Il processing di delay del dolore bringa stringhe di stringenti strida
Marco Di Caprio
La mia mente sconvolta dal dolore è l’interruzione di un segnale tra spastici grovigli di suoni psichedelici. Raffinato pastiche di domande sussurrate in assenza di atmosfera.
Me barcollante tra grovigli di luci multicolori a intermittenza: illusioni nell’inesistenza di colori e di suoni. Le onde elettromagnetiche del caos attivano sensori, sentiti sonoramente nel sentiero di una vana ricerca sincopata, simpatetica, simpatica. Sistema simpatico, apatico, simpatetico, patetico.
La mia mente sconvolta dal dolore è reclusa tra i poli opposti di un’eterna sfasatura, appiattita nell’illusione dell’esistenza. È armonia in fuga verso la dissonanza. È una contrappuntistica chiusura in una lacerante antinomia di parole oscure: chiuso e aperto; alto e basso; vicino e lontano; tesi e antitesi, ma non sintesi. È un sintetico fluire tra sussultanti rivolgimenti.
Me misero, bramo solo una goccia d’acqua; me misero, interrogo sfasature tra gli opposti transistor della mia mente, in un sussulto tra scosse elettromagnetiche. Me misero, interrogo scosse opposte, tra i transistor elettromagnetici della mia mente, inviluppati in un elettrico sussulto. Ascolto, sento non so che, non so dove sono, da qualche parte, ma non qui: Dio, se ci sei, aiutami.
Involto nel vacuo di una stanza dalle pareti trasparenti, riavvolta, rotolata, raggomitolata, spasmodicamente contorta in arpeggi fluorescenti; c’è una fine tessitura contrappuntistica nel placido avviluppamento di un simulacro obliato, chiamato foglio.
La forza dei miei legami sinaptici, sconvolti dal dolore, è svanita nella dissoluzione di onde variopinte. Percepisco ora sussulti elettromagnetici tra sinapsi appiattite in impulsi simpatetici, in apatica intermittenza. Percepisco ora una corrente alternata e continua nella disarmonia del mondo; il ritmo del coito, disiato simulacro tra le spastiche onde di un infinito fluire di magma raggrumato. Raffiche di spari sospesi sul sogno della vita. La vita, che giace sul fondo di un vano decadimento di materia, che combatte entropia. La vita, che rincorre l’inevitabile dissoluzione della materia.
Rincorro il breve sogno dell’arte in contrappunto tra sinapsi intessute in un fine assalto psicotico. Nel sole abbagliante di questa stanza, ho intravisto un’indolenza tra dolenti fremiti, nello stridio del mio celeste lamento. I miei lamenti, intravisti tra indolenti fremiti, nel sole celeste di una mattina stridente. E tra stridenti increspature scompongo immagini infinite di un eterno passato; passate immagini, nell’eterna increspatura di un gioco musicale infinito, vano, vacuo. Vanificare evanescenti vagiti in un vacuo viaggio, tra le increspature di un vortice mai finito, inviluppato tra grovigli gorgheggianti.
Sono arrivato da qualche parte, ma non qui. Non sono qui. Sono nella mia mente. Questa non è la mia mente.
Marco Di Caprio
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