Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
Dante, Così nel mio parlare voglio essere aspro
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Paroxetina, nicotina e benzodiazepine nel benzene disio di sognare la frenesia del mio estraneo deperire. Ecco, quei demoni della vera libertà mi conducono laddove la vita è migliore, più limpida e più pura. Voglio una vita più vera; perché non vedo l’ora di colorare la mia illusione che i colori esistano davvero.
In una frenetica riduzione che tutto annichilisce, avverto l’impossibilità di trovare una sintesi tra le tendenze opposte della vita. Avverto scomposizione e semplificazione di numeri, che battono ali e spirito in una diade, che scarnifica la loro semantica. Avverto ora la scomposizione di note musicali nel vortice frenetico di un sintetizzatore elettronico. Avverto ora un sintetizzatore, che sintetizza note e proteine fino a staccarle dalle floride catene di amminoacidi che furono. Avverto ora la frenesia di specchiate immagini, talvolta allungate, talvolta rotonde, talvolta aguzze, che fluttuano veloci in una macchina da stampa. Avverto ora ghiandole, che inibiscono i miei neurotrasmettitori nell’atto di scomporli e fagocitarli. Avverto ora una rivoluzione di pianeti, che avviluppano frammenti e detriti verso uno spento nodo senoatriale. Il nodo senoatriale del mio cuore, che di impulsi elettrochimici non pulsa più.
Muovo tutte le mie preghiere, affinché la fine della vita sia per me un breve intermezzo tra i miei artifici. Sto per trapassare e forse nell’aldilà c’è troppa, troppa dopamina e ossitocina, troppa felicità e troppa luce, troppa unità tra gli elementi chimici della natura; fenomeni che forse non appartengono alla natura umana.
Ecco l’aldilà. Ecco la vera vita. Ecco una rosa fresca aulentissima: la rosa della poesia lirica, che introversa l’inverosimile visione di una bella melodia. Una dolce melodia nella stridente attesa della mia frenetica fine. Intanto, infrarossi e ultrasuoni di un sogno obliato. Un sogno, che, sul fondo dell’oceano, una città sommersa nell’oblio della notte. O dolce musa dagli occhi bluastri, rimani con me e canta gli ultimi suoni senza verbo nel mio pingue e pallido ultimo trapassare.
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