh, t’ sì scurdat che oggi è u compleanno ‘i Giulino?
– Ah, è vero, amma i’ a casa soja quindi?
Stotis dice che gli dobbiamo portare, per una festa tra pochi di noi, trecento euro di roba e dobbiamo dividere tra me, lui e Donato. Ma come? Trecento euro? Noi già eravamo in ristrettezze prima della quarantena; figurati ora.

Mentre ci aggiriamo per gli scaffali, mi viene in mente che domani dobbiamo andare da Donato, ma il primo maggio ci sono troppi carabinieri in giro.
– Antò, scusa, ma non è meglio che andiamo stasera da Donato e domani da Giulino? Stasera siamo più tranquilli se vogliamo andare fuori paese e sicuro non ci fermano.

Siamo in macchina, ma non è la mia: è un’auto d’epoca e stiamo percorrendo di notte un selciato solitario di campagna. Un imponente altopiano brulica all’orizzonte di tetre luci, mentre il chiarore di una sottile nebbia mi rinfresca le labbra.
Troviamo a un certo punto una strada in discesa sulla sinistra e lì parcheggio. Donato ci aspetta in mezzo alla strada.
– Wagliu, ciamma sta accort, ci stanno i Carabinieri. Restiamo qua fuori casa mia: niente giro stasera.
– Eh, Donà, stasera la situazione è tranquilla, gli dico io.

C’è anche James Valentino in macchina ma non dice niente e rimane sempre in silenzio, come se, tetro e contrariato, l’avessi forzato a evadere dai suoi amati arresti domiciliari.
Mentre parlo con Donato, la macchina scivola sempre più giù fino a toccare l’altra parcheggiata davanti. Donato mi dice che la quarantena mi ha davvero rintronato.
– Strunz, mitt u freno a mano!
Faccio indietro la macchina, lo metto, ma la macchina scivola sempre in avanti.
– Wabbuo, ja, jammc a fa nu gir.
Finalmente Donato si decide a salire.

Sfrecciamo su una stradina desolata; sulla sinistra un bar-tabacchi arroccato su una pompa di benzina diroccata.
– Questi stanno sempre aperti, pure se con il fatto del virus dovevano chiudere per legge, mi dice Donato
– Eh ci credo. Il padrone è veramente nu c*** i figl i *****.
Arriviamo in uno spiazzo desolato: un grande cancello, inframmezzato da imponenti mura, delimita alcune palazzine popolari.
– Parcheggia qua – fa James.
Parcheggio in prossimità del cancello, accostato sotto al muro di recinzione del palazzo. I ragazzi non riescono ad aprire le porte. Una vecchia all’ultimo piano del palazzo ci sfotte.
– Eh, nun sapit manc fa a manovra? Mo scenn io e v’a facc!
All’ultimo piano c’è una festa clandestina, dove ragazzi irresponsabili, per niente impauriti dal virus, osano godersi i piaceri della vita.
– Beh, allora, che aspettiamo? Faccio io, varcando il cancello. Donato mi strattona per un braccio.
– Aspe’, io nun teng i sord, addo jamm? Io faccio la figura del pezzente davanti a quella gente. M’aggia stipà i sord perché m n aggia i a Svizzer a truva a fatic!

Marco Di Caprio

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