Una casa avvolta nel buio. Mi giro e vago per questi corridoi. Aria fresca sfiora la stanza livida di umori grigiastri. Aria fresca ammuffisce tra pollini sospesi nel vuoto e funghi pluricellulari. La rodospina dei miei occhi è sospesa nella visione funerea della mia triste dialettica.
Ora ti chiedo? Che cosa sei per me, mio caro nonno F.? Sei forse la camera in cui giacqui nella dolcezza dei miei tristi sogni? Sei forse la camera della mia frenesia, che vaga nell’immersione di uno psichedelico tremore? Sei forse la camera in cui siedo al buio; la camera che risuona di sprezzanti disarmonie? La magione della mia arte opaca è, in verità, un viluppo di colori compulsivi nella dialettica del mio triste spirito.
La luce fendente di una luna gelida trapassa con i suoi spiragli il salotto dove insieme giacemmo nell’illusione della nostra breve esistenza. Caro nonno, credimi, credimi, mi vorrei rifugiare tra le tue braccia, ma stasera, stasera mi sento così solo quasi da sentirmi in compagnia del nulla. Sono in cerca di una camera, in cui di rifugiarmi dai mille spettri della mia solitudine; mille spettri, che mi inseguono e mi chiedono conforto, mi cercano e mi chiedono di fargli compagnia; mille spettri di accecante bagliore, che abbagliano il mio delirio, tremante di un sincopato olocausto, che vibra nella mia mente piangente.
Ora nonno, parlami, nonno, dove sei? Non riesco a piangere. I miei occhi sono ormai consunti da lacrime, che non hanno più vigore. Lacrime, che seccano prima di poter splendere nei miei occhi. La musica del dolore è così stridula, che, nel rifrangersi dei suoi infrasuoni, non odo nient’altro che frastuoni.
Tanto tempo fa sapevo piangere e il mio pianto disegnava una musica così bella, che avrei voluto riposare in eterno nella sua bellezza. Io ti guardavo, sì, con le lacrime agli occhi. I tuoi occhi pallidi e singhiozzanti della tua preoccupazione. I tuoi occhi così simili ai miei, che in uno specchio mi hanno avvolto. Io mi allontano da te e tu, persistente, mi segui ovunque.
«M., che cosa c’è? Che cosa ti succede?»
«Ho sbagliato a ignorarti. Ho sbagliato. Non voglio che te ne vai, non voglio» ti ripetevo, quasi singhiozzante.
«Non ti preoccupare, il nonno, il nonno campa parecchio, se tu lo vorrai far campare. Sai, M., in questa tua autocommiserazione stai affondando e affondando sempre di più nel nonsenso della vita. In una vita che fluisce come un torrente impetuoso, che tutto travolge e nulla lascia dietro di sé. Non affondare, non affondare e rimani qui, rimani qui ad ascoltare le vibrazioni della vera bellezza con me.»
«Io non capisco, sto diventando sempre più chiuso, serrato in un incubo, in una notte, che perpetua fluisce nell’attesa di un mio risveglio. Lo so che, fin quando non finirà la terribile notte della vita, io sarò destinato a essere sballottato sempre di qua e di là.»
«Siamo tutti sballottati, ma dobbiamo resistere. Ascolta la Natura, ascolta i dolci canti che ispira in questa serata. Non c’è nulla, nulla che possa alleviare questi tempi oscuri, se non l’amore per la Natura. Ascolta la beatitudine di quest’attimo; ascolta la pace di quest’istante; ascolta la sua bellezza, che tocca il tuo corpo con la mia mente. La Natura, la Natura mi dice che devi lottare nella beatitudine della sua eterna pulsione di vita.»
«La mia volontà è debole, nonno. La Natura è diventata elettrica: fili e cavi di plastica che mi avvolgono in spirali di rame e ruggine. Come sconfiggere, come sconfiggere lo spirito del tempo, che ha spezzato l’arte sotto il suo giogo? Come sconfiggere lo spirito del tempo, che tutto spezza e niente sottrae alla forza centripeta del suo vortice infernale?»
«Anche l’elettricità è un fenomeno naturale. Se solo tu potessi farla parlare nella sua vera essenza di ambra e ambrosia. Non parlare più, non parlare più e resta in ascolto. Non cercare più nulla di artificioso e innovativo al di fuori di te stesso, ma rinnova te stesso. Fai parlare gli elementi della natura, che in te stesso fremono nell’attesa di abbracciarti. Non rinunciare, non rinunciare alla libertà della vera bellezza. Non importa se lo spirito del tempo ti ha serrato ogni opportunità di farti ascoltare, perché là c’è, là c’è la più bella ninfa che si possa desiderare, immersa nella sua nudità, immersa nella sua bella nudità, pronta a cantare e a risuonare del canto che le ho insegnato. Non deturparla con i liquami e i rottami dello spirito del tempo.
Non chiudere la tua mente. Non spezzare la tradizione, che ha avvicinato la minuta umanità alla divina eternità. Non dividere gli emisferi della tua mente, come quelli di un cieco o di un sordo, che non possono o non vogliono più sentire. Non ti perdere in frammenti e in scaglie di caleidoscopici vortici, inabissati tra carta straccia, dadi, numeri e cabale babilonesi. Non ti perdere in vani artifici, che al posto della luce del sole disegnano gemme pallide e languide. Non ti perdere in vani artifici, pensando di dover distinguerti per forza dai tuoi avi e dai tuoi maggiori.
Non ti perdere, inoltre, nel fetido vortice che ha il nome di Commercio, perché questo nome intinge i suoi responsi dal sangue delle nazioni e delle genti. Non ti perdere in vane speculazioni, che avvolgono e riavvolgono quegli automi, poco umani, in servi di un ritmo ossessivo, che fa loro omologare, mercificare e liquefare il soave incubo della vita. Quella è la vera omologazione. L’arte non può e non deve essere omologata. L’arte, quella annota le sue dolci note nell’armonia degli elementi, è sempre molteplice nelle sue espressioni, ma unica nel tendere all’essenza della bellezza.
Caro M., io ho vissuto, e ho vissuto tutti gli attimi, gli amori, i dolori, le notti più buie e più lucenti, ma ho vissuto e l’ho fatto a modo mio, ascoltando la levigata voce della Natura, che mi chiedeva di abbracciarla, di accarezzarla, di rimanere abbandonato tra le sue braccia. Mai più ho vissuto come quando ho esultato amandoti, e ricordati per amor mio di non essere succube dei padri padroni e di nessun totem, che possa uccidere i tuoi veri istinti.»
«Mi manca una certa naturalezza. Mi sono voluto divincolare dall’autorità patriarcale, che è il totem della mia castrazione. Forse è per questo che non ho seguito i tuoi consigli? Chissà. Ma non potevo seguirli tutti: la dissidenza con te era la frattura utile alla crescita e alla separazione dal tuo grembo, che per me era materno più che paterno. Ma c’è, c’è ancora un dissidio che stride nella mia mente: non è neanche possibile rinnegare le proprie origini; non è neanche possibile vivere, dimenticando la propria essenza e il proprio spirito: la mia umanità non può rinnegare la bellezza dell’arte e della musica, di cui risuonano i secoli passati. La mia umanità non può rinnegare se stessa, altrimenti è destinata al suicidio.
Come potrò spegnere tutti i dialoghi e tutte le risposte che mi mancano, ora che la tua visione sta per svanire? In questa notte oscura mi sento, mi sento che non c’è modo per dirti addio. Lo so che molti amori prima di noi hanno sofferto la stessa lontananza, e lo stesso ancora stanno implorando conforto e vendetta.
Dopo che la tua vita si è spenta, la Natura ha temuto di morire, ma la foresta, gli alberi e il bosco ancora cantano lievi e dolci sinfonie nel tuo ricordo. E la tua essenza vivrà per sempre.
Purtroppo, da quando si sono spenti il tuoi begli occhi all’ombra dei miei lamenti, ho capito che il tempo è irreversibile. E ora vago in un tempo e in un ritmo metallici, che dissolvono i miei sospiri nell’eternità del vento. Quando cammino, appena giro l’angolo so che non ci sarà il tuo viso. Però i miei passi sperano ancora di ritrovarti lì, da qualche parte. I miei passi sono il ritmo per la musica del tuo viso, incastonata tra le tue belle guance.
E ora rimango in silenzio ad ascoltare, in tuo onore, l’ultima melodia della Musa che mi ha lasciato in eredità. Una Musa, che, prima di sparire, ci ha lasciato un’ultima bella melodia, singhiozzante per la nostra perduta umanità.»
Marco Di Caprio
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