We’re Only In It For The Money

Dov’è la mia cara musa? E lei, lei è andata via. Non mi parla più, non mi schiude più i suoi lamenti e le perturbazioni del suo occhio celeste. E lui, il nuovo poeta che hai prescelto – un magnate americano dell’industria discografica – ti ha evocato a sé prima con succulenti doni, con oli, incensi e profumi. E poi, quando era sicuro di averti accarezzato con la sua sagacia da mendicante, ti ha legato e seviziato, poi ti ha venduto al mercato del paese. Belle poesie? Volete comprare belle poesie? Il poeta nuovo è un rapper, un artista hip-hop, che ti ha costretto a un canto uniforme, sfiorito, sfibrato e sventrato. Un canto che è una sterile stereofonia in una vibrante cacofonia, che avvilisce la poesia e l’arte in un oblio più lungo che venticinque secoli. Caro poeta nuovo, se gli uomini primitivi ti avessero ascoltato, ti avrebbero preso a sassate per il tuo primitivismo musicale.

Cara Musa mia, il tuo bel canto con trilli striduli e stridenti è progressivamente calato, fino a quando le tue povere corde vocali, ormai seviziate, sono diventate mute. L’amore che provo per te nella mente mi ricorda ancora tristemente del tuo sterile e stereofonico vibrare di vibrafono, che si ribellava invano al tuo carnefice. Il poeta nuovo, oltre che soldi, è sempre più avido d’ignoranza, come se non ne avesse già abbastanza.

O quanto corto è il dire, quanto è fioco il mio parlare rispetto alla triste impressione che ebbi della tua visione, che, ora quasi obliata, ippica corre nell’ippocampo della mia sterile dialettica. Ora, ora che sei muta, mia sanguinosa musa, che cosa dire? Ormai che procuba dormi nella nella notte poco mistica della nuova umanità, forse dall’amore, dalle gioie e dalle tristezze dell’arte dovrei nascondermi? Me ne vado, prigioniero del tuo amore, non so dove. E da solo, con il tuo ricordo, prigioniero della mia sterile frenesia, prendo a brandelli la parola, che nel suo segreto schiudersi dà voce al mio pianto per la tua scomparsa.

Io non ho più nulla da offrire ma molto da soffrire. Il mio canto non ricorda nient’altro che le ultime tue parole, cara Musa, avvolte in una sterile stereofonia, che risuona metalliche strida. Dal momento che nessuno vorrà lamentare meglio di me la tua scomparsa, perché è troppo impegnato nei suoi vani commerci, imbratto il mio canto di un arcobaleno di mille colori. Mille colori caleidoscopici, frenetici e pungenti, che neanche riescono a svegliarmi dall’incubo della vita.

Marco Di Caprio

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